Narrativa recensioni

La levatrice – Bibbiana Cau

Recensione a cura di Raffaelina Di Palma

“Mallena si sollevò le maniche della camicia di lino sulle braccia tornite, arrotolandole sopra i gomiti. Si unse le mani con l’olio di lentisco. «Hai preparato i panni che ti ho chiesto?» domandò a Rosa che, aggrappata con entrambe le mani allo sgabello, si era spostata in disparte nella stanza.
«Sì, Mamaj, sono sulla panca».
«Mettili vicino al fuoco. Devono essere caldi».”

Bibbiana Cau, con il suo romanzo di esordio La levatrice, Editrice Nord, ci guida nella Sardegna di inizio ’900 e racconta l’effetto della Grande Guerra sull’isola e sui suoi abitanti, in un contesto dove la tradizione inizia a dare segni di cedimento di fronte ai cambiamenti geopolitici dell’Italia dell’epoca.

Un tempo l’ostetrica era chiamata “mammana” o “commare” (da cum-mater, colei che sta con la madre), oppure “levatrice” (poiché “levava” la sofferenza alla donna durante il parto). Era una figura di spicco, un’icona: un simbolo potente che incarna un’idea, al punto da diventare modello di riferimento o fonte d’ispirazione. Una protagonista in un’epoca di profonde e appassionanti trasformazioni.

Il racconto si snoda in uno scenario semplice, fatto di sofferenze e rinunce, ma intimamente umano. Con una scrittura scorrevole, mai artificiosa, l’autrice accompagna il lettore nei luoghi e nel clima di quegli anni, rendendo la lettura emozionante e ricca umanamente.

“«Ma lo volete capire che le parole tocca usarle per essere compresi, altrimenti non si sa a cosa serve parlare.»”

Così urla Mallena alle autorità quando si presenta davanti al consiglio comunale per chiedere un compenso per il suo lavoro di levatrice; ne ha bisogno soprattutto per curare il marito. Quando, nel 1917, il suo Jubanne torna a casa dal fronte invalido nel corpo e distrutto nell’anima, riceve l’ennesimo rifiuto.

Per di più, per decreto regio viene assunta un’ostetrica diplomata per sostituirla: Angelica Ferrari, una giovane “ostetrica ufficiale” cresciuta sul continente. Anche lei deve imporsi alla famiglia, che la vorrebbe diversa da quella professione che il padre giudica indegna per una donna.

Mallena arriva a Norolani (una località immaginaria) insieme con Jubanne sedici anni prima. Lui si innamora di lei al primo sguardo e la sposa anche per proteggerla da una sorte che grava su di lei come una sentenza.

È palpabile tutta la forza di questo romanzo: un atto d’amore verso la Sardegna e verso la cultura che essa rappresenta, oltre che una denuncia dei meschini giochi di potere politici e religiosi che decidono, indifferenti, della vita delle persone. È una denuncia che diventa ancora oggi una voce che si alza potente, pura e disinteressata: un’autentica arma contro le ingiustizie del mondo.

La levatrice non è il semplice racconto di un’ostetrica: è molto di più. È uno spaccato storico che mette in discussione una comunità costretta a convivere con cambiamenti epocali troppo veloci, esponendo un’intera generazione di donne dimenticate, inserendole in un filone narrativo che scuote nel profondo. Un filo conduttore attraverso il quale il tempo ci riporta testimonianze di lotte individuali che diventano collettive, sociali e politiche, incarnando un’intera epoca.

Le pagine del libro sono attraversate da un dolore persistente e profondo: urla represse, pudicizia, illibatezza. È il vissuto di una Sardegna rurale. Si leva il respiro di una terra tra il profumo unico e raro del mirto e del rosmarino, che soltanto le erbe spontanee e selvatiche possiedono, nate sotto le raffiche del Maestrale che sibilano attraverso i campi e si incuneano tra le abitazioni.

L’autrice, ostetrica essa stessa, intreccia al personaggio di Mallena la sua esperienza professionale con un’approfondita documentazione storica, riportando dal fondo del tempo una figura fondamentale spesso dimenticata: quella della llevadora, la levatrice empirica.

Bibbiana Cau

Donne forti, custodi gelose di un sapere antico. Donne segnate dall’assenza degli uomini partiti per la guerra, con figli da crescere e terra da coltivare: costrette a piegarsi al peso degli eventi. Il conflitto infligge ferite fisiche e morali che si annidano tra le rughe dell’anima insieme con lacrime silenziose e invisibili. Donne lasciate indietro a proteggere la vita, portando nel corpo e nel cuore amputazioni celate e profonde. Gravidanze finite male, bambine che invocano aiuto, vittime già segnate dalla violenza; madri che avrebbero voluto mettere al mondo figli maschi pur di non condannare le figlie agli stessi soprusi da loro subiti. La Sardegna che l’autrice ci riconsegna non è uno scenario folkloristico: è una protagonista essa stessa. Un’isola profumata di resina, attraversata da una lingua che oscilla tra dialetto e italiano letterario, mai eccessiva. Una raffinatezza accurata, che sa trattenersi nell’esposizione mantenendo il ritmo del racconto: uno stile che ama la materia e sa esaltarla.

È un romanzo anche, e soprattutto, sul raffronto tra due mondi. Quando a Norolani arriva Angelica, si teme lo scontro con Mallena. L’una ha sacrificato tutto allo studio per diventare un’ostetrica professionista. L’altra rappresenta la sapienza antica delle erbe, del silenzio, della speranza.

Bibbiana Cau si mantiene neutrale: non paragona, ma espone. Angelica e Mallena sono testimoni di due saperi che potrebbero essere alleati, la scienza e la tradizione; tecnica e sapienza insieme.

I personaggi sono frutto di fantasia, ma il contesto sociale e culturale è ricomposto con accuratezza e devozione. Lo stile è imponente, a tratti austero nel suo verismo verghiano. Il risultato è un libro al femminile, dal ritmo costante, attraversato da straordinari squarci lirici, con sfumature diverse da un capitolo all’altro, dove, pur tra tante sofferenze, non manca il calore umano.

Una storia struggente di una pratica antica, di un mondo di affinità solidali che meritavano un romanzo.

“«Se solo ne avessi la forza… ti avrei dedicato la poesia di Badore Sini di Sarule, che mi pare scritta per te solo… Non potho reposare amore e coro pensende a tie soe donzi momentu…»
Con voce flebile, Jubanne le dedicò quelle parole d’amore. Lei si accostò e avvertì il respiro pesante di lui. Le venne da pensare a un’ancora, un peso che lo teneva ormeggiato in rada impedendogli di veleggiare al largo.”

Pro
Sono molte le cicatrici che emergono dalla storia di Mallena, protagonista che personifica il lavoro di cura invisibile di milioni di donne. Ignorata, malpagata, segnata dal dolore. Eppure, proprio nelle prepotenze subite viene fuori la sua grandezza. Una scrittura intensa e struggente, che si conclude lasciando una nostalgia sottile: come un’eco lontana di una voce che continua a chiamare e a farsi sentire.

La levatrice – Edizione cartacea
La levatrice – Edizione ebook

Trama

Custode di un sapere antico,
una donna lotta per far nascere il futuro.
Non è una di loro, Mallena. Un giorno di sedici anni prima è arrivata a Norolani insieme con Jubanne, cui è bastato un attimo per innamorarsi e che l’ha sposata per proteggerla da un destino che gravava su di lei come una condanna. Eppure, per gli abitanti di quel paese dove il maestrale porta il respiro del mare, ormai è diventata un punto di riferimento. Perché Mallena è una llevadora che, mettendo in pratica il sapere antico tramandatole dalla madre, assiste tutte le partorienti, anche quelle delle famiglie più umili, senza mai pretendere nulla in cambio. Ma tutto precipita nel settembre 1917, quando Jubanne torna dal fronte ferito nel corpo e nell’anima. Per pagargli le cure necessarie, Mallena chiede a gran voce al consiglio comunale di essere remunerata per il suo lavoro e, ancora una volta, quel sussidio le viene negato. Come se non bastasse, in conformità a un decreto regio, viene assunta un’ostetrica diplomata, destinata a sostituirla.
Arriva dal continente, Angelica Ferrari: nonostante la giovane età, per essere lì ha combattuto a lungo, sfidando le convenzioni sociali e la disapprovazione del padre, che voleva relegarla tra le mura domestiche, sposata con un buon partito. E adesso deve lottare contro la diffidenza delle donne del paese, che la vedono come un’estranea e rifiutano le sue cure. Dovrebbero essere rivali, Mallena e Angelica, invece sono le due facce della stessa medaglia, entrambe spinte dal desiderio di libertà e indipendenza, entrambe tradite dalle persone che avrebbero dovuto proteggerle e vittime della quotidiana ingiustizia che il mondo sa riservare soprattutto alle donne. Tuttavia, quando la situazione si farà insostenibile e i fantasmi del passato torneranno a bussare alla porta di Mallena, sarà proprio l’intera comunità di Norolani a pretendere che, per una volta, si faccia davverogiustizia. Una grande storia al femminile che, attraverso la lingua, i profumi, la poesia e la ruvidezza della vita quotidiana nella Sardegna d’inizio Novecento, narra di gente umile e schiva, ma unita da un profondo senso di comunità. E di una protagonista che, grazie a una saggezza ancestrale e alla solidarietà delle altre donne, matura in sé una nuova e luminosa consapevolezza.

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