Recensione a cura di Roberto Orsi
Con Il bacio segreto di Hayez, Antonella Favaro costruisce un romanzo che intreccia arte, mistero e sentimento sullo sfondo di un’Italia in bilico tra passato e modernità.
L’autrice sceglie due città-simbolo, Roma e Venezia, per raccontare un intreccio che unisce le indagini su antichi dipinti perduti, la fragilità delle passioni umane e la forza immutabile della bellezza.

Siamo nel 1813: Roma, ancora percorsa dalle ombre napoleoniche, vive una stagione di fermento artistico e politico. Tra le sue botteghe si muovono pittori e scultori, studiosi e antiquari, in una corsa a riscattare o trafugare ciò che resta del patrimonio classico.
Venezia, invece, è una città ferita: caduta la Serenissima, spogliata dai francesi, poi assoggettata all’impero asburgico, conserva la sua identità solo attraverso l’arte. Nelle calli, nei palazzi e nelle chiese — custodi silenziosi di segreti e memorie — il protagonista Marco Alvise Bernardo cerca un senso, un ordine, un’eredità da salvare.
“Come spesso gli capitava di sottolineare in certe conversazioni, la sua vita aveva avuto inizio l’anno della Rivoluzione Francese, il 1789. Se ne faceva quasi un vanto. A sette anni aveva vissuto la fine della Serenissima Repubblica di Venezia per mano dei Francesi che l’avevano subito ceduta all’Austria. A diciassette aveva visto il rovinoso ritorno dei Francesi che ora stavano tentando di trasformare Venezia in una città uguale a tante altre a discapito della sua unicità e sacrificando monumenti antichi carichi d’arte e di storia.”
La trama si apre su un delitto a Roma, ma ben presto diventa un viaggio attraverso secoli di storia dell’arte. Con Francesco Hayez, giovane pittore destinato a diventare il simbolo del Romanticismo italiano, e con Antonio Canova, scultore sommo, custode della grazia neoclassica, Marco indaga un mistero che affonda le radici nell’antichità: la possibile sopravvivenza di due dipinti del mitico Apelle, pittore di Alessandro Magno.

È qui che la Favaro intreccia con intelligenza il mito e la storia.
Apelle, di cui non resta alcuna opera ma che le fonti antiche descrivono come il massimo interprete della bellezza greca, diventa nel romanzo un simbolo di ciò che si perde e si rincorre: l’idea stessa di perfezione.
E Alessandro Magno, figura centrale del mondo antico — re, conquistatore, mecenate — è evocato non come semplice condottiero, ma come emblema dell’ambizione e della vanità umana: un uomo che voleva fondere Oriente e Occidente, proprio come Hayez e i suoi contemporanei cercavano di fondere il passato classico con il sentimento moderno.
Favaro fa respirare il lettore dentro l’arte. Le botteghe di Roma e Venezia, le chiese, le stanze illuminate dalla luce polverosa del tardo pomeriggio: tutto vibra di colore e materia.
I riferimenti alle opere di Hayez, dal celebre Bacio alle scene storiche e allegoriche, non sono semplici citazioni, ma richiami a un modo di guardare il mondo, a un’idea di pittura che è racconto e confessione.
L’arte diventa un linguaggio di verità, un modo per cercare se stessi attraverso la memoria degli altri.
“Marco si sentì percorso da un fremito: aveva tra le mani qualcosa di davvero grosso. Doveva maneggiarlo con cura e fare molta attenzione perché si trattava, potenzialmente, della scoperta del secolo.”
Accanto al piano storico e artistico, però, il romanzo nasconde un cuore emotivo forte.
Marco Alvise Bernardo non è solo un erudito o un ricercatore di bellezza: è un uomo che vive la propria fragilità, i propri desideri, le proprie contraddizioni.

Ci sono pagine in cui la sua nudità interiore emerge con delicatezza: l’amicizia profonda con Hayez, il peso delle passioni taciute, la malinconia di chi percepisce che ogni scoperta, anche la più luminosa, porta con sé un’ombra.
È in questi momenti che il romanzo si fa più autentico, più umano: la ricerca dei quadri perduti diventa la ricerca di se stessi, e l’arte un modo per riempire il vuoto lasciato dal tempo.
La scrittura della Favaro è limpida, documentata e precisa, ma non fredda.
I capitoli brevi e incisivi mantengono il ritmo costante, alternando dialoghi vivaci a descrizioni ricche di atmosfera.
La parte finale, più dinamica, si apre a un respiro quasi avventuroso, ma senza rinunciare alla tensione intellettuale che attraversa tutto il romanzo.
Nel complesso, Il bacio segreto di Hayez è un’opera colta, elegante e misurata, che restituisce con efficacia il fascino di un’epoca in cui l’Italia cercava se stessa attraverso l’arte.
Non è un libro “facile” né un romanzo d’azione, ma una lettura che premia l’attenzione, la curiosità e la sensibilità di chi sa ascoltare le voci del passato.
Un tributo all’arte e al mistero, alla bellezza e alla perdita, e soprattutto al potere che i quadri — e i romanzi — hanno di riportarci, sempre, davanti al nostro stesso riflesso.
Trama
Venezia, 1813: il giovane Marco Alvise Bernardo riceve una disperata richiesta di aiuto dall’amico Francesco Hayez, pittore come lui, che si trova a Roma, a Palazzo Venezia. Inizia così un’avventura pericolosa, osteggiata dalle spie e dai savants di Napoleone, che metterà i due giovani sulle tracce di due dipinti del più grande pittore di tutti i tempi, Apelle. E Apelle, il pittore di Alessandro Magno, sarà il filo conduttore che riporterà Marco Alvise a Venezia, a scoprire alcune incredibili verità, che finalmente rimetteranno al loro posto tutti i tasselli della storia con la S maiuscola.




