Viaggio nella storia

Le macchine della tortura medievale: mito o realtà?

Articolo a cura di Matilde Titone

«La “tortura” non è nulla di inumano; è solo un crimine ignobile e lurido, commesso da uomini contro altri uomini, e che altri uomini ancora possono e debbono reprimere… Alleg ha strappato la tortura alla notte che la ricopriva; avviciniamoci, guardiamola alla luce»
Jean-Paul Sartre

La tortura è il più odioso dei crimini contro l’umanità. Eppure per almeno tremila anni la sua pratica si è svolta in ossequio a precise norme giuridiche, disciplinata dalla maggior parte dei codici europei ed asiatici.

Quando l’uomo ha iniziato a torturare l’uomo? Nella notte dei tempi.

Le prime testimonianze risalgono all’antichità. In molte civiltà antiche, come l’Egitto, la Mesopotamia, la Cina e la Grecia, la tortura era utilizzata come parte del sistema giudiziario e penale. Metodi come l’uso del bastone, la frusta, le bruciature, le amputazioni e la crocifissione erano applicati per punire i criminali e intimidire la popolazione. L’uso della tortura era comune nell’Impero Romano: veniva utilizzata per ottenere confessioni dai prigionieri e venivano impiegati vari strumenti di tortura, tra cui il flagellum e la verberatio (bastonatura). La crocifissione era una delle forme di tortura e di esecuzione più brutali utilizzate dai Romani.

L’Inquisizione, ad esempio, fu un tribunale istituito dalla Chiesa Cattolica e si occupava di perseguire, processare e punire gli eretici, e la tortura veniva spesso utilizzata per estorcere confessioni.

La tortura fu introdotta da papa Innocenzo IV nella bolla Ad extirpanda del 1252.


“Unicum” nella storia del diritto antico e medievale contro l’uso della tortura fu, nel 1311, la sentenza contro i Templari dell’Italia settentrionale emessa da Rinaldo da Concorezzo, vescovo di Ravenna, che, assolvendo gli imputati, condannò la tortura come pratica d’indagine ed escluse l’utilizzabilità delle confessioni estorte con tali mezzi.

La tortura fu bandita da Pio VII con motu proprio del 6 luglio 1816.

Oggi

Il divieto internazionale di tortura si fonda sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Art. 5), sulla Convenzione contro la Tortura (CAT) delle Nazioni Unite del 1984 e su altri trattati e dichiarazioni, che obbligano gli Stati a impedire e punire ogni atto di tortura, definita come un crimine internazionale che lede la dignità umana.

Sembra incredibile, almeno a me, ma ci sono nel mondo migliaia di Musei della Tortura, dove si possono trovare incredibili collezioni di macchine della tortura, strumenti per la tortura e ogni specie di congegno creato o inventato per far male ad altri esseri umani. Questi musei raccolgono migliaia di visitatori, convinti per lo più di andare a vedere la Storia nella sua evoluzione o involuzione chissà? Ce ne sono moltissimi in tutte le parti del mondo, da Bruges ad Amsterdam, da Volterra a Napoli.

La cosa paradossale è che non solo i musei della tortura raccolgono esemplari di strumenti leggendari, ma buona parte di queste leggende sono state create ad arte dai musei stessi.

Io sono la prima vittima di quei falsi storici. Ero bambina quando andavamo con la mia famiglia in vacanza nei dintorni di Gradara, esattamente il borgo dove si erge il famosissimo Castello Malatestiano, di Paolo e Francesca, gli amanti che Dante ha posto nel girone infernale dei lussuriosi. Pertanto ho visitato più volte la Rocca di Gradara dove, tra le varie sale, c’era e c’è la sala della tortura, che io guardavo sempre con grande tormento ma anche con stupore, interrogandomi sulla cattiveria umana, e una risposta non me la sono mai saputa dare.

Ebbene, scoprire in tarda età che non c’è niente di vero in quel castello — è una ricostruzione del 1923, compresa la sala delle torture — mi ha dato una strana emozione. Ma allora non era vero nulla? Non era vero che torturavano le persone?

Ahimè no, c’è molto di vero nell’uso della tortura a tutt’oggi, ma in epoca medievale le cose erano diverse da come le si sono volute narrare nei secoli successivi, per contribuire a dipingere il Medioevo come il più oscuro dei tempi storici.

E allora andiamo a scoprire cosa c’è di vero e cosa invece è falso nella ricostruzione di autentici falsi storici.


Vergine di ferro o Vergine di Norimberga

È forse il supplizio più celebre del Medioevo, tanto da aver dato il nome a uno dei gruppi heavy metal più celebri della storia del rock: gli Iron Maiden, la cui iconica mascotte è uno zombi ghignante, tratto dal romanzo di Dumas La maschera di ferro.

Verrebbe da dire peccato, ma non lo dirò, allora che una tale tortura, tanto terrificante da accarezzare le nostre paure e forse trasformarle in una catarsi collettiva, in realtà non sia mai esistita. Già, perché di medievale, la Vergine di ferro, non ha proprio niente.

La Vergine di Ferro aveva un aspetto antropomorfo con un volto da fanciulla, arricchito da un’austera gorgiera in legno o in metallo idealmente modellato, affinché vi si potesse riconoscere lo sguardo misericordioso di Maria, e un corpo rigido formato da una coppia di porte assomiglianti a una bara. Nel complesso misurava due metri di altezza e quasi un metro di larghezza, definendo una stazza abbastanza ampia da racchiudere il corpo di un uomo completamente sviluppato.

All’interno si trovavano dozzine di aculei taglienti e arrugginiti progettati per infilzare i condannati schivando gli organi vitali non appena la doppia porta si richiudeva, permettendo alla vittima di rimanere in vita e in posizione retta. Talvolta si è riscontrato in qualche modello della Vergine di Norimberga un lungo chiodo non mobile destinato a infilzare il pene o la vagina dei condannati al fine di infliggere ulteriori sofferenze.

Un’altra caratteristica, secondaria e variabile ma ulteriormente significativa, era che le ante potevano essere aperte indipendentemente. Ciò sarebbe stato utile qualora si fosse voluto verificare lo stato del condannato garantendo altresì l’impossibilità di effettuare fughe, ribellioni o ritorsioni.

Il primo esemplare è stato trovato a Norimberga nel XIX secolo, ma non è mai stato usato: nasce già allora come falso storico fatto realizzare per assecondare il gusto per un finto medioevo gotico. Della Vergine, infatti, così come della maggior parte degli strumenti di tortura pseudo medievali, non solo non esistono originali, ma nemmeno fonti storiche che ne attestino l’utilizzo.

Come tanti altri oggetti simbolo dell’Età di Mezzo (a cominciare dalla cintura di castità) la Vergine di ferro è un mito coniato nel Settecento per contribuire a costruire l’idea del Medioevo come epoca oscura e selvaggia: quella “pattumiera della storia” – per usare la definizione di Trotsky – fatta di inquisitori, streghe e un enorme quantitativo di violenza e atrocità gratuite.

Anche se una base storica che ne ha ispirato la fantasia sembrerebbe esserci: è lo Schandmantel, ovvero il “Mantello della Vergogna”; una sorta di barile che le autorità civili facevano indossare alle prostitute con lo scopo di impartire loro una pubblica umiliazione. Il rapporto sarebbe come la gogna sta alla ghigliottina.


La Forcella dell’Eretico

Un esempio clamoroso di falso contemporaneo è la Forcella dell’Eretico: si tratta di una doppia forchetta legata al collo, con le punte rivolte sotto il mento e al petto, che avrebbe avuto l’obiettivo di impedire qualsiasi movimento della testa della vittima, che poteva solo sussurrare “abiuro”.

Citato persino nel volume La storia dell’Inquisizione di Carlo Havas, trova in realtà la sua prima attestazione nel catalogo della mostra di strumenti di tortura organizzata nella Casermetta di Forte Belvedere a Firenze nel 1983.


Sedia inquisitoria

Una sedia di ferro interamente ricoperta di punte acuminate, dove la vittima veniva legata durante l’interrogatorio.

“Il quantitativo di metallo utilizzato e la presenza di chiodi fatti in serie lasciano presupporre una prima fabbricazione modernissima. È quantomeno sospetto che le prime riproduzioni della Sedia Inquisitoria siano del XX secolo, anzi, più precisamente, dell’ultimo quarto del secolo scorso.”

Secondo lo studioso Campagnano, anche questo improbabile arnese potrebbe essere stato inventato appositamente per la mostra degli strumenti di tortura di Forte Belvedere, che ha fatto conoscere – se non creato dal nulla – la Forcella.


Culla di Giuda

Il condannato era sospeso al di sopra di un cavalletto in cima al quale era posta una piramide. Attraverso un sistema di corde sarebbe stato mosso in modo che la punta penetrasse nei genitali o nell’ano.

Nonostante faccia parte dell’immaginario collettivo, è difficile – al di fuori dei soliti musei della tortura – trovare qualcuno che gli dia seriamente credito.

“D’altronde, immaginare un trabiccolo del genere – commenta lo studioso Campagnano –, per cui era necessario l’impiego di diverse persone, quattro funi e un puntale di legno, è storicamente (e fisicamente, vista l’impossibilità di mantenere in equilibrio l’imputato) demenziale.”

Non a caso, ancora una volta, l’origine di questo marchingegno è la “fabbrica di falsi” di Forte Belvedere, e la datazione è sempre 1983.


La cintura di castità

Nell’aneddotica tradizionale si fa risalire l’uso della cintura di castità al tempo delle crociate, collegandola alla necessità, per i cavalieri che partivano in guerra, di assicurarsi la fedeltà delle proprie mogli.

L’esistenza e l’utilizzo della cintura di castità nel Medioevo è stata però contestata. Il primo documento in cui ne compare una raffigurazione è il Bellifortis di Konrad Kyeser, un manoscritto del 1405 dedicato alla tecnologia militare dell’epoca, nel quale compare un congegno presentato come uno strumento imposto alle donne fiorentine dai mariti preoccupati della loro fedeltà e descritto con commenti ironici dallo stesso autore; inoltre, a parte questa citazione, non risulta nulla del genere nella Firenze del tempo.

Comunque è ormai da tempo opinione comune fra gli storici che l’uso medievale della cintura di castità sia un falso storico. Si ritiene che i riferimenti alla cintura – come ad esempio nelle opere di Boccaccio e Rabelais – fossero solo invenzioni letterarie con significati simbolici.

Esemplari di cinture di castità si incominciarono a ritrovare in alcuni musei a partire dal 1840, come ad esempio nel museo d’arte medievale di Cluny, che riportava indicato che l’oggetto era appartenuto alla regina di Francia Caterina de’ Medici, ma nel 1990 venne scoperto che risaliva al XIX secolo.

Alla fine di questa mia ricerca, molto parziale, mi sono persuasa che c’è più mito che realtà nella storia delle macchine della tortura nel Medioevo, ma resta più realtà che mito l’utilizzo della tortura, di varia natura, sia fisica che psicologica, in tutti i tempi.

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