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Il salottino di TSD: intervista a Carla Maria Russo

Carla Maria Russo è una delle autrici più apprezzate nel panorama della narrativa storica italiana. I suoi romanzi, sempre frutto di un’attenta ricerca e di una scrittura appassionata, riescono a unire rigore storico e intensità emotiva, restituendo voce e dignità a personaggi — spesso femminili — che la Storia ha dimenticato.

In questa intervista esclusiva, l’autrice ci accompagna dietro le quinte del suo lavoro, raccontandoci il suo metodo di scrittura, il rapporto con la memoria e la responsabilità di chi sceglie di raccontare il passato. Ne emerge un ritratto autentico, fatto di curiosità, disciplina e profonda sensibilità umana: quella che ritroviamo in ogni sua pagina.

Nei suoi romanzi le protagoniste sono spesso donne coraggiose, ribelli e consapevoli del proprio valore. Cosa la spinge a raccontare le loro storie e cosa rappresentano per lei queste figure femminili?

Mi piace partire dalla realtà della vita, quindi amo le storie vere e, fra esse, scelgo quelle che mi colpiscono profondamente, mi scuotono, mi emozionano. Se scelgo più spesso protagoniste femminili è perché le loro storie risultano, per la mia sensibilità, più interessanti, più sorprendenti, sempre diverse e toccanti. D’altro canto, non c’è da stupirsi, a mio avviso. Fin dalla notte dei tempi, dalla donna ci si aspetta un comportamento fortemente rispettoso delle aspettative e regole sociali, pena il discredito, la condanna, il bando. Le donne che hanno avuto nel corso dei secoli la consapevolezza dei propri desideri, opinioni, valore personale e, insieme, il coraggio, la determinazione di lottare per difenderli, le donne, cioè, che hanno rappresentato uno “scarto” rispetto alle aspettative sociali, hanno sempre dovuto affrontare gravi sacrifici personali per affermarsi e hanno sempre pagato un prezzo personale molto alto. Questo rende le loro storie molto intese, avvincenti e incredibilmente moderne.

Quando sceglie una protagonista realmente esistita, come decide quanto restare fedele alla storia e quanto lasciarsi guidare dalla fantasia narrativa?

Poiché narro le vicende di persone realmente vissute, non modifico mai i dati storici. Sarebbe un tradimento verso di loro e, comunque, non ho alcuna necessità di modificarli. Però il dato storico è logos, ovvero semplice elencazione di un fatto, il romanzo è pathos, ovvero emozione, suggestione, evocazione. È condurre il lettore dentro la storia. Quindi non semplicemente narrarla, ma fargliela vivere il più possibile dall’interno, come se ne fosse partecipe. Il romanzo è delineare la psicologia dei personaggi, cesellare il loro carattere, le loro emozioni, riflettere sulle ragioni del loro agire all’interno della realtà, sulle scelte che operano e sulle conseguenze che innescano. Insomma, nel romanzo i fatti storici non si raccontano ma si interpretano, passano cioè attraverso il mondo interiore di chi scrive e ne vengono contaminati. Come accade per una canzone che, pur restando sempre composta dalle stesse note, cambia a seconda dell’artista che la interpreta. Ecco, l’interpretazione è tutta legata alla creatività di chi scrive, al suo animo, alla sua sensibilità.

Molte delle sue eroine affrontano il potere e le convenzioni sociali del loro tempo. C’è una figura femminile che sente particolarmente affine o che le ha lasciato un segno profondo?

Non le chiamo mai eroine perché le mie protagoniste sono donne normali, con pregi ma anche grandi difetti, come tutti. E compiono errori anche gravi, come tutti. Hanno però con una consapevolezza di sé, dei propri bisogni e desideri e un carattere che le porta, per ragioni svariate, a volerli rivendicare, a non sapersi adeguare alla norma, alle aspettative. Tutte mi hanno emozionato, commosso, fatto riflettere, insegnato qualcosa. Di tutte ho amato la forza d’animo, la lotta per affermare sé stesse, il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e sopportarne le conseguenze. Francamente, non so se, al loro posto, sarei stata altrettanto forte. E quindi per me (e per molte lettrici, soprattutto giovani, che mi scrivono) rappresentano un modello, un arricchimento, uno spunto di riflessione e di confronto con il presente. Per questo le amo tutte allo stesso modo.

La sua scrittura riesce a rendere vivi personaggi e contesti lontani nel tempo. Qual è, secondo lei, la chiave per rendere la storia avvincente e accessibile ai lettori contemporanei?

Premesso che forse questa domanda andrebbe rivolta alle lettrici e ai lettori più che a me, credo che, in parte, incida la consapevolezza che le storie che racconto sono realmente accadute, perché questo consente di fare confronti con il presente – cosa è cambiato e se è cambiato – e di riflettere su quanto forte sia il retaggio culturale che ci portiamo dietro, quanto difficile smantellare convinzioni che sono radicate nella mente umana dalla notte dei tempi. Ma forse, la riflessione più pertinente che si può fare è questa: un romanzo è tale quando contiene in sé tratti di universalità che permettono a chi legge di identificarsi nei personaggi e nella storia narrata, a prescindere dalle epoche e dai luoghi in cui essa si verifica. È la ragione per la quale continuiamo ad amare la letteratura anche del più lontano passato, dall’Iliade all’Odissea, da Dante a Tolstoj, tanto per citare qualche esempio di un elenco che sarebbe infinito. Il terreno che accomuna gli esseri umani di tutti i tempi e di tutti luoghi sono i sentimenti, perché non mutano mai, sono sempre quelli. Omero e i suoi poemi sono universali perché raffigurano un palcoscenico di tutte le passioni umane: l’amore in tutte le sue declinazioni, la fedeltà, l’onore, la lealtà, il coraggio, la codardia, il tradimento, la gelosia, l’invidia, l’astuzia, l’ambizione, la brama di potere e così via. Quindi, a mio avviso, un romanzo riesce a essere avvincente in ogni epoca e per ogni lettore quando riesce a penetrare nell’animo dei protagonisti e a descrivere le loro passioni, le loro lotte, i loro sacrifici, le loro ambizioni. E quando chi scrive interpreta quello che narra con altrettanta passione, non risparmiandosi, riversando tutto quello che sente e che possiede di abilità, intuizione, originalità, ricchezza linguistica, sfumature espressive, capacità di leggere l’animo umano. Non so se i miei romanzi riescano nell’intento (lo devono dire gli altri) ma è certo che lo spirito con cui li scrivo è questo.

Nei suoi romanzi si percepisce un forte legame tra il dato storico e la riflessione umana. Quale ruolo attribuisce alla narrativa storica nella società di oggi?

Se aboliamo la letteratura, specie la letteratura vera, quella di alto livello, non ci sarà più società, nel senso che si regredirà all’età della pietra e si cancelleranno secoli di cammino verso la civiltà. Lo stesso accadrebbe se si perdesse la capacità di apprezzare la bellezza in tutte le sue forme, perché l’apprezzamento della bellezza educa alla virtù, al bene. Sono un’ottimista, anche se oggi non è facile esserlo, e voglio sperare che gli esseri umani capaci di apprezzare l’arte e di amare il bello e il bene (che sono poi la stessa cosa) saranno sempre più numerosi dei bruti.

Nel suo ultimo romanzo Il velo di Lucrezia torna a raccontare una figura femminile complessa e affascinante. Cosa l’ha colpita di più di Lucrezia e cosa ti ha spinto a darle voce in questa nuova storia?

Per chi, come me, ama molto l’approfondimento psicologico, Lucrezia (come anche Filippo) è stato un personaggio stimolante e impegnativo. Non è stato facile decifrarne il carattere, né intuire le ambizioni, i sogni, le aspirazioni che racchiudeva nel cuore, anche perché non si trova molta documentazione su di lei. Tuttavia, c’è stato un episodio che mi ha aiutato a comprendere a fondo il suo temperamento, i suoi bisogni e il rapporto che la legava a sua sorella Spinetta. Quando Lucrezia fugge dal convento (gesto che già di per sé richiede un immenso coraggio e determinazione) si scatena un tale scandalo che tutti i maggiorenti di Parto e anche di Firenze – dal vescovo, al podestà, ai consiglieri del comune – si recano da lei minacciando ogni genere di punizioni e di drammatiche conseguenze se non si fosse pentita e rientrata nei ranghi della chiesa: conseguenze, per altro, assolutamente concrete e inevitabili per una religiosa che, come lei, aveva commesso il più grave dei sacrilegi rinnegando un voto sacro. Ebbene, mentre Spinetta si lascia spaventare e si piega, Lucrezia resta ferma nelle sue posizioni e abbandona il convento, accettando la gogna sociale e morale piuttosto che soffocare il suo bisogno di vivere e ritornare in un luogo che lei sente come una prigione, una tomba nella quale è stata sepolta viva. Lucrezia non è la ragazza giovane e ingenua che si lascia sedurre da un uomo famoso, di trent’anni più vecchio. È una donna del tutto consapevole delle proprie aspirazioni e di ciò che vuole dalla vita, una donna che vuole essere padrona del suo destino e che compie una scelta consapevole.

L’amore tra Lucrezia e Filippo sfida le regole del tempo e della Chiesa. L’ha affascinata di più l’aspetto storico o quello umano di questa vicenda?

Mi ha affascinato, come sempre, l’aspetto umano: cosa questo amore ha significato per entrambi, in che modo ha sovvertito le loro vite, cosa si cela nelle pieghe di questa dirompente passione, se si riduca solo a questo – una passione, appunto – o se sia molto di più, quale progetto, quale secondo fine perseguono entrambi e in che modo ognuno dei due ha bisogno dell’altro per realizzarlo. Sono sempre attratta dalla vicenda umana che coinvolge – e, in qualche caso, travolge – i miei protagonisti, come si sviluppi la loro personalità e come questa influenzi la loro vita e le loro scelte, quali passioni. desideri, bisogni agitino i loro cuori e influenzino il loro agire, la modernità della loro lotta.

Può anticiparci se sta lavorando a un nuovo romanzo? Ci sono temi o epoche che le piacerebbe esplorare in futuro?

Non scelgo mai a priori né i temi, né le epoche. Scelgo le storie, che contengono già in sé i temi e l’epoca storica. Per ora sto ancora un poco…trastullandomi…Ma dovrò darmi una mossa…

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