Viaggio nella storia

Spoliazioni e segreti del Louvre

Articolo a cura di Raffaelina Di Palma

Da quando esiste l’arte, esistono i furti d’arte.
La storia delle spoliazioni di opere d’arte durante i conflitti ha origini antiche, resa particolarmente sistematica dai generali napoleonici, che sottrassero opere d’arte in tutta Europa, e portata poi a livelli di crimine su scala industriale dal regime nazista, durante la Seconda Guerra Mondiale, che confiscò e impose la vendita di un quinto di tutte le opere d’arte occidentali esistenti.

Dopo i conflitti, ci sono stati numerosi sforzi internazionali per la restituzione dei beni trafugati, ma il processo si è rivelato complesso e spesso incompiuto.
Questo articolo è una breve “incursione” su uno dei **musei più famosi al mondo”, riguardante in maniera specifica le spoliazioni di opere d’arte che lo hanno visto protagonista nel corso dei secoli: il Louvre.

Originariamente il museo era una fortezza, costruita alla fine del XII secolo durante il regno del re Filippo II; nei successivi rifacimenti, fu sede reale e governativa.


Spoliazioni Napoleoniche (1797-1815)

Durante l’età napoleonica, il Louvre divenne il Musée Napoléon e fu interamente trasformato, accrescendo notevolmente le sue collezioni attraverso le “spoliazioni napoleoniche” di opere d’arte in tutta Europa. Napoleone lo ideò come il più grande museo del mondo, diventando una sorta di intermediario per celebrare il suo potere e l’egemonia culturale francese, mostrando capolavori di varie civiltà. Dopo la sua sconfitta, molte opere furono restituite, ma la vastità delle collezioni e il modello museografico incisero profondamente la storia del museo.

Come nella memoria collettiva alla Rivoluzione francese colleghiamo la visione spietata della ghigliottina, così a Napoleone Bonaparte colleghiamo il ricordo delle sue continue campagne di guerra, che sconvolsero l’Europa per oltre un ventennio. Ma la rivoluzione d’oltralpe dovrebbe essere collegata anche a un’altra effige, quella di rapinatori d’arte: vere e proprie sistematiche spoliazioni delle nazioni vinte, intenzionalmente offese nei loro beni artistici, strappati ai luoghi di culto violati e negli oggetti portati via dalle collezioni private delle famiglie nobili dell’Ancien Régime.

Alle “conquiste” artistiche seguirono parallelamente quelle militari. Per dare a questi espropri un’apparenza di legittimità, Napoleone concepì un sistema ingegnoso: fece inserire le opere d’arte tra le condizioni dei trattati di pace e le considerò come risarcimenti di guerra.

Poté così “vantarsi” con il Direttorio:
“La commissione degli esperti ha fatto un buon raccolto a Ravenna, Rimini, Pesaro, Ancona e Perugia. Queste opere verranno subito spedite a Parigi. Con queste, e con quelle che spediremo da Roma, tutto quello che c’è di bello in Italia sarà nostro, a eccezione di alcuni pezzi che si trovano a Torino e a Napoli.”

La grande Rivoluzione diede vita ai musei pubblici, favorendo un fiorente mercato di antiquariato. Divenne celebre l’affermazione dell’abate Henri Baptiste Grégoire (1750-1831):
“I barbari e gli schiavi devastano i monumenti artistici, mentre gli uomini liberi li amano e li conservano.”

I francesi occuparono Venezia dopo che il doge abdicò, ponendo fine al governo aristocratico.
Le truppe di Napoleone saccheggiarono sistematicamente le sue ricchezze, come l’Arsenale, la Zecca, archivi e tesori artistici, ponendo fine a più di mille anni di storia.


Le spoliazioni naziste (1933-1945)

Durante la Seconda Guerra Mondiale, i tedeschi non riuscirono a saccheggiare le collezioni più importanti del Louvre grazie all’evacuazione segreta organizzata dal direttore Jacques Jaujard nel 1939: senza che nessuno glielo ordinasse, previdentemente spostò le opere in luoghi sicuri della campagna francese. (La stessa operazione fu fatta in Italia quando l’ombra nazista iniziò a minacciare i cieli d’Europa).

Tuttavia, i nazisti fecero scempio delle collezioni della Galleria del Jeu de Paume (Galleria Nazionale), utilizzando le sale del Louvre come deposito per le opere razziate alle famiglie ebree, poi spedite in Germania.

Il 25 agosto 1939, Jacques Jaujard chiuse il museo per tre giorni, ufficialmente per lavori straordinari. Operatori, custodi, volontari e studenti, per 72 ore ininterrotte, staccarono centinaia di quadri e rimossero altrettante sculture. Mentre il livello della Senna continuava ad alzarsi, lavoravano nei sotterranei del museo per trasferire le opere in luoghi sicuri. Una vera corsa contro il tempo. In quel caso non era l’acqua di un fiume il pericolo, ma le mani e le bombe dei nazisti (ricordato dalla Fondazione The Monuments Men).

Una vicenda narrata anche da “L’uomo che salvò il Louvre” di Jean Pierre Devillers e Pier Pochard.
Dal Louvre partirono duecento veicoli, in convogli diretti verso i castelli della Loira o sconosciuti paesi di campagna, lontani dagli obiettivi di Hitler.

Dopo l’invasione di Parigi il 14 giugno 1940, il Louvre riaprì le porte al pubblico, ma aveva perso il suo splendore. Nelle sue sale regnava il silenzio e la tristezza: alcune erano sporche e vuote, altre contenevano solo opere senza valore.

Hitler nominò un tedesco, il conte Franz Wolff-Metternich, come co-direttore del Louvre. Uomo erudito, collaborò con Jacques Jaujard in buon accordo per quasi due anni. Nel 1942 Metternich fu sostituito e tornò in Germania. Sapeva dove le opere erano state nascoste, ma non rivelò questo segreto, temendo che tutto potesse essere rovinato.

Per il recupero delle opere trafugate, una grossa mano la diede l’unità speciale “Monuments, Fine Arts, and Archives (MFAA)”, nota come Monuments Men. Composta da esperti d’arte, curatori, architetti e storici, provenienti da 14 nazioni, il loro compito era proteggere e recuperare tesori artistici e monumenti culturali rubati dai nazisti.

Alla fine del conflitto riuscirono a recuperare e restituire 5 milioni di opere d’arte ai loro legittimi proprietari. Le opere furono gradualmente restituite al Louvre, consentendo la riapertura del museo e il ritorno alla normalità.

Consigli di lettura

Le donne della Gioconda
Josselin Guillois 

Parigi, agosto 1939. Mancano pochi giorni allo scoppio della guerra e i nazisti hanno un piano per attaccare la Francia e occupare la capitale. La Gioconda e con essa molti altri capolavori sono in pericolo. Ma c’è un uomo pronto a rischiare la vita per salvare il Louvre: si chiama Jacques Jaujard, è il direttore dei Musei nazionali e sta per dare inizio alla più grande evacuazione di opere d’arte della storia. Un’impresa mai tentata prima che non può compiere da solo. Tre donne partecipano al trasferimento di un patrimonio di inestimabile valore per mettere al sicuro le collezioni al castello di Chambord, nella Loira, lontano da avidi predatori. Sono loro la sua più grande risorsa: la moglie Marcelle, la figlioccia Carmen e l’attrice Jeanne offrono il loro aiuto. Tre donne che esplorano i propri desideri e le proprie fragilità, lasciando che sia l’istinto a guidarle e cercando ispirazione nei dipinti che stanno contribuendo a salvare. Non esiste altro modo per offrire alla Monna Lisa, alle tele di Rubens, alle maestose opere del Veronese la possibilità di mostrarsi allo sguardo stupito e meravigliato delle generazioni che verranno. Anche se si tratta di una corsa contro il tempo. Perché i più stretti collaboratori del Führer non si fermano di fronte a niente pur di ottenere quello che vogliono.

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