Narrativa recensioni

La fame del suo cuore – Antonella Ossorio

Recensione a cura di Luigia Amico

Non ho mai ucciso né donne, né bambini, né uomini giusti, sono innocente!”

Queste parole ci introducono subito nel cuore del romanzo di Antonella Ossorio, un libro potente, doloroso e profondamente umano, che racconta storie di violenza e resilienza femminile. Una storia che parla di donne, per le donne, ma anche attraverso le donne.

Tema centrale è la violenza sulle donne: fisica, psicologica, quotidiana. Non è un romanzo che si accontenta di descriverla: la vive, la respira, la mette al centro ma non si ferma lì. Antonella Ossorio costruisce un mondo in cui la sofferenza è reale, radicata, ma dove non manca la possibilità che il dolore si trasformi in rabbia, in scelta e in lotta.

La trama ruota intorno a due voci: Nadèžda, moglie maltrattata e abusata, madre di Elena (il suo raggio di sole), che vive ogni giorno sotto il peso delle botte, della paura, della sottomissione e Alexe Popova, figura misteriosa, potente, quasi mistica. Popova è colei che denuncia, che resiste, che decide di non nascondersi più, pur pagando un prezzo altissimo.

“La ricompensa era essere sopravvissuta una volta di più agli effetti della condanna che nel tempo remoto della mia innocenza avevo osato chiamare amore.”

Eppure, Alexe non appare come protagonista nel modo tradizionale: la sua vita, i suoi traumi, le sue scelte ci arrivano attraverso i ricordi, le storie, le voci di Nadèžda e delle altre donne che le orbitano attorno. È proprio questa modalità narrativa (filtrata, riflessa, evocata) che rende il racconto più straziante e allo stesso tempo più universale.

L’autrice intreccia con abilità la voce narrante di Nadežda con brevi, struggenti capitoli dedicati all’infanzia di Alexe. Sono come fenditure nel tempo, flashback che riportano alla luce il dolore antico da cui nasce la donna che conosceremo. Ogni ritorno al passato è una ferita che si riapre, ma anche un tassello che spiega chi è davvero Alexe e da dove proviene la sua fame di giustizia.

Non mancano i passaggi forti, crudi: scene che colpiscono davvero, che fanno male. Tra questi, i ricordi dell’infanzia di Alexe che mostrano la bambina reagire al male subito con gesti estremi, mentre la violenza domestica, in altri passaggi, esplode nella sua forma più brutale. Pur essendo intensa e vivida, la narrazione non si sofferma sul contesto storico in maniera dettagliata: la Russia dei primi del Novecento resta sullo sfondo, percepita più attraverso atmosfere, difficoltà quotidiane e il rigore sociale che tramite informazioni storiche precise. Questa scelta, tuttavia, non diminuisce la potenza emotiva del racconto; al contrario, concentra l’attenzione sui personaggi e sui loro conflitti interiori rendendo il romanzo profondamente psicologico e immediato.

Personalmente, alcune scelte dei personaggi mi hanno colpito profondamente, lasciandomi un misto di rammarico e riflessione: cosa è giusto o non giusto fare di fronte al dolore e all’ingiustizia? Qual è il confine invalicabile tra le due cose? Ossorio non propone risposte semplici né personaggi puramente positivi o negativi, non c’è un eroe limpido, non c’è una vittima senza ombre e sono proprio queste sfumature di ambiguità morale a rendere la storia così intensa e dolorosamente reale e memorabile.

“Fu appunto da un ragionamento estemporaneo su quanto talvolta possa rivelarsi labile il confine tra bene e male che nacque il mio desiderio di narrare questa vicenda. Ne è risultato un romanzo che mescola la verità con una dose d’invenzione necessaria a riempire i vuoti narrativi, a fornire a Popova di un vissuto pregresso […] Nadezhda. A quest’ultima, dalle cronache genericamente definita ‘una donna’, ho affidato il ruolo di voce narrante. La sua personale visione, che coincide con la mia, non vuole essere un resoconto fedele degli eventi, ma un tentativo di rendere conformi al vero finanche vicende e personaggi di fantasia.”

Questa nota dell’autrice è molto importante: ci ricorda che quello che leggiamo è una “reale invenzione”, verità storica mescolata con finzione, con spazi immaginati che colmano il dolore, le omissioni e il silenzio delle donne di un’epoca che spesso neppure le nominava come soggetti con diritti.

E questa frase mi rimane nel cuore: una storia che parla di donne, per le donne, ma anche attraverso le donne. Perché tutto il racconto si muove su questi piani sovrapposti: le donne che vivono la violenza, quelle che la subiscono, quelle che la sfidano, quelle che narrano.

La scrittura di Antonella Ossorio, con il suo stile e impatto psicologico, riesce a essere cruda ma anche delicata quando serve; non cede al melodramma ma non esita a mostrare le ossa del dolore. I dialoghi interiori, le descrizioni dei traumi infantili, la modalità di intrecciare presente e passato, memoria e sogno, fanno sì che il profilo psicologico dei personaggi sia marcato e coerente. Non ci sono caricature: Nadèžda non è solo vittima, Alexe non è solo giustiziera. Ognuna porta con sé ambiguità, conflitti interni che rendono le loro scelte comprensibili, dolorose e umane.

Se dovessi consigliarlo, lo farei a chi ama i romanzi che non hanno paura del buio, che scavano dentro l’anima, che ti costringono a fare i conti con la storia personale e con quella collettiva. “La fame del suo cuore” non è una lettura facile, ma è necessaria. È un libro che ferisce, che provoca e che lascia domande più che risposte. Però, proprio in quelle domande, c’è la sua forza più grande.

“Fallo ancora, Popova. Torna a farlo finché nel mondo ci sarà anche una sola di noi maltrattata, umiliata o uccisa per l’unica colpa d’essere donna.”

Trama

«Non ho mai ucciso né donne, né bambini, né uomini giusti. Sono innocente». La voce di Alexe Popova è ferma. Il corpo minuto chiuso nell’abito nero, la treccia screziata di bianco avvolta attorno al capo, lo sguardo feroce inchiodato in quello del giudice che la incalza, in cerca di un barlume di pentimento. Trecento uomini uccisi crudelmente, secondo la Legge. Trecento donne riportate alla vita secondo Alexe Popova, che di quelle creature indifese si è sempre sentita madre. L’ostinazione nel restare fedele ai suoi princìpi e nel dichiararsi innocente nulla può contro le prove a suo carico, contro l’opinione pubblica e la folla, assiepata di fronte al tribunale di San Pietroburgo, che grida la sua sentenza: «Al rogo la strega!» Così, di fronte al plotone di esecuzione, in un gelido mattino del 1909 si chiude uno dei casi di cronaca più clamorosi della Russia zarista; così muore l’assassina di Samara, che in quella cittadina adagiata sul Volga si è macchiata di un numero disumano di delitti: un’autentica strage. Dietro la maschera altera di Popova deve, tuttavia, nascondersi un mistero. È soltanto una pazza criminale o una donna traumatizzata da un’infanzia di soprusi? Oppure un angelo vendicatore che ha scelto di risparmiare ad altre la vita che le è toccata in sorte? In un romanzo lancinante, Antonella Ossorio racconta, con la voce di una di loro, la vera storia della sterminatrice di uomini che fu anche salvatrice di donne, simbolo in carne e sangue della ribellione a un mondo spietatamente maschile.

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