Personaggi Storici Viaggio nella storia

Alda Merini: la poetessa che cantò il dolore degli emarginati

“Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.”
( Alda Merini, da “Vuoto d’amore”)

Articolo a cura di Raffaelina Di Palma

Mi piace iniziare l’articolo con questa poesia, a mio parere quella che rappresenta in maniera più significativa, che racchiude in poche parole la difficile vita di Alda Giuseppina Angela Merini.
Alda Merini nacque il 21 marzo 1931 a Milano. Il padre, Nemo Merini, originario di Brunate, era primogenito degli otto figli di Giovanni (un conte comasco diseredato per aver sposato una contadina).
Alda viveva tra un padre colto, affettuoso, dolce e attento, che a cinque anni le regalò un vocabolario e le spiegava l’etimologia delle parole tenendola sulle ginocchia, e la madre, Emilia Painelli, una donna austera, pratica, fredda e altezzosa, che tentò (invano) di proibirle di leggere i libri della biblioteca paterna, in quanto voleva per lei un unico futuro di moglie e madre.

Quando la figlia, alunna delle elementari, in seguito a una crisi mistica, portava il cilicio, partecipava a tutte le messe nella vicina basilica di San Vincenzo in Prato e voleva farsi monaca, la madre scambiava quello stato di sofferenza emotiva e psichica come un’esibizione per attirare l’attenzione e, per curarla, la riempiva di vitamine.
Per farle passare lo slancio vocazionale, insieme con la maestra stabilirono una sorta di ritiro scolastico. Lei per vendicarsi, per fare dispetto all’alta valutazione del rango di famiglia della madre, andava a mendicare vestita di stracci, aggiungendo di essere orfana. La madre, quando la scoprì, la punì duramente.

Alda terminò il ciclo delle elementari con voti molto alti. Fu il padre però che le impose i tre anni di avviamento al lavoro presso l’Istituto Professionale Femminile Mantegazza.
Forse non tutti sanno che Alda Merini fu bocciata alla prova di italiano per l’ammissione al liceo classico “Alessandro Manzoni”.
Ma tutto ciò non ebbe conseguenze sul suo futuro di intellettuale; anzi, quell’evento simboleggiò positivamente un periodo della sua adolescenza.

Quella bocciatura, avvenuta nel 1947, che lei stessa ricorderà in alcuni suoi scritti, fu una circostanza che la portò a chiedersi l’importanza delle parole e la conoscenza della follia.
Un evento che lei interpretò come una sorta di presagio e di conferma della sua sensibilità, del suo essere “diversa”. Nei suoi versi metteva a nudo la sua fragilità e la sua “disabilità”: ne fece una componente che avrebbe rappresentato anche il suo percorso successivo, caratterizzato da problemi psichiatrici e da tanti ricoveri in ospedale.

Dopo la bocciatura fu ricoverata nella clinica Villa Turro a Milano, dove le fu diagnosticato il disturbo bipolare: una patologia che si manifestava con marcate oscillazioni dell’umore, alternando momenti di euforia a momenti di profonda tristezza. Crisi che duravano mesi con un impatto importante sulla sua vita quotidiana e sulle sue relazioni lavorative, sociali e personali.

Descrisse la sua malattia come “ombre della mente” e la sua vita fu una continua frustrazione dei rapporti, una fonte di dolore ma anche di profonda ispirazione poetica: trasformò la sua esperienza in un’arte capace di mettere in comunicazione la sofferenza e la resilienza umana.
In alcuni suoi versi ci sono amore e passione, in altri amarezza e nostalgia: una poetica a volte cruda e disadorna, ma mai priva di dignità.

Se è davvero fragile il confine tra poesia e pazzia, chi forse lo attraversò più di tutti fu Alda Merini, la cui vita, tra talento e malattia, venne ricostruita nel film “Folle d’amore” di Roberto Faenza.
L’interpretazione di una vita tormentata e appassionata che rappresenta la poetessa legata sentimentalmente al ricordo del suo primo amore, il poeta Giorgio Manganelli, che incontrò da adolescente, il quale la apprezzò come poetessa alle prime esperienze e se ne innamorò, anche se era già sposato.
Forse fu proprio quell’abbandono che condizionò le scelte future di Alda, che si sposò con un operaio, un uomo semplice che non riuscì a capire i turbamenti della moglie, i suoi cambi d’umore e la sua estrema sensibilità.

La sua arte poetica è leale, esclusiva, ed è proprio questo che le fa meritare il titolo di una tra le voci più significative della scrittura italiana contemporanea.

Questo articolo è dedicato non alla poetessa, ma alla donna Alda Merini: una donna che trasformò momenti dolorosi e sofferti, uniti alle difficoltà di una società che non sempre era accogliente verso emotività diverse, vissute però come un momento di crescita e consapevolezza; momenti di desideri intensi e di altissima ispirazione, riuscendo a tenere fede alla sua libertà di pensiero e a renderlo, nonostante tutto, leggero e gioioso: vivendo la “sua” vita, in un’epoca in cui bastava essere poeti per finire in manicomio.

“Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara.”
(Alda Merini)


Letture consigliate

Perché ti ho perduto
Vincenza Alfano

Lei è Alda Merini, “La poetessa dei Navigli”, una voce libera da ogni travestimento, un’anima che non conosce finzione, non accetta il compromesso. La chiamano folle e lei si abbandona alla follia, al tempo stesso, condanna e benedizione. È ancora una bambina quando il bombardamento di una guerra troppo vicina distrugge la sua casa e l’allontana dalla città e dalla scuola. Diventa la rivelazione del cenacolo di Giacinto Spagnoletti e la giovanissima amante di Giorgio Manganelli, adorato compagno delle discese nell’abisso della sua mente abitata da ombre. Alda ci prova ad aggrapparsi alla realtà, al marito, alle figlie, ma la normalità la opprime e la rende incapace di accettare il compromesso disumano che soffoca l’urlo fiero e doloroso della sua anima. Solo grazie alla poesia può dare un nome al mondo fantasmagorico che abita con strazio e incanto. Internata in manicomio, attraversa un percorso di cadute e resurrezioni. In quella stanza bianca non è mai sola: accanto a lei ci sono le visioni e il ricordo di Giorgio che ha perduto, le altre anime sofferenti di quella bolgia infernale, ma soprattutto c’è la sua amica Celeste, che cela un segreto indicibile. Vincenza Alfano riscrive liberamente alcune pagine della biografia  di Alda Merini e, attraverso una trasfigurazione fantastica, ne ripercorre le pieghe più nascoste in un gioco di specchi che ci rimanda la sua storia di speranza e di felice condanna.  

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