Recensione a cura Ivana Tomasetti
Il colpo di scena finale scuote il lettore e fa chiudere il libro con un sorprendente sorriso. È il secondo libro della serie dell’ispettore vittoriano Decimus Webb, che si destreggia tra cimiteri, viuzze malfamate della Londra di fine Ottocento e ville di rispettabili uomini d’affari, in uno sviluppo di circostanze e di personaggi che nascondono le loro reali identità, senza far insospettire, ma che poi si rivelano per quello che sono.
“«Me lo legga, se non le dispiace», dice Webb. «“Knight’s Hotel, Knight’s Court, Godliman Street. Omicidio. La prego di venire. Chiedo la sua consulenza. Hanson, polizia della Città di Londra”. Non c’è niente da fare. Deve essere un brutto affare se ci hanno chiamato. I ragazzi della City preferiscono tenere le cose per sé».”

La trama si sviluppa su canali differenti che sembrano non avere relazioni tra loro, frammisti a descrizioni impeccabili di ambienti vivissimi, per poi convergere nel finale che amalgama significati e conclusioni in una bella lettura entusiasmante e scorrevole. Il regista di questo intreccio all’apparenza insolubile è l’ispettore Webb; insieme al suo sergente Bartleby, dimostra intelligenza, capacità deduttiva e tenacia nel collegare gli eventi come la sparizione di un cadavere dissepolto e le uccisioni di giovani ragazze che si intrattengono con i loro clienti. Non mancano scene di sonnambulismo, che danno un pizzico di stranezza alla vicenda. Chi sarà l’assassino?
L’autore con abilità ci tiene con il fiato sospeso facendoci attendere mentre ci porta in situazioni lontane dal prevedere una soluzione, poi ci dà qualche spunto che ci sembra avvicinare alla conclusione, noi speriamo di comprendere, mentre il percorso si allontana di nuovo. Il ritmo segue uno sviluppo logico e la macchina narrativa funziona, frammista a colpi di scena che tengono viva l’attenzione, una conclusione che viene posticipata con sapienza, contornandosi di false piste.
La struttura del romanzo si avvale di “Interludi”, con un io narrante che parla a un’ipotetica persona, capiremo di chi si tratta nel proseguo dei capitoli.

“A ogni modo, mi trovai lì, a camminare tra ubriachi e puttane, ed ebbi una sorta di illuminazione. È una semplice verità che non viene mai riconosciuta: un uomo può fare tutto ciò che vuole, almeno in questa vita, purché non si faccia scoprire.”
È subito empatia con i personaggi, che agganciano emotivamente il lettore, specialmente con quello dell’investigatore che si avvicina sempre più chiaramente all’assassino. Conosciamo una coppia, i Woodrow: l’uomo, dal carattere rigido e quasi violento, è preso dai suoi affari resta lontano dalla famiglia, mentre la moglie tenta di giustificare i suoi atteggiamenti poco cortesi con l’ospite americana che è venuta a trovarli per qualche giorno. La signora riceve anche biglietti che incolpano il marito di qualche attività illecita, ma preferisce ignorarli, scegliendo di mettere la testa sotto la sabbia piuttosto che affrontare la realtà. Di tutt’altra pasta sembra essere fatta Annabel (forse perché arriva dal nuovo continente?) che dà prova di coraggio e schiettezza rivelando all’ispettore particolari importanti per l’indagine.
“Prima che Annabel abbia il tempo di invitarla a entrare, Melissa Woodrow si introduce nella stanza. È anche lei in tenuta da notte, benché la sua vestaglia di seta bianca e ricami orientali a forma di fiori di loto sia forse un po’ più appariscente di quella dal taglio sobrio della cugina.
«Buongiorno, mia cara», dice la signora Woodrow. «Ho visto la lampada accesa…».
«Oh!», esclama Annabel. «Ti ho disturbata? Sono desolata. Ho cercato di tenere la luce fioca».”
Non è da dimenticare la figlia, Lucinda Woodrow, tipica ragazzetta capricciosa, che ha una relazione burrascosa con la madre e che soffre di sonnambulismo. Annabel cerca di ridurre i conflitti, ma alla fine si scontra col padrone di casa e va in albergo. Ma anche questa non sarà una situazione definitiva e i colpi di scena proseguono! Altre figure femminili sono le prostitute che incontrano la morte violenta e che restano ai margini della storia. In effetti il loro ruolo è funzionale al racconto giallo relativo all’epoca: la donna è prostituta, madre o moglie oppure in cerca di marito.
Restano da definire i personaggi con cui il capofamiglia intrattiene relazioni d’affari e non solo. Un mistero dietro l’altro che verrà svelato solo alla fine. Una cosa posso dire: tutti questi uomini si occupano di attività inerenti alla morte, dagli abiti alle bare, al funerale, alla cerimonia e talvolta si parlano con frasi sibilline, che ci incuriosiscono ancora di più.
Forse non ci sono personaggi con cui ci possiamo identificare, ma possiamo invece entrare nella storia e pensare di vivere negli ambienti di fine Ottocento che ci vengono descritti.

L’ambientazione risulta rilevante: conosciamo i dettagli di una Londra vittoriana, sentiamo i cavalli al trotto passare sulla strada, vediamo le fruste dei vetturini e le ombre dei quartieri malfamati dove carrozze a noleggio si fermano per far scendere distinti signori mentre cala la nebbia… Descrizioni minuziose, nomi di vie e quartieri rallentano la lettura che vorrebbe correre al finale, ma deve pazientare.
La novità sta nell’intreccio, nello scambio di identità, nella soluzione finale che capovolge le relazioni descritte nel romanzo. L’aggancio con i cimiteri e le attività che vi si svolgono, oltre al fatto di disseppellire un morto, rendono l’atmosfera di un giallo con sfumature di thriller.
L’invenzione narrativa efficace può essere considerata la voce che parla negli Interludi: conosciamo il punto di vista dell’assassino prima ancora di sapere chi è. Un romanzo simile potrebbe essere “Il cremulatore”, dove però simili scambi avvengono lungo l’intero romanzo.
Il linguaggio è scorrevole, formale nei dialoghi come nel tempo in cui avvengono i fatti, non sembra esserci ricerca particolare nella differenziazione delle voci dei personaggi, anche se il loro carattere risulta alla fine ben definito.

Cosa ci dice questo giallo? Potremmo ricordarlo anche solo per le immagini di una Londra di fine secolo, oltre al divertimento di una lettura piena di suspance.
Lee Jackson ha scritto vari romanzi e saggi storici, a tema vittoriano. Ha pubblicato “Un omicidio a Baker Street” e “Morte al Mourning Warehouse”.
PRO
Lettura divertente e accattivante, capovolgimento della scena iniziale, quasi idilliaca.
CONTRO
Qualche parte non inerente alla trama vera e propria, forse un escamotage per allungare il romanzo.
Trama
Due giovani prostitute vengono trovate barbaramente assassinate in un bordello di Londra. Nella mano di una delle vittime c’è un pezzo di carta su cui è scritta un’enigmatica citazione biblica. Il giorno dopo, un telegramma avverte Scotland Yard che un cadavere è stato trafugato dal cimitero di Abney Park. L’ispettore Decimus Webb, che conosce bene le turpitudini dell’animo umano tanto quanto le strade malfamate e le case lussuose della città, sospetta che esista un legame tra questi due macabri casi. Le sue indagini lo porteranno presto a un onorevole uomo d’affari e buon padre di famiglia, Jasper Woodrow. Nel cuore delle finzioni della società vittoriana, Webb dovrà usare la sua leggendaria perspicacia se vuole impedire un nuovo omicidio… I vicoli bui e i salotti illuminati a gas della Londra del diciannovesimo secolo fanno da sfondo al romanzo di Lee Jackson con protagonista l’ispettore Webb, e ci conducono in un giallo pieno di suspense.



