Recensione a cura di Roberto Orsi
Ci sono libri che ti prendono per mano e ti accompagnano dolcemente, e libri che invece ti scaraventano in un gorgo oscuro senza chiedere permesso. Centododici. Il sangue e la profezia di Nicola Verde appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non è una semplice lettura, è un’esperienza che costringe il lettore a guardare negli occhi le paure più antiche dell’umanità: la fine dei tempi, l’Anticristo, la possibilità che fede e scienza si intreccino fino a diventare indistinguibili.

Il romanzo prende avvio da un nucleo affascinante e inquietante: la profezia di Malachia, secondo la quale la storia della Chiesa non conterebbe papi infiniti ma si fermerebbe al centododicesimo. Dopo di lui, si spalancherebbero le porte dell’apocalisse. Verde non si limita a evocare questa suggestione: la mette al centro di un intreccio che coinvolge documenti scomparsi, reliquie tenute nascoste nei secoli, visioni mistiche e indagini scientifiche che sconvolgono l’immaginazione. Il passato remoto dei monasteri e delle pergamene si mescola così con i laboratori di genetica e le ricerche più estreme sul DNA umano.
“Cosa avrebbe potuto fare lui, misero uomo, se non lasciare che gli eventi seguissero il loro corso? Quale responsabilità poteva avere nel destino dell’umanità, se non aveva alcun potere nemmeno sul proprio?”
La forza del libro sta proprio nella sua doppia anima: da una parte il respiro storico, che riporta il lettore tra le ombre dei chiostri e le segrete del Vaticano; dall’altra la dimensione scientifica, che spinge a chiedersi se davvero l’essere umano sia così al sicuro dalle mutazioni del proprio genoma. Non è solo un gioco narrativo, ma una vera riflessione sulla fragilità della nostra specie. L’ipotesi della “variante di estinzione”, o quella ancora più sconvolgente della partenogenesi — la capacità di una donna di riprodursi senza fecondazione — non sono soltanto elementi da fantascienza: nelle mani di Verde diventano possibilità tangibili, e proprio per questo disturbano.

Il ritmo narrativo è incalzante, costruito con capitoli brevi che rilasciano progressivamente informazioni e misteri. Non c’è spazio per il superfluo: ogni dialogo, ogni documento recuperato, ogni visione profetica contribuisce a spingere avanti la vicenda. I personaggi, pur mossi da un destino più grande di loro, non sono pedine. Sono uomini e donne con desideri, paure e ambiguità. In questo senso la tensione cresce in modo costante, fino a dare al lettore la sensazione di non poter smettere di voltare pagina.
“È legittimo quindi porsi una domanda: siamo davanti al preannuncio di un evento terribile, dell’arrivo del demone che divorerà l’umanità?”
Altro punto di forza del romanzo è l’atmosfera. Verde sa costruire scene in cui la parola scritta diventa immagine. Che ci si trovi in una biblioteca segreta, davanti a una reliquia venerata da secoli, o in un laboratorio all’avanguardia, la scrittura mantiene una qualità visiva che cattura. Non è difficile immaginare il libro trasposto in un film: la tensione, le ombre, i colpi di scena hanno già un respiro cinematografico.

C’è da dire che questa mescolanza di generi, il thriller storico unito a suggestioni quasi fantascientifiche, potrebbe non incontrare il gusto di tutti. I lettori più puristi, che prediligono una narrazione legata solo a fatti storici e religiosi, potrebbero restare perplessi davanti a certe derive biologiche o futuristiche. Ma proprio in questa contaminazione sta l’originalità del romanzo: Verde osa, spinge oltre i confini del consueto, e porta il lettore a confrontarsi con domande che fanno tremare i polsi.
“Si parlava di una intuizione che avrebbe potuto rivoluzionare i fondamenti della genetica e che sarebbe stata resa pubblica entro pochi mesi, il tempo di una necessaria ulteriore verifica dei dati raccolti.”
In definitiva, Centododici non è solo un thriller che intrattiene: è un libro che mette in crisi, che scuote certezze e lascia aperti scenari inquietanti. È un viaggio che parte dalle ombre della storia e approda alle paure più concrete del presente. Per chi ama il brivido dell’indagine, la suggestione delle profezie e il fascino di una scienza che si spinge fino al limite, questa è una lettura che non deluderà.
“La mia unica certezza è che Dio, attraverso le mie visioni e quelle del beato Malachia, abbia voluto mettere in guardia l’umanità, e ora ci sta suggerendo di completare il messaggio ricevuto con le parole contenute proprio nella Reliquia.”

Trama
Roma, anno 2012: lo scienziato Ludovico Frangipane si appresta a rivelare una sensazionale scoperta sul Dna umano, preludio di una graduale sostituzione della specie Homo Sapiens a favore di un nuovo ramo evolutivo, ma prima che possa farlo viene ucciso. A indagare in solitaria sulla sua morte, rubricata troppo in fretta come incidente, è il commissario Athos De Roberti, amico di gioventù della vittima, con l’aiuto imprevisto di un sacerdote che si rivelerà un agente dei Servizi segreti vaticani.
La scoperta di Frangipane sembra infatti avvalorare le predizioni contenute nella Profezia di San Malachia, nelle visioni mistiche di San Bernardo di Chiaravalle e soprattutto in una pergamena, la Reliquia più sacra, contesa tra due sette che si proclamano discendenti degli Esseni. La trama si sviluppa su diversi piani temporali, coinvolgendo anche il lettore in un’indagine atipica tra Medioevo e contemporaneità. La posta in gioco non è solo la verità sulla morte dello scienziato, ma la conferma dell’approssimarsi di un’apocalisse che lascerà intatto il mondo, cambiando solo l’umanità come finora l’abbiamo conosciuta



