Recensione a cura di Mara Altomare
Tra le motivazioni che hanno spinto l’autrice di questo romanzo a scriverlo, c’è stata sicuramente quella di rendere omaggio alla propria famiglia, quel senso di necessità di fermare, tramite la parola scritta, la memoria di racconti ascoltati tante volte negli anni, racconti di vita vissuta che non dovevano essere assolutamente persi. Consegnare questa storia alla scrittura ha permesso a un uomo semplice, un nonno che potrebbe essere il nonno di tutti noi, di diventare “memoria per sempre”, per i suoi figli, nipoti e pronipoti… e così succede che un piccolo libro di sole 160 pagine e con alle spalle una casa editrice indipendente, Bonfirraro Editore, racchiuda una potenza incredibile e conferisca al suo protagonista l’immortalità.
Quello che è ancora più straordinario è il potere della condivisione, perché quando una storia del genere diventa un libro, allora anche i lettori ricevono un regalo, un’opportunità, un messaggio, e la vita del protagonista, con la sua esperienza così dura, così dolorosa, trova un senso in più.
Giuseppe è un soldato comune, che nel 1943, all’indomani dell’armistizio, viene deportato dalla Grecia, dove si era trovato a combattere, fino ai campi di lavoro di Wietzendorf in Germania.
Internati Militari Italiani (IMI) furono classificati dalla Germania di Hitler i soldati italiani catturati sul territorio italiano, ma anche in Slovenia, Croazia, Albania, Grecia, Isole Egee e Ionie, Provenza e Corsica, dopo l’8 settembre 1943 e deportati nei campi di prigionia del Terzo Reich.
Formalmente “lavoratori”, di fatto prigionieri.
È un capitolo di storia che riguarda oltre 600mila militari italiani negli Stalag della Germania nazista, che operarono “resistenza” rifiutando la collaborazione con i nazisti, a costo di indescrivibili privazioni e sofferenze. Ed è interessante sapere che la vicenda è stata oggetto di forte interesse negli ultimi anni, al punto che è stato istituito a Roma un Luogo della Memoria per gli IMI, aperto al pubblico.

Tra i reduci, chi come Giuseppe riuscì a tornare, incontrò spesso lungo la strada un’ulteriore corsa ad ostacoli con mezzi di fortuna, in molti casi impiegando anni, con un’accoglienza non sempre benevola da parte di famiglie e istituzioni.
È questa per Giuseppe la “marcia per la libertà”, dove libertà significa casa, e il fatto che ce lo racconti in prima persona lascia capire, fin dalle prime pagine, che lui è tra i privilegiati sopravvissuti agli orrori della deportazione. Quello che affascina e coinvolge è la testimonianza di un uomo comune e tutto il suo sentire: la fatica, il freddo, il caldo, lo sporco, la fame e la sete. E poi la paura, l’orgoglio e la dignità.

Una donna è a casa in Sicilia ad aspettare, animata dal ricordo e dalla speranza, ma costantemente nel dubbio. Anche lei racconta di sé, e se in queste pagine si coglie una dimensione del tempo che passa, di fatti quotidiani e storici che accadono, l’esistenza di Giuseppe appare invece congelata, paralizzata. Palpabile è anche il continuo senso di incertezza che trasmette Giuseppe, perché all’indomani dell’armistizio le notizie dal mondo sono contraddittorie, sospese, non si capisce da che parte stare, si attende la liberazione e la libertà. Incertezza del presente, con la ricerca di indizi che aiutino a capire, man mano che si cammina, in che luogo dell’Europa si stia viaggiando; incertezza del futuro e del proprio destino; incertezza sui propri cari a casa, di cui non si sa se sono ancora vivi, o se le loro città sono state liberate… si vive di congetture e in continuo stato di attesa.
“Eravamo in una specie di limbo, perché se pure l’armistizio era stato firmato, non si capiva ancora bene cosa avevano intenzione di fare Mussolini e i fascisti; così anche i nazisti, nel dubbio, ci avevano fatti prigionieri, ma non ci avevano ancora ammazzato, e questo era buon segno!”
È un tempo surreale, dove la guerra è un’esperienza in cui l’uomo semplice si mette un fucile sulle spalle senza capirne la ragione, invitato al coraggio e all’amore per la patria, che però, spesso, è una patria in cui fa fatica a riconoscersi.
“Ma dove era ora la patria? Cosa faceva per noi? Eravamo ancora italiani da ricordare e difendere o pedine senza alcun valore?”
In queste giornate confuse e nel totale isolamento dal resto del mondo, un evento eccezionale conforta la vita quotidiana nel campo: grazie a dei mezzi rimediati viene costruita di nascosto una radio! E’ l’unico contatto possibile con la realtà, ma è un piccolo miracolo che deve rimanere segreto, continuamente utilizzato e smontato, come la tela di Penelope… nella drammaticità della situazione c’è una pagina singolare che può strappare un sorriso…
“La sera tra le 21,00 e le 23,00 uno dei quattro stava in equilibrio precario in cima a una brandina a castello e fungeva da antenna con in bocca un capo del filo; spostava la gamba per controllare il segnale; con la mano sinistra variava la sintonia e con la destra appuntava velocemente le parole che riusciva ad afferrare”
I componenti vengono smontati ogni notte e di giorno sono solo scatolette vuote e pezzi di latta che si mischiano tra i miseri averi dei prigionieri. Quell’oggetto è “una finestra sul mondo, un portale verso l’esterno, uno spiraglio” da cui si può scorgere la verità, anche se spesso le notizie e il passaparola diffondono informazioni distorte o amplificate.

È un diario scritto in prima persona, scarno nei dialoghi, ma intenso nella condivisione delle emozioni e nella testimonianza degli eventi, dove ogni giorno in cui si sopravvive è un miracolo e un passo verso casa.
Non ci intriga con una trama articolata, ma ci mette tra le mani una vita di un uomo: emozioni e paure, coraggio e desolazione, dolore e fede, tanta fede. Lasciandoci un messaggio: la speranza non va mai persa e ci tiene in vita anche quando si è a un passo dalla fine… quando il sangue è “scolorito”, malridotto, con i geloni ai piedi, con il mal di stomaco per aver mangiato pane ammuffito, senza più pensieri né desideri, di contro c’è “una forza uguale e contraria che spinge a vivere e soffrire, soffrire per vivere”

È un romanzo che va assimilato con i cinque sensi, un’esperienza che va oltre la lettura, che racchiude rumori, odori, brividi, che va respirato e vissuto. Da leggere, e se possibile, da ricevere in silenzio, con l’attenzione e lo stupore con cui si ascoltano i racconti dei nonni… se si ritorna per un po’ bambini e si prova a leggere con questi occhi, un romanzo diventa un abbraccio, e un uomo qualsiasi diventa un eroe.
TRAMA
Una storia vera, commovente e necessaria.
Giuseppe è un uomo semplice, deportato in Grecia dopo l’8 settembre 1943. Affronta fame, gelo, marce forzate, angherie. Gli resta solo la dignità, e una memoria che diventa resistenza. Dall’altra parte del mare, sua moglie lo aspetta, tenendo strette le sue lettere come fossero preghiere. “In marcia per la libertà” è la storia di tanti uomini dimenticati dalla grande Storia, di internati militari italiani ridotti a forza lavoro, abbandonati da uno Stato che non seppe difenderli, ma capaci di resistere con fierezza.
Un atto d’amore, un inno alla resilienza e un potente invito a non dimenticare.




