Viaggio nella storia

Falsari geniali nella storia dell’arte e dei libri

Articolo a cura di Claudia Babudri

“Con l’inchiostro, chiunque può scrivere qualsiasi cosa”, esordisce Marc Bloch nell’Apologia della storia, riflettendo sul ruolo dei falsi: un veleno potente, capace di “viziare la testimonianza”. Nel corso dei secoli, le forme del falso storico sono state innumerevoli. Dalle opere d’arte ai libri, fino ai più generali documenti, la falsificazione ha comportato tanto l’alterazione di fonti autentiche quanto la creazione ex nihilo di testimonianze, con lo scopo di ottenere vantaggi politici, culturali o economici, o di tramandare eventi, dottrine e istituzioni in versioni parzialmente o totalmente distorte dal vero.

Frode è dell’uom proprio male”, diceva Dante. Per questo, il falso storico è stato studiato — e combattuto — da frotte di eruditi: da Omero a sant’Agostino, da Tommaso d’Aquino a Montesquieu e Nietzsche, da Jean Mabillon a Ludovico Antonio Muratori e, in tempi più recenti, da Umberto Eco. Falso si contrappone a vero, così come apocrifo è l’opposto di canonico. Dal falso deriva il termine “falsario”, figura che Cesare Lombroso collocava accanto ai ladri e agli omicidi nella sua tipologia criminale.

Marc Bloch

Tra Ottocento e Novecento cresce l’attenzione degli storici sull’autenticità delle fonti e sull’impatto dei falsi nella storia. Esempi curiosi di questo fenomeno furono, tra Cinque e Seicento, le apologie della menzogna come esercizio retorico, mentre fenomeni come il pirronismo storico negavano la possibilità di una verità sicura.

In età moderna, il gesuita Jean Hardouin spinse questa posizione all’estremo, sostenendo che gran parte della letteratura e della storia antica e medievale — da Eschilo ad Agostino fino a Dante — era frutto di una cospirazione di falsari ai tempi di Federico II. Per questo, la sfida dello storico è quella di distinguere l’autentico dal costruito, in un terreno dove verità e menzogna spesso si intrecciano tra dubbi, incertezze e controversie filologiche. Ogni epoca ha prodotto falsi capaci di ingannare potenti e studiosi, lasciando tracce nella memoria storica, entrandovi, come ricorda Marc Bloch.

Così, dietro il velo dell’incertezza, emergono figure di falsari tanto abili da trasformare l’inganno in opere destinate a segnare i secoli. Storie sorprendenti, dove la menzogna si traveste da verità e spesso si approfitta dell’ingenuità delle vittime.

Michel Chasles e Denis Vrain-Lucas

L’affaire denis vrain-lucas

Partiamo dall’affaire Denis Vrain-Lucas che scosse e divertì la Francia del Secondo Impero. Su questo caso, sempre Marc Bloch afferma che “non tutti gli impostori hanno dato prova di tanta fecondità, né tutti gli ingannati il candore della sua povera vittima”. Parliamo dell’illustre matematico Michel Chasles, dotto e collezionista appassionato.

Mosso da ingenuità, ben manipolato da Vrain-Lucas, Chasles cade vittima della gigantesca frode: il falsario riesce a spacciare per autentica una collezione di lettere e documenti — oltre 27.000 pezzi, tutti ovviamente spuri — in cui grandi personaggi dell’antichità e della modernità scrivono in un improbabile francese, su carte moderne e con anacronismi evidenti. Tra i documenti più clamorosi, lettere che attribuiscono a Pascal la scoperta della legge di gravitazione universale prima di Newton, o che rivelano osservazioni astronomiche inedite di Galileo.

Nonostante l’evidente truffa, questi falsi ebbero un iniziale successo, favorito dal nazionalismo francese, in nome della rivincita culturale contro Inghilterra e Olanda. In tutto questo, Chasles non perse occasione per difendere strenuamente l’autenticità dei documenti, smascherati nel 1869 da una commissione tecnica. Le prove erano inconfutabili e Vrain-Lucas fu condannato a due anni di carcere. Nonostante la bassa qualità materiale e contenutistica dei falsi, la vicenda provocò enorme clamore, tra sconcerto, derisione e curiosità letteraria.

alfonso ceccarelli

Molto più organizzato e scaltro fu l’italiano Alfonso Ceccarelli (1532/3–1583), non a caso definito “principe dei falsari”. In meno di vent’anni riuscì a creare una rete di falsi così vasta e autorevole da condizionare per secoli la ricerca storica. Ma chi era Ceccarelli? Medico di Bevagna (Perugia), fu definito dal Muratori “uno de’ più furbi impostori”, dal Tiraboschi “il più gran falsario di tutti i tempi” e da Luigi Fumi “il più grande distruttore di storia”.

Ceccarelli esordì nel campo delle lettere nel 1564 con il De Clitumno flumine celeberrimo, in cui accenna ad autori inesistenti come Gabinio Leto. Trasferitosi a Orvieto, strinse legami con potenti casati e, tra il 1564 e il 1569, allestì un vero laboratorio dedicato all’alterazione dei documenti. Falsificava non solo bolle, diplomi, testamenti e cronache autentiche, ma ne inventava di nuove, insieme ad autori inesistenti, suo capolavoro: oltre cinquanta nomi frutto della sua fantasia, tra cui Fanusio Campano e Giovanni Selino. Nomi che venivano spacciati come certi con autorevole faccia di bronzo.

La sua tecnica era varia ma sempre precisa: per bolle e diplomi adattava originali, mentre per atti privati creava copie fittizie di documenti dichiarati perduti. Collocati in biblioteche prestigiose e citati in opere a stampa, divennero “autorità” utilizzate dallo stesso Ceccarelli o da storici incauti. Tra il 1569 e il 1572, il principe della truffa falsificò a favore di alcune famiglie nobili italiane, trasferendosi poi a Roma nel 1574 come medico fidato non solo di alcuni blasonati, ma anche di papa Gregorio XIII. Nella Capitale confezionò genealogie e titoli nobiliari spuri per numerose casate romane e italiane.

Intere comunità, come Teano, Pesaro e Gubbio, gli furono grate per le “scoperte” che ne accrescevano il prestigio, tanto da nominarlo cittadino onorario. Parallelamente si dilettò di astrologia e diffuse la falsa profezia attribuita a san Malachia, che circolò a lungo in Europa.

Ma il “colpo da maestro” fu il Diploma di Teodosio, con cui si confermava la Donazione di Costantino. Il successo crollò anni dopo a causa di alcuni testamenti falsi, minaccia per gli interessi patrimoniali di grandi famiglie. Denunciato, fu arrestato e il suo laboratorio scoperto. Processato e condannato a morte, venne decapitato a Roma il 9 luglio 1583. L’elenco dei falsi da lui prodotti è vastissimo: quasi tutti rimasero manoscritti, finendo in archivi e biblioteche, e inquinando per secoli la storiografia italiana. Già Leone Allacci (1642) e Ferdinando Ughelli (1644) avevano denunciato i suoi imbrogli, ma solo il Muratori e il Tiraboschi lo inserirono stabilmente nella categoria degli “impostori” più pericolosi.

i falsi nell’arte

Per quanto riguarda l’arte strettamente intesa, essa ha sempre avuto un doppio volto: da un lato, la bellezza e il genio dei grandi maestri; dall’altro, la tentazione irresistibile del falso, stimolata dal mercato e dalla sete di possesso. Nessun pittore o scultore è mai stato completamente al sicuro: i falsari hanno osservato attentamente ogni pennellata, ogni linea scolpita, pronti a replicarla con straordinaria precisione.

La scienza, con i suoi raggi X, le analisi chimiche dei pigmenti e le sofisticate tecnologie, ha reso più facile smascherare un inganno, ma non ha certo scoraggiato chi cercava fama, denaro o vendetta personale. All’inizio del Novecento, a Montmartre, Yves Chaudron copiava opere perdute o rubate, vendendole a collezionisti incauti. Qualche decennio dopo, Jean-Pierre Schecroun, ossessionato da Picasso, falsificò oltre ottanta opere moderne. Più tardi, la famiglia Greenhalgh, in Inghilterra, mise in scena una vera e propria epopea criminale, falsificando opere egizie, siriache e dipinti contemporanei, ingannando musei e collezionisti.

Ma tra tutti, due figure emergono come vere leggende del mondo della contraffazione artistica. La prima è quella di Tom Keating, inglese povero e provato dalla guerra, che trasformò il suo talento da restauratore in una forma di ribellione. Frustrato dall’ostilità del sistema delle gallerie – che a suo giudizio privilegiava l’avanguardia americana a discapito dei veri artisti – decise di colpire. I suoi falsi, circa duemila opere attribuite a più di cento maestri, da Rembrandt a Modigliani, finirono sul mercato come autentici. Per Keating, quelle tele erano un manifesto: un atto di sfida contro un mercato che riteneva ingiusto. Inventò persino un pittore, Sexton Blake (nome preso da un personaggio poliziesco), membro della sua audace galleria di fantasmi.

Ancora più affascinante è la vicenda della seconda figura leggendaria, quella di Elmyr de Hory, ungherese sopravvissuto ai campi di concentramento, costretto a reinventarsi. Scampato alla guerra e alla miseria, trovò a Ibiza il suo regno, producendo innumerevoli falsi di Picasso, Renoir, Matisse e Modigliani. La sua maestria era tale che solo alcuni esperti americani iniziarono a sospettare, dando il via a indagini che lo costrinsero a fuggire. Eppure, come Keating, anche per lui il destino riservava una sorta di riscatto: dopo pochi mesi in carcere incontrò lo scrittore Clifford Irving, che gli dedicò un libro reso celebre anche dal documentario F for Fake di Orson Welles.

Elmyr de Hory

Concludo questa carrellata con ricordi più recenti di contraffazioni tutte italiane, in cui il mercato dell’arte moderna si è rivelato terreno fertile per inganni e illusioni, dalle frodi di Tullio Bartoli, autore dei falsi di Ottone Rosai, fino alla celebre vicenda delle false teste di Modigliani.

Siamo a Livorno, nel 1984: in occasione del centenario della nascita dell’artista, vengono ritrovate due teste, presunte opere del dandy toscano, secondo leggenda locale gettate dallo stesso nella Fossa Reale delle mura cittadine. Autorevoli critici – da Cesare Brandi a Giulio Carlo Argan – avallarono l’attribuzione a Modigliani, finché il 3 settembre dello stesso anno un giornalista di Panorama svelò la beffa, individuandone gli autori: due studenti universitari neppure iscritti a Storia dell’arte. Tra la strenua difesa del professor Argan e le polemiche pungenti, altre false teste – reali o immaginarie – continuarono a circolare, almeno secondo alcune voci, anche negli anni successivi.

La “saga” dei falsi Modigliani si arricchisce ancora nel dicembre 2012, quando Christian Gregori Parisot, presidente degli Archivi Legali Amedeo Modigliani, viene arrestato per aver certificato come autentici ben 59 falsi dell’artista. Se fino a ieri i falsari erano scaltri pittori, genealogisti tentacolari o restauratori ribelli (pensate a Ceccarelli, Keating, de Hory…), adesso nella grande festa dei falsi c’è un nuovo ballerino: l’IA generativa, con la sua eleganza digitale e i suoi trucchi iperrealistici. Un dipinto può sembrare autentico persino a un curatore esperto, una foto può riscrivere una scena storica, una voce può imitare chiunque — e lo fa con un’efficacia spaventosamente convincente. Ma, ahinoi, dove c’è inganno, c’è anche chi raccoglie la sfida: università e laboratori armati di algoritmi stanno tornando all’attacco. L’Università dell’Oregon ha dimostrato che uomini e macchine possono collaborare insieme per scovare falsi.

Infatti, grazie alla moderna tecnica del machine learning si possono riconoscere in modo computerizzato le caratteristiche visive proprie di un’opera e di un artista (come i motivi frattali presenti nelle celebri composizioni “colate” di Jackson Pollock).

Nel frattempo, l’intelligenza artificiale si è trasformata in investigatrice d’arte: esempi recenti mostrano AI che verifica dipinti sospetti—come The Polish Rider di Rembrandt—con una precisione scientifica ed elimina dubbi meglio di un notaio. E il futuro? La corsa dell’intelligenza artificiale generativa porta con sé opportunità creative mai viste prima, ma anche un rischio crescente: la diffusione di immagini false difficili da smascherare. Per questo un gruppo di ricercatori ha messo a punto FakeScope, un modello multimodale pensato per il riconoscimento forense delle immagini create dall’IA. Non si limita a dire se una foto è vera o falsa ma spiega anche perché lo è, offrendo analisi dettagliate facilmente interpretabili. L’obiettivo è chiaro: restituire fiducia e trasparenza in un’epoca in cui la manipolazione visiva corre più veloce dei sistemi di controllo. Insomma, l’inganno moderno suona futurista e avanzato, ma la risposta non è meno elegante: strumenti forensi, AI intelligenti e trasparenti e, soprattutto, umana curiosità e sano discernimento.

È la nuova alleanza tra precisione digitale e occhio critico: un duetto dove la verità può ancora ballare in testa al futuro.

Bibliografia e consigli di lettura


Dante, Canto XI, vv. 25-27, Divina Commedia M. Bloch, Apologia della Storia o Mestiere di storico, Einaudi, 2009 P. Preto, Falsi e falsari nella Storia, Viella, 2020

Sitografia

https://www.lastampa.it/cultura/2012/12/18/news/certificava-falsi-modi-arrestato-1.36353270/

https://news.uoregon.edu/artificial-intelligence-can-spy-art-forgeries-uo-study-finds
https://arxiv.org/abs/2503.24267? https://www.wired.com/story/is-that-painting-a-lost-masterpiece-or-a-fraud-lets-ask-ai/?

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