Narrativa recensioni

I bambini di cenere – Andrew Boden

Recensione a cura di Laura Pitzalis

I bambini di cenere di Andrew Boden, traduzione di Elisabetta Giamporcaro, Piemme Edizioni, è un romanzo tosto con una trama dicotomica che parla di amore, solidarietà, amicizia, resilienza e umanità ma anche di raccapriccianti programmi, terrore, ospedali, fumo, cenere e voci silenziose che appartengono ai bambini cancellati dalla storia.

Boden ricrea il mondo da incubo e meno conosciuto dello sterminio nazista di bambini con disabilità fisiche e mentali, il famigerato programma Eutanasia”, la prima vera politica di sterminio di massa della Germania nazista.

Eutanasia” termine che letteralmente significa “dolce morte” in questo contesto viene usato come eufemismo, intendendo gli ideatori del programma ripristinare“l’integrità” razzialedella nazione tedesca eliminando le persone che i sostenitori dell’eugenetica consideravano “indegne di vivere”.Persone che a causa di gravi disabilità psichiatriche, neurologiche o fisiche, rappresentavano un peso genetico e finanziario per la società e lo stato tedesco.

Il 18 agosto 1939, il Ministero degli interni del Reich emanò un decreto in cui si chiedeva a tutti i medici, infermieri e ostetriche di segnalare i neonati e i bambini sotto i tre anni che mostravano segni di disabilità mentali o fisiche gravi. Con il crescere del programma, iniziarono a includere anche ragazzi e ragazze fino ai 17 anni.

Le autorità sanitarie pubbliche incoraggiavano i genitori dei bambini disabili a ricoverare i propri figli in una delle tante cliniche pediatriche specializzate in Germania e Austria facendo credere di offrire una maggiore assistenza. Ma poi li sopprimeva, fornendo, in un secondo momento, documenti in cui erano indicate una causa e una data di morte fittizie.

Almeno diecimila bambini morirono come risultato del programma “Eutanasia” che poi fu esteso ai pazienti adulti con disabilità riferendolo con il nome segreto “Aktion T4”.

La notte scorsa, Bonse ha descritto il rituale eseguito dalle infermiere prima di accompagnare i bambini al mio autobus. Si precipitano nella lavanderia dell’ospedale, bevono due dita di liquore alle prugne e mormorano i nomi di tutti i santi che pensano possano perdonare la loro scarsa costanza: Nicola, Pietro, Francesco, Raffaele, Giulia e altri. Bonse non ha specificato riguardo a cosa fossero incostanti, se si riferissero alla propria lealtà vacillante nei confronti del Führer o alla fiducia nell’umanità o a entrambe.”

Questo periodo, il più oscuro e meno ricordato della Germania nazista, è la base di questo romanzo dove un passato straziante s’intreccia con un presente ancora pieno di speranza.

La narrazione è a doppia linea temporale in formato diario che si alterna nei capitoli.

Nel 1940 abbiamo i diari di due dei protagonisti, Herr Peter Berger, l’autista che portava con il suo autobus grigio i bambini al luogo di sterminio; Rainor Schacht un ragazzino con disabilità e quindi destinato alla morte.

Nel 1953 quello di Rainor che vive a Stoccarda in una “casa per inabili al lavoro e derelitti. Principalmente veterani traumatizzati”. È determinato a cercare Emmi, compagna di stanza nel reparto disabili dell’ospedale di Stoccarda, sperando disperatamente che sia ancora viva. Ha acquisito i diari in codice di Hans Berger sperando che possano contenere indizi sul suo destino.

Aveva i diari di Peter Berger in salotto, ma chi avrebbe voluto comprarli? La carta si sbriciolava ed era piena di macchie d’umidità; c’erano pagine cancellate, pagine mancanti. Erano scritti in modo incomprensibile […] “Sono righe di numeri. Pagine e pagine di numeri. Se li vuole, venti marchi.” Più tardi, nel nostro alloggio, l’ingegnere dell’Uhr mi spiegò la scrittura cifrata di Berger: un semplice codice a sostituzione numerica. “Ha visto cose, sentito cose che nessuno di noi dovrebbe conoscere

Il “cuore” del romanzo, tuttavia, è il 1940 con le annotazioni dei diari di Rainor e di Herr Berger dove

abbiamo della stessa storia due punti di vista diversi.

Quello adulto di Berger che mette a nudo il pesante peso del senso di colpa avendo scelto di fare qualcosa che lui aborra per guadagnare quattrocento marchi in più al mese e poter garantire alla moglie e ai figli pasti un po’ decenti e un appartamento caldo.

Cosa sono, adesso, chi sono diventato? Diedi la mia risposta alla notte fredda: sono l’erede di Caronte, e il Neckar è il mio Stige. Il morto che trasporta coloro che presto lo saranno su un carro di condannati dipinto di grigio”.

E quello di Rainor ragazzino che ha difficoltà ad esprimersi, che tenta di nascondere il suo aspetto esteriore con capotti lunghi e sciarpe, un ragazzino ritenuto inutile da un regime omicida preoccupato per la produttività e l’eugenetica.

Eppure, una persona integra e vitale che esige di essere vista e che può innamorarsi. L’amore adolescenziale di Rainor è la sua compagna di stanza Emmi, una quindicenne convinta che il suo organismo sia fatto di ingranaggi che un uomo, lo spazzacamino, aggiusta di notte.

La stava ricostruendo per trasformarla in una brava ragazza tedesca, il genere di ragazza che Emmi aveva sempre voluto essere. A cui sarebbe stato permesso di far parte della Lega delle ragazze tedesche. A cui sarebbe stato permesso di essere ritratta nelle pagine di Das Deutsche Mädel. A cui sarebbe stato permesso di sposare un uomo delle SS”.

Rainor ed Emmi fungono da genitori surrogati per i bambini del reparto, assistendoli e rincuorandoli quando hanno paura, hanno fame, stanno male. E sono queste le pagine che Boden infonde di un’atmosfera fiabesca, dove il testo è immerso nell’etereo con le visioni che Rainor evoca con un movimento delle mani: immagini di neve che cade o di margherite e petali di rosa che prendono vita per confortare i bambini del reparto.

Ma l’atmosfera che sa di magia si fonde con un orrore altrettanto feroce, provocando una dissonanza che stride e che ci sconvolge: una mattina tutti questi bambini vengono trasportati in un ospedale più sinistro, Trutzburg, dove Emmi è certa di guarire, Rainor non ne è così certo.

Fin dall’inizio Boden crea un profondo senso di inquietudine mentre si avvicinano alla loro “nuova casa” e Marie, una bambina cieca, nota uno strano odore nell’aria.

“Che cos’è quest’odore?” chiese Marie in un sussurro acuto […] “Non lo senti, Rainor? Quest’odore tremendo?” Posò i suoi occhi ciechi su di me. “È vicinissimo. Digli di riportarci indietro”. […] “Bambini” disse ridendo Herr Bonse “che cos’è quest’odore? Le stufe a legna delle colline sveve. Non avete voglia di pancetta? …”

Un romanzo potente, impeccabilmente realizzato ed emotivamente rimbombante in cui aleggiano le note delle Gymnopédies di Eric Satie, un brano bello e triste che evoca emozioni intense. È il brano che ci avvolge già dall’inizio del romanzo quando Rainor ci racconta del rituale di Opa, (nonno), Louis, l’inserviente dell’ospedale di Stoccarda dove sono ricoverati i bambini disabili prima di essere trasferiti per essere soppressi. Un rituale semplice che portava gioia:

Louis […] voleva bene a noi tutti e venticinque, con i nostri occhi ciechi, le lingue mute e gli arti ritorti, con le nostre crisi frequenti mandate da un Dio offeso. Ogni martedì mattina, Louis o Opa Louis, come lo chiamavamo sempre, faceva suonare le Gymnopédies sul suo grammofono, gettava cioccolatini svizzeri sul pavimento e, mentre ci lanciavamo a raccoglierli, toglieva le nostre lenzuola sporche dalle brande. Noi immaginavamo la pioggia cadere su una Parigi al chiaro di luna, finché il disco non era finito per la terza volta e Opa Louis non aveva rimboccato le coperte all’ultimo letto”.

“I bambini di cenere” invita alla riflessione e richiede un certo grado di coraggio emotivo. Uno sguardo toccante e devastante su cosa significhi essere umani quando sembra che l’umanità sia perduta. È una lezione di compassione ed empatia, anche per chi si trova dall’altra parte della barricata.

Ci uccidono. Il dottor Lutz. Bruciano i corpi. Io e Dieter ne abbiamo trasportato le ceneri. Ho trovato gli stivali di Karl.[…] C’era una pila con tutti i nostri vestiti e stivali e occhiali insieme alle ceneri. Dieter ha trovato due denti nella carriola”.

Nonostante un’ambientazione cupa, Boden ci regala una storia d’amore e speranza, un raggio di luce nell’oscurità della Germania nazista. Umanità e disumanità affiancate.

PRO

L’aver raccontato la storia del programma nazista “Eutanasia” ai più sconosciuta, una storia fondamentale da raccontare visto che viviamo in un’epoca che ha troppi echi della Germania nazista.

CONTRO

Lo stile narrativo con salti temporali e due “io parlante” può causare disagio nel lettore.

SINOSSI

Germania, 1940. Un autobus grigio spezza la monotonia della vita di Rainor Schacht e dei suoi compagni all’istituto per bambini disabili. La loro destinazione: l’ospedale di Trutzburg, un luogo avvolto nel mistero. Nessuno li ha preparati all’orrore che li attende. Né l’infermiera Hilde, né il gentile autista Peter Berger, né tantomeno il direttore, il dottor Lutz. Un orrore rimasto nascosto tra le pieghe della Storia che finalmente viene alla luce dopo anni di ricerche. Grazie al diario cifrato dell’autista, Rainor, sopravvissuto e divenuto adulto, intraprende una difficile ricerca per capire cosa sia realmente accaduto tra quelle mura e ritrovare Emmi, la bambina che ha alleviato il tempo passato in attesa della fine, forse sopravvissuta anche lei. “I bambini di cenere” ci conduce attraverso le crudeltà del progetto Aktion T4, uno dei capitoli più atroci della Storia.

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