Articolo a cura di Raffaelina Di Palma
“«Soleva […] andar la mattina a buon’ora a montar sul ponte, perché il Cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l’imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordarsi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro dì che non v’avrebbe messa mano e tuttavia dimorava talora una o due ore del giorno e solamente contemplava, considerava ed sole è in lione, da Corte vecchia ove quel stupendo cavallo di terra componeva, e venirsene dritto a le Grazie ed asceso sul ponte pigliar il pennello ed una o due pennellate dar ad una di quelle figure e di solito partirsi e andar altrove».”
Nella novella LVIII (1497) Matteo Bandello, che in quel periodo soggiornava per motivi di studio nell’edificio, fornì una preziosa testimonianza di come Leonardo lavorasse “intorno” al Cenacolo.
Il Cenacolo, noto anche come l’Ultima cena è un dipinto parietale, spesso definito erroneamente affresco, con una tecnica mista “a secco” su intonaco (460×880 cm) di Leonardo da Vinci, collocabile al 1494-1498: realizzato su commissione di Ludovico il Moro nel refettorio del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano.
Del Rinascimento italiano in generale, la rappresentazione più celebre de “L’Ultima Cena” è quella di Leonardo da Vinci. Un’opera che nasconde affascinanti dettagli e simbolismi tra cui un messaggio apocalittico.
Fin dagli anni successivi alla sua realizzazione, il Cenacolo di Leonardo presentò molti problemi dovuti a rapidi cedimenti dell’opera e quindi furono necessari nuovi interventi di pittura, interventi che sono rimasti in pratica sconosciuti.

Chi commissionò l’Ultima Cena
Nel 1494 Leonardo era amareggiato dall’abbandono forzato del progetto del monumento equestre a Francesco Sforza, al quale aveva lavorato per circa dieci anni.
In quello stesso anno ricevette un altro importante incarico da Ludovico il Moro, che aveva eletto la chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie a luogo di celebrazione della casata Sforza. La commissione rientrava in un progetto più ampio di rinnovamento dell’intero complesso.
Donato Bramante aveva appena terminato di lavorarvi. Leonardo fu incaricato di decorare il refettorio e scelse di rappresentare l’Ultima Cena: un tema simbolico classico, ma con una sua inconfondibile, originale interpretazione.
I significati nascosti del dipinto
L’Ultima Cena è celebre per la sua qualità visiva, intensa, piena di luce. Il genio di Leonardo dopo aver imprigionato con la sua personale visione il momento toccante dell’ultimo pasto di Gesù, la impregna di mistero. Con i suoi messaggi nascosti, tiene in uno stato di agitazione emotiva gli storici dell’arte e le menti appassionate e curiose che lo amano.
I misteri e le interpretazioni
Molti studiosi ritengono che Leonardo abbia inserito simboli e messaggi nascosti nel dipinto, legati non soltanto alla simbologia cristiana, ma anche alla matematica e all’astrologia.
È un mix di esoterismo. Sono segreti di una bellezza racchiusi in un quadro che è diventato una storia nella storia o sono soltanto influenze storiche?
Nel 2007, il tecnico informatico e musicista Giovanni Maria Pala ha prospettato l’idea che esiste una melodia celata nel dipinto. Ha indicato le linee orizzontali della tovaglia che si incrociano con il pane e le mani dei discepoli, corrisponderebbero a note musicali. Se suonato al contrario, si ottiene un requiem triste, pensato per essere eseguito su un organo a canne che rimanda alla drammaticità di quel momento. Un momento che diventa fondamentale per la cultura occidentale.

L’ultima cena e i suoi misteri
Su questo dipinto, conosciuto in tutto il mondo, sono stati posti interrogativi per capirne i segreti, fino a farne il simbolo del libro più venduto del secolo, cioè Il Codice da Vinci di Dan Brown.
Il Cenacolo racconta di un momento sacro per la cristianità: quando Gesù fece la prima comunione e quando, secondo le leggende medievali, apparve per la prima volta il Santo Graal. Sappiamo che Leonardo, ai personaggi di quest’opera, non diede mai un nome, invece diede molta più importanza all’espressione del viso degli apostoli nel momento in cui seppero che uno di loro stava per tradire.
Le micro muscolature facciali sono geniali e originali, come i dettagli del resto del corpo. È tutto perfetto, tranne per un pugnale, tenuto stretto in una mano di un braccio amorfo.

Quella mano con il coltello è il mistero del dipinto più studiato e analizzato dagli esperti.
Gli studiosi hanno indirizzato gran parte delle loro ricerche su questo enigmatico particolare. Secondo un’interpretazione classica sarebbe la mano di Pietro, ma c’è qualcosa che non convince, è un braccio troppo lungo: è ripiegato e si sa che Leonardo era un grande esperto di anatomia, non avrebbe mai fatto un errore così evidente.
Forse quel braccio venne disegnato solo successivamente da un restauratore. Forse la mano era legata al corpo di Giuda. Questa tesi la sostenevano i restauri fatti nel 1902, che evidenziavano il polso di una mano che stringeva un coltello, con tre pieghe di tessuto drappeggiato: forse coprivano parte del braccio perduto?
Oppure che quel braccio fosse di un altro personaggio, nascosto, ma così oltre a Gesù non sarebbero più dodici, bensì tredici personaggi. La mano rivista nell’ultimo restauro, quando i restauratori decisero di “riallacciarla” al corpo di Pietro, si accorsero che l’apostolo avrebbe presentato un contorcimento contrario a ogni legge anatomica. Forse c’era il timore delle conseguenze di un quattordicesimo personaggio nella scena? Ma chi poteva essere?
Un’altra ipotesi era che quel braccio così raffigurato non fosse altro che la personificazione del demonio che permise la corruzione di uno degli apostoli e quindi appare rappresentato da un coltello.
Alcuni sono convinti che quella mano, armata di coltello, in realtà sia di Giuda. Giuda è l’unico apostolo con il volto celato, avvolto da ombre inquietanti, che esprimono una dinamica spirituale dell’anima. Le sue mani: l’una tesa verso il pane e l’altra che stringe un sacchetto di denaro, stanno a significare il suo doppio, ambiguo ruolo. Ma c’è anche una quarta ipotesi è forse la più nota: ed è quella che vede al posto dell’apostolo Giovanni una Maria Maddalena, come farebbero pensare i tratti gentili del volto, ma delle quattro è la meno sostenibile, anche se Dan Brown ha creato un bestseller su questa storia.

All’inizio del XIX secolo le truppe napoleoniche trasformarono il refettorio in bivacco e stalla. Danni ancora più gravi furono causati durante la seconda guerra mondiale, quando il convento venne bombardato nell’agosto del 1943. La volta del refettorio fu distrutta, ma il Cenacolo, miracolosamente si salvò, protetto da una difesa di sacchi di sabbia, rimanendo esposto per vari giorni ai rischi causati dagli agenti atmosferici.
Il Cenacolo ha avuto ed ha un’importanza profonda per la religione cattolica. Sconvolge e attrae la sua forza estetica, la ricostruzione dell’Ultima Cena di Leonardo non assomiglia a nessuna delle immagini in circolazione. Non è solo un capolavoro artistico, ma è anche un enigma che continua ad affascinare e a sollecitare la ricerca: il significato di quei gesti che non vogliono rimanere muti, ma raccontarci la storia di una figura, quella di Gesù, che indica ai credenti un esempio da seguire. Questo dipinto ci racconta, inoltre, il rispetto che Leonardo aveva per l’Uomo che esso rappresentava.
Il restauro dell’Ultima Cena
Un lungo e complicato restauro sostenuto dalla Olivetti, fatto per salvare uno dei più grandi capolavori dell’arte italiana, che da molti era ritenuto impossibile.
La complessità, dovuta alla particolare tecnica utilizzata da Leonardo e ai deterioramenti intervenuti nel corso dei secoli, protrasse la durata dei lavori per ben 17 anni , dal 1982 al 1999.
Un dipinto che custodisce ancora intatta la spiritualità in un’atmosfera sospesa nel tempo. Un’opera che tramanda secoli di Storia, che restano uno specchio non solo per il grande artista, ma anche una voce potente sulla fragilità e sublimità umana, da cui nascono, ancora oggi, fascino e mistero.
Solo un preciso, lungo lavoro di restauro, sorretto da rilievi ed esami con strumenti tecnologici studiati a fondo, hanno permesso di restituire all’umanità uno dei più grandi capolavori della storia dell’arte: uno dei più travagliati.
Al di là e oltre la loro bellezza e ancora più in alto dell’appagamento estetico che procurano, le opere d’arte diventano documenti storici, che ricompongono la mentalità di un’epoca, trasformando e arricchendo la comunicazione culturale; capolavori dove un’artista lascia la sua impronta indelebile.
Consigli di lettura
Pietro C. Marani
Fotografata con dettagli a grandezza naturale, l’Ultima Cena rivela ciò che la visione a distanza non consente nella realtà: la luminosità dei colori, il chiaroscuro degli incarnati, l’espressività dei volti, le tracce di lacche e di dorature, i finissimi dettagli della natura morta. Oggi come allora quando, nel 1999, al termine di un intervento quasi ventennale la pittura fu liberata dai precedenti restauri e rifacimenti il capolavoro di Leonardo colpisce lo spettatore per la sua straordinaria mitezza, come spiega anche Pietro C. Marani nella sua rilettura critica del dipinto.

