Viaggio nella storia

La malattia del soldato

“Un giorno anche la guerra s’inchinerà al suono di una chitarra.” Jim Morrison

Articolo a cura di Matilde Titone

Nel leggere il libro L’assassinio di un gentiluomo di Cristopher Huang, ho incontrato una definizione che non conoscevo: la “malattia del soldato”.

Mi ha colpito questa espressione e ho voluto approfondirne il significato. Credo tutti siamo consapevoli, anche se non per esperienze personali, che la guerra è una macchina infernale dalla quale non si esce indenni, chi non ha sentito parlare dei reduci dalla Russia nella seconda guerra mondiale che hanno riportato depressioni profonde o chi non ha mai sentito parlare di soldati menomati da amputazioni dovute a ferite di guerra incancrenite?   

Sono cresciuta con il sottofondo costante dei tg che parlavano della guerra del Vietnam e dei reduci che non riuscivano più a reinserirsi nella società perché devastati dalle conseguenze di ciò che avevano visto o fatto. Uno dei primi film che, secondo me, parlò senza filtri dei malesseri post guerra fu Il Cacciatore, togliendo alla “ nobile guerra” proprio l’aurea onorifica e ne mostrò gli effetti devastanti.

C’era un’espressione poi che mio padre usava in qualche caso per definire una persona “disorientata”, chiamandola Scemo di guerra. Non mi ero mai chiesta cosa volesse dire di preciso, lo consideravo un termine da “lessico familiare”, e ho scoperto che mi sbagliavo. 

Così stimolata dalla lettura del libro di cui sopra e dai ricordi adolescenziali ho voluto indagare un po’ in questo ambito, non certo leggero.

 L’indagine si è rivelata lunga e alquanto complessa, perché la “malattia del soldato” può riferirsi a diverse condizioni, sia fisiche che psicologiche, dovute alla partecipazione diretta o indiretta alle guerre.  

Durante la Grande Guerra uno dei problemi principali fu la diffusione delle malattie. La vita in trincea fu talmente difficile e precaria che era praticamente impossibile, per un soldato al fronte, trascorrere questo lungo periodo senza problemi fisici. Il freddo, l’assenza di ripari, la completa mancanza di igiene personale per diverse settimane, il cibo mal conservato e consumato in mezzo alla sporcizia assoluta e la mancanza di latrine erano solo alcune delle cause che contribuirono alla diffusione di germi, batteri e virus.

Tra le malattie più diffuse negli anni della guerra ci furono il tifo, il colera e la dissenteria. Molti inoltre si ammalarono per patologie legate alle vie respiratorie, alla promiscuità nei periodi di riposo sulle retrovie ed alle infezioni che si espandevano per una ferita, anche banale. È stato calcolato come tra gli italiani almeno 100 mila uomini morirono per malattia. Nel 1918 inoltre, giunse in Europa la terribile epidemia dell’influenza “Spagnola” che decimò l’intera popolazione (anche quella civile).

Il Piede da Trincea

«I miei ricordi sono di puro terrore e orrore nel vedere uomini singhiozzare perché avevano un piede da trincea che si era trasformato in gangrena. Sapevano che stavano per perdere una gamba.»

(Arthur Savage, un soldato inglese del fronte orientale nella prima guerra mondiale)

 Una malattia specifica del soldato è chiamata “Il piede da trincea” causata da freddo, umidità e scarsa igiene. La malattia si manifesta tipicamente nei soldati impegnati in una guerra di posizione. Essa è stata descritta per la prima volta nel 1812 in occasione della ritirata di Russia dell’esercito di Napoleone, pur essendo inquadrata clinicamente nel 1915.

PTSD (Disturbo da Stress Post Traumatico)

Tra le diverse malattie, non meno importanti poi furono le malattie psichiche dovute ai lunghi periodi passati sul fronte. Un incubo per molti soldati, giovani e non, costantemente minacciati dalla morte. Ogni battaglia, come si legge in molti diari dei protagonisti, era attesa con un silenzio irreale. Privati della possibilità di ribellarsi, i soldati uscivano dalle trincee rassegnati e alle volte in lacrime sapendo che, chiunque avesse esitato sarebbe stato punito. Fu in questi anni che nacque l’espressione “Scemo di guerra” per indicare tutti soldati che tornavano dal fronte della prima grande guerra con il corpo integro e la psiche distrutta dalla vita in trincea.

Il termine “shell shock” fu utilizzato per la prima volta nel 1915 dallo psicologo Charles Myers sulla rivista medica The Lancet. I soldati vennero portati nei manicomi, dove spesso la terapia consisteva nell’elettroshock; alcuni persero il senno, altri ebbero tutta la vita disturbi più o meno invalidanti. Si diffuse pure l’idea che i sintomi riportati dai soldati fossero finzioni, attuate per non tornare in guerra.

È denominato anche nevrosi da guerra, proprio perché inizialmente riscontrato in soldati coinvolti in pesanti combattimenti o in situazioni belliche di particolare drammaticità (con definizioni e sottotipi diversi: Combat Stress Reaction, Battle Fatigue, Shell shock, Thousand-yard stare)

La risposta che il soggetto può fornire include incubi, flashback e un profondo disagio psichico di fronte a eventi o persone che gli ricordano l’evento traumatico. I traumi da combattimento sono stati definiti anche disturbo da stress post-traumatico complesso e associati per il tipo di conseguenze, a esperienze subite di stupro o abusi nell’infanzia.

 Con la guerra del Vietnam la prevalenza delle sindromi post-traumatiche nel personale militare iniziò a manifestarsi in proporzioni ancora più ampie, e il tema iniziò a essere portato all’attenzione dell’opinione pubblica. Le lobby dei veterani statunitensi della guerra del Vietnam, con l’assistenza di alcuni psichiatri sensibilizzati al problema, riuscirono infine a ottenere, alla fine degli anni 1970, il reinserimento anche formale delle sindromi traumatiche nel DSM, la principale classificazione nosografica internazionale di ambito psichiatrico, con l’importante risultato di poter finalmente ottenere il riconoscimento e il rimborso delle relative terapie psichiatriche dalle assicurazioni sanitarie private e dal sistema della Veteran Administration (che, in assenza di una classificazione nosografica precisa delle sindromi stesse, si rifiutavano spesso di riconoscerle da un punto di vista formale).

Dipendenza da morfina

Durante la guerra di secessione americana tra il 1861 e il 1865 e con il conflitto franco-prussiano tra il 1870 e il 1871 decine di migliaia di militari divennero assuefatti alla morfina, dei veri tossicomani, tanto che la dipendenza a questa droga venne significativamente chiamata “malattia del soldato”. Gli ufficiali medici avevano purtroppo imparato a somministrare la morfina non soltanto come anestetico per le cure e le operazioni sui soldati feriti, ma anche per dare sollievo ai più piccoli malanni fisici e al disagio psicologico provocato dalla tensioni delle battaglie. La guerra franco-prussiana diffondeva la pratica della morfina anche tra lo stato maggiore dell’esercito tedesco e quindi tra le classi più agiate del Secondo Reich, sino al cuore dell’intellighènzia. Il musicista ufficiale del regime, Richard Wagner, e l’artefice dell’unificazione nazionale, paladino del militarismo prussiano e cancelliere del Reich, Otto von Bismarck, erano morfinomani.

Che dire? Ho sempre pensato ai soldati in guerra come dei “pazzi”, dei “Santi” o dei drogati, in altro modo non li riesco a vedere.

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