Articolo a cura di Laura Pitzalis
per non dimenticare
Le testimonianze degli Hibakusha così come le fotografie e gli oggetti conservati, servono a ricordare al mondo quello che c’era e quello che, dopo pochi secondi, non c’è stato più. E tutto questo lo troviamo nel Museo memoriale della pace di Hiroshima, esposizioni che, confermo per averlo visitato, possono risultare strazianti per alcuni ma necessarie perché offrono uno spaccato equilibrato e straordinariamente umano sulla devastazione di Hiroshima, con l’obiettivo costante di promuovere la pace nella speranza che la storia non si ripeta.

Il museo è situato nel Parco memoriale della Pace all’interno del quale ci sono diversi memoriali e monumenti, tra i quali il Monumento dei bambini per la pace e la Cupola della bomba atomica, patrimonio dell’UNESCO, che si trova vicino all’ipocentro dell’esplosione. È ciò che rimane dell’ex Palazzo della Prefettura per la Promozione Industriale, mantenuto in stato di rovina come monito contro le armi nucleari.
la foto, il giocattolo, la leggenda
Qui vorrei raccontare tre storie i cui protagonisti sono bambini innocenti che si sono improvvisamente ritrovati soli nella devastazione più totale, per riflettere sulla crudeltà della guerra e delle armi e per stimolarci a compiere un passo in avanti per realizzare un mondo libero dalle armi nucleari.
Lo faccio con una foto, un giocatolo e una leggenda.
IL RAGAZZO IN PIEDI ACCANTO AL CREMATORIO.

Inizio con una foto, uno scatto che vale più di mille parole, tristemente esaustiva dell’inferno provocato dalle armi nucleari. Una foto che racconta, in un silenzio assordante come solo una foto può fare, la tragicità della guerra, descritta negli occhi spenti di un ragazzino orfano di dieci anni scalzo, i vestiti rovinati, lo sguardo fisso, stoico.
Sulla schiena porta un bambino con la testa inclinata, dal volto sereno, rilassato, sembra dormire sulle spalle del fratello che rimane immobile quasi a non voler disturbare il sonno del piccolo. Ma il piccolo non dorme è morto e il ragazzino sta aspettando che venga cremato.
Una storia immortalata nel 1945 dalla macchina fotografica di Joe O’Donnell, giornalista e fotografo americano che lavorò per la United States Information Agency, inviato in Giappone per documentare gli effetti delle due bombe atomiche sganciate a Hiroshima e Nagasaki.
Queste le sue parole in un’intervista:
“Vidi questo bambino che camminava, avrà avuto all’incirca 10 anni. Notai che trasportava un bimbo sulle spalle. In quei giorni in Giappone, spesso abbiamo visto i bambini che giocavano con i loro piccoli fratelli o sorelle sulle loro spalle, ma questo ragazzo era chiaramente diverso. Si vedeva chiaramente che era venuto in questo posto per una ragione seria. Il ragazzo stette lì per cinque o dieci minuti. Poi gli uomini con le mascherine bianche addetti alla cremazione si avvicinano: con estrema delicatezza sciolgono le fasce che legano il bimbo alla schiena del fratello. Lo prendono per le mani e i piedi e lo posano sulle fiamme. Il fratello osserva la scena, fermo, immobile, fissa le fiamme. Un unico movimento impercettibile delle labbra, che sanguinano. Si sta mordendo il labbro inferiore. Ma non versa una lacrima. La fiamma cala di intensità, come il sole al tramonto. Il bambino si volta e se ne va in silenzio, così com’è arrivato”.
IL TRICICLO DI SHINICHI

Nel Museo della Pace di Hiroshima tra i diversi oggetti personali che appartenevano alle vittime del disastro troviamo un triciclo assai malconcio e arrugginito, senza la sella e i pedali, racchiuso in una teca di vetro, come un gioiello prezioso perché racconta la storia straziante di una perdita inaccettabile.
Una volta era di un bel colore rosso, giocatolo preferito di Shinichi Tetsutani, 3 anni e 11 mesi, regalo dello zio, con cui il bambino stava giocando quando la bomba esplose. E con lui persero la vita anche le sue due sorelle, Michiko di 7 anni e Yoko di 1 anno, che stavano giocando con lui.
Il padre Nobuo, pensando che il suo bambino fosse troppo piccolo per riposare in una tomba lontano da casa, lo seppellì nel giardino dove amava giocare, insieme con il suo triciclo rosso.
Solo dopo quarant’anni, nel 1985, il padre scelse di riesumare il corpo del figlio e il piccolo triciclo: le ossa furono trasferite nella tomba di famiglia, mentre il triciclo fu collocato nel museo della Pace di Hiroshima.
Un commovente ricordo del bambino, un tragico simbolo del dolore umano e dell’orrore della guerra, un monito per le generazioni future.
LA STORIA DI SADAKO

Un arcobaleno di origami circonda il “Monumento alla pace dei bambini”, opera dedicata alle migliaia di giovani vittime della bomba di Hiroshima e, in particolare, alla piccola Sadako Sasaki.
C’è una leggenda in Giappone secondo la quale se si realizzano mille origami a forma di gru, i Senbazuru, si può esprimere un desiderio che si realizzerà.
Nella cultura giapponese, la gru simboleggia la longevità, la felicità e la fortuna.
Anche Sadako Sasaki era a conoscenza di questa leggenda quando si ammalò di leucemia in seguito alle radiazioni rilasciate dalla bomba atomica di Hiroshima. Al momento dell’esplosione la piccola era nella sua casa, a poco meno di due chilometri di distanza dal luogo dell’impatto. Non fu quindi coinvolta direttamente ma fu esposta alla pioggia nera radioattiva caduta all’indomani dell’esplosione. Aveva 2 anni.
Crebbe sana e forte, partecipava alle gare di podismo con ottimi risultati a beneficio di tutta la squadra della scuola.
Fu in una di queste competizioni che si sentì improvvisamente stanca, priva di forze.
Fu portata all’ospedale per fare degli accertamenti e le fu diagnosticata una grave forma di leucemia definita proprio a quel tempo come “la malattia della bomba atomica”.
Il male a cui era stata sottoposta diversi anni prima era diventato visibile.
Fu la sua migliore amica, Chihuko, durante la sua permanenza in ospedale a raccontarle la leggenda delle gru di carta. La gru è un uccello sacro, le aveva raccontato, che vive per cento anni e se una persona malata realizza mille gru di origami allora guarirà presto.
Sadako voleva guarire, per questo era decisa a costruire queste gru e nonostante il progredire della malattia creò gli origami con qualsiasi materiale riuscisse a procurarsi in ospedale.
Ci riuscì?
Esistono due versioni della storia. Quella popolare, presentata nel libro di Eleanor Coerr, “Sadako and the Thousand Paper Cranes”, racconta che la bambina abbia realizzato solo 644 gru di carta prima della morte e che le gru mancanti vennero realizzate successivamente dai suoi amici.
La versione tramandata dal Museo della Pace di Hiroshima, invece, sostiene che Sadako sia riuscita a completare le mille gru di carta nell’agosto del 1955, pochi mesi prima di morire.
Quel che è certo è che Sadako morì il 25 ottobre 1955 all’età di 12 anni: una tra le migliaia di bambini vittime della bomba atomica.
Dopo la sua scomparsa furono proprio i suoi compagni di scuola a raccoglierne l’eredità. Dopo tre anni dalla morte di Sadako, con i fondi raccolti da oltre tremila scuole di nove paesi stranieri, fu innalzato un monumento in memoria dei bambini vittime delle armi nucleari, il “Children’s Peace Monument”, dove alla base della statua è incisa la scritta:
“Questo è il nostro grido, questa è la nostra preghiera, pace nel mondo”
Da allora le gru di origami divennero per il Giappone anche un simbolo di pace con la speranza che la sua storia e il nostro passato, non vengano mai dimenticati.
All’interno del monumento trovano posto le ghirlande di gru che ogni anno, non solo dal Giappone, scolaresche compongono per dimostrare la loro fede nella pace. È possibile, infatti, per i visitatori, come ricordo di Sadako e come simbolo di pace, lasciare una gru di carta in una grande urna, unitamente ad un messaggio.
conclusione
L’ULTIMA VITTIMA DI HIROSHIMA

Claude Eatherly, pilota e meteorologo, era un ragazzo texano di 27 anni quando diede il via libera allo sganciamento della prima bomba atomica della storia, Little Boy, che colpì Hiroshima il 6 agosto 1945. Quel giorno agì sulla base di considerazioni pratiche e razionali: il cielo era sgombro e non c’erano perturbazioni in arrivo su Hiroshima.
Celebrato in Patria come un eroe, ma attanagliato dai rimorsi, considerato pedina fondamentale della vittoria contro il Giappone, ma torturato dalla coscienza, Eatherly dopo l’operazione lascia l’esercito e rifiuta qualsiasi riconoscimento al valore da parte degli Stati Uniti.
Cade in depressione, tenta più volte il suicidio e compie gesti autodistruttivi e antisociali, maldestre rapine e altri piccoli crimini come violare un domicilio privato e falsificare un assegno per pochi dollari. Tutto questo per cercare in ogni modo di distruggere l’immagine epica che la società occidentale si era fatta di lui con la speranza di trovare sollievo nella disapprovazione collettiva.
Questo, comunque, non basta a placare i suoi dilanianti sensi di colpa ed Eatherly viene internato in un ospedale psichiatrico.
Sul fatto che fosse un pazzo o un criminale comune si aprì un dibattito che catturò l’interesse degli intellettuali soprattutto del filosofo Günther Anders.
Questi intraprese con lui un lungo scambio epistolare che fu pubblicato in Germania nel 1961 e uscì in traduzione italiana nel 1962. Non solo, numerosi sono i suoi tentativi di intercedere per Eatherly presso le istituzioni arrivando addirittura a rivolgersi al presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy.
L’interesse e la comprensione proveniente dall’esterno aiutarono Eatherly a sentirsi meglio e trasformarsi in un uomo rinnovato. Poco dopo l’inizio della corrispondenza con Anders, nell’agosto del 1959, scrisse una prima lettera al Giappone e ai giapponesi nella quale
“dicevo loro che ero il maggiore che aveva dato il segnale di via libera per la distruzione di Hiroshima, che ero incapace di dimenticare quell’atto, e che la colpa di quell’atto mi aveva causato grandi sofferenze. Li pregavo di perdonarmi. Dicevo loro che gli uomini non dovrebbero combattere.”
A questa ne seguirono altre intervallate da risposte comprensive da parte del popolo giapponese. I miglioramenti delle sue condizioni avvenuti grazie al conforto dall’esterno non furono comunque sufficienti a farlo uscire dal manicomio, dove resta fino alla sua morte, causata da un cancro alla gola, nel 1979.
NOBEL PER LA PACE 2024 AI SUPERSTITI DI HIROSHIMA E NAGASAKI E AGLI HIBAKUJUMOKU, GLI ALBERI SOPRAVVISSUTI ALL’ATOMICA.
Nel 2024 il Nobel per la pace è stato assegnato alla Nihon Hidankyo, l’organizzazione giapponese che riunisce gli hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.
Questo prestigioso riconoscimento non è solo un tributo alla memoria di una delle tragedie più devastanti del XX secolo, ma un invito globale a riflettere sulle conseguenze della guerra nucleare e sull’importanza di preservare la pace. Non, quindi, un riconoscimento sul passato, ma una scelta che guarda alla situazione internazionale di oggi. Dare il Premio Nobel per la pace agli hibakusha, i sopravvissuti dell’atomica, è un appello al mondo che è tornato a parlare dell’uso di questi terribili ordigni.
Negli anni Cinquanta, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici iniziarono a unirsi in gruppi locali e nazionali, dando vita nel 1956 alla Nihon Hidankyo, l’organizzazione che rappresenta le loro voci in tutto il Giappone. Obiettivo? Promuovere l’abolizione delle armi nucleari, garantire supporto a chi ha vissuto questa tragedia e sensibilizzare le nuove generazioni sull’importanza della pace.
Tra le iniziative più rilevanti portate avanti dall’Hidankyo si annoverano conferenze internazionali, incontri con leader mondiali e presentazione di petizioni alle Nazioni Unite, tutte mirate a creare un movimento globale per il disarmo nucleare.
A completare il messaggio di pace e resilienza degli Hibakusha ci sono gli Hibakujumoku, gli alberi sopravvissuti alle devastazioni atomiche.
Con il passare del tempo gli Hibakusha non saranno più presenti per narrare direttamente la loro storia e se in Giappone le nuove generazioni stanno già raccogliendo il testimone, nel resto del mondo questo ruolo potranno assumerlo anche gli alberi, gli Hibakujumoku, che continuano a raccontare, con il silenzio delle loro fronde, la storia della straordinaria rigenerazione della natura.

Gli Hibakujumoku sono alberi unici, simbolo di speranza e resilienza, cresciuti sul terreno nel raggio di due chilometri dall’ipocentro dell’esplosione nucleare.
Sono oltre 160 gli alberi, classificati in più di 30 specie, ufficialmente registrati come Hibakujumoku e identificati da un contrassegno univoco, da cui vengono raccolti i semi che daranno vita alle nuove piantine affidate in tutto il mondo.
L’idea è nata nel 2011 con la fondazione della Green Legacy Hiroshima (GLH), organizzazione di volontariato che svolge un ruolo fondamentale nella distribuzione globale dei semi degli Hibakujumoku, promuovendo la consapevolezza e la riflessione sulle conseguenze delle armi nucleari e sull’importanza del rapporto tra natura e umanità.
Il Nobel per la Pace 2024 agli Hibakusha e la diffusione degli Hibakujumoku sono due facce di una stessa medaglia: entrambe testimoniano la necessità di ricordare, per evitare che la storia si ripeta, e di costruire un futuro migliore, radicato nella memoria e coltivato con speranza.
Grazie a iniziative come quelle del PEFC Italia e di Mondo senza Guerre, il messaggio di pace e resilienza continua a germogliare, dimostrando che anche dalle tragedie più oscure può scaturire una luce di rinascita.


