Articolo a cura di Ivana Tomasetti
Medioevo: di che epoca parliamo? Gli storici ci dicono che si tratta dello spazio temporale che va dal 476 d.C., quando cade l’impero romano d’occidente, fino al 1492, l’anno in cui Cristoforo Colombo scoprirà il nuovo continente. Mille anni sono tanti.
Parlare di cucina medievale è scoperchiare un mondo che ci pone diversi interrogativi.

La base dalla quale dobbiamo cominciare è una sola. Mangiavano tutti nell’epoca medievale? Noi abbiamo negli occhi fantastici e popolati banchetti dove dame e cavalieri si deliziavano con arrosti e verdure al suono di melodiosi flauti e ghironde. Magari con i cani che scorrazzano e i commensali che si puliscono nel mantile (tovaglia).
Dobbiamo ricordare un vecchio detto che arriva dal Medioevo: tirare la cinghia, chi non ne conosce il significato? Da cui possiamo ipotizzare che non proprio tutti riuscivano a mangiare ogni giorno e allora erano costretti a stringere la cinghia di cuoio che portavano sopra l’abito.

I banchetti erano le occasioni in cui i potenti festeggiavano qualche avvenimento come sposalizi o vittorie, oppure succedeva che, come narra lo storico Procopio di Cesarea, si utilizzasse un banchetto per scopi assai diversi. Ad esempio, Teodorico, re degli Ostrogoti, coglie l’occasione di un banchetto per ammazzare Odoacre, il suo rivale, così il banchetto diventa occasione di eventi politici ricordati dalla storia. Per non parlare di Rosamunda, costretta a bere nel teschio di suo padre al banchetto di nozze con Alboino re dei Longobardi. Non certo un matrimonio d’amore.
Alle volte si risparmiava durante l’anno per poter poi “sfoggiare opulenza” durante i banchetti.
La ricchezza della mensa doveva essere riconosciuta dagli ospiti, specialmente dagli ambasciatori stranieri che avrebbero riportato la grandezza degli ospiti nel loro paese.
Cassiodoro (un funzionario alla corte di Teodorico) nelle sue lettere elogia i maiali e i formaggi della Lucania, i pesci del Danubio, del Reno, della Calabria, della Sicilia, i frutti di mare di Reggio, i vini veronesi e dell’Italia Meridionale, l’olio della Calabria.
C’è da ricordare che questi banchetti erano eccezionali; i giorni di digiuno erano frequenti, c’erano le occasioni imposte dalla Chiesa come penitenza, oppure la costrizione data dalla mancanza vera e propria di cibo.
La dieta del popolo era fondamentalmente vegetariana: si mangiava due volte al giorno: la mattina una minestra, spesso una pappa a base di miglio e alla sera pesce o carne o verdura. Il pesce era abbondante nei corsi d’acqua, mentre la carne di maiale doveva sottostare ai diritti feudali, perciò più cara e meno frequente. In compenso si allevavano polli e a questo proposito Alessandro Neckam (abate inglese) scriveva che il pollo richiede una forte salsa di aglio con aceto e vino… e ne dà una “gustosa” ricetta. Altre notizie riguardano la mensa di Carlo Magno: quattro piatti più la selvaggina allo spiedo che lui preferiva, erano ritenuti un pasto sobrio. Naturalmente con tutta quella carne, si ammalò di gotta e si arrabbiava con i medici che gli dicevano di limitarsi.

L’arrosto era portato in tavola infilzato sullo spiedo, lo scalco lo tagliava in pezzi grossolani e ogni commensale, dotato di coltello, la tagliava più minutamente. Per mangiare si usavano le mani.
Per dare un giudizio equo sulla cucina, dobbiamo ricordare che nel Medioevo si consumavano molte più calorie di oggi, nel lavoro giornaliero o anche solo nel viaggiare a piedi o a cavallo.
È nell’epoca medievale che si cominciarono a produrre i vini in Svevia, Franconia e Turingia; come bevanda i popoli nordici conoscevano anche la birra, nella cui fabbricazione si usò per la prima volta il luppolo nel secolo IX.
Fuori dalla sala dei banchetti, il popolo attendeva gli avanzi, rendendo omaggio al sovrano che li elargiva.
Per i contadini, che producevano il cibo, la vita era dura, il pane era fatto di miglio, avena o farina di ceci. Comunque il pane di farina di frumento, come lo conosciamo oggi, non era comune neppure sulle mense dei ricchi, ma compariva in racconti e leggende dove la Madonna regalava “un grosso pane” al prescelto. Il pane e il vino erano i simboli dell’Eucarestia e costituivano l’elemento base del vitto per chi non si poteva permettere altro. Gli sposi tagliavano a metà lo stesso pane, bevevano dallo stesso boccale.
La cucina era il locale fondamentale della casa, se non l’unico, in cui la pentola stava appesa sopra il fuoco con una catena. I cucchiai per rimestare erano di legno e così anche i piatti che vennero sostituiti da quelli in terraglia solo più tardi.

La fame era diffusissima, bastava uno scarso raccolto perché si diffondesse la carestia e allora i contadini affamati si dirigevano verso le città dove speravano di trovare da mangiare.
I banchetti costituivano una specie di rivincita sulla fame, si mangiava in certe occasioni ben sapendo che sarebbero arrivati i tempi di carestia.
Certi sontuosi pranzi di nozze di oggi, con le loro molteplici portate, rappresentano l’ultimo ricordo della fame endemica del mondo medievale europeo.
(continua)


