Recensione a cura di Mara Altomare
“L’editore del racconto non deve essere ritenuto responsabile delle stravaganze del suo autore, che oltretutto non ha la fortuna di conoscere personalmente. Tenendo conto della personalità peculiare del narratore, l’editore non considera questo un romanzo storico, quanto più un «romanzo isterico». A buon intenditor poche parole.”
Dalla postfazione al romanzo
Nonostante l’ardita presa di posizione della casa editrice, si può dire che l’ambientazione storica si estrae piuttosto chiaramente da questo romanzo: siamo a Napoli nel 1630 e negli anni a seguire, e la trama prende spunto dall’esperienza partenopea di Artemisia Gentileschi, per descriverci una città in movimento, tra Castel dell’Ovo, la Certosa e il convento di Santa Chiara, ricordando eventi forti come il terremoto e la peste, l’attività dell’Inquisizione e la rivolta guidata da Masaniello. Coordinate precise, o sarebbe meglio dire cornici storiche di un romanzo dedicato all’arte, tinteggiato con pennellate thriller.

Tuttavia è innegabile che durante la lettura ci si chieda quale genio o stravaganza (o isteria) abbia pervaso l’autore nel momento in cui ha scelto di intrecciare la vita di Artemisia Gentileschi con quella di un personaggio tanto inverosimile come il protagonista di questo libro: voce narrante ma non umana, sicuramente insolita per un romanzo storico. Le sue caratteristiche sono originali: si descrive come “interlocutore muto”, con straordinarie facoltà che gli permettono di vedere attraverso i muri e di ascoltare tutto quello che si vocifera nei palazzi; grazie a un udito portentoso sente tutto ciò che avviene nel cuore di una casa, urla, bisbigli, rutti, rimproveri e litigi tra coniugi, battute tra i ragazzini, dispetti dei servi e sussurri velenosi inaccessibili ai timpani umani; un’entità che si nutre essenzialmente di aromi di minestre, grigliate, stufati, dolci fragranti, che raccoglie questi odori inspirandoli e assorbendoli sulla sua superficie: privarsi di queste essenze farebbe scurire i suoi luminosi colori lasciando proliferare terribili funghi mortali.
“Lui” arriva a Napoli da Ferrara e una volta giunto nella città partenopea, il marchese Alessandro Paladini, suo grande confidente, gli rivolge la parola per la prima volta, superando le evidenti differenze di rango e di condizione…
“Senza darmi il tempo di rendermi conto di quanto stava succedendo, mi appese nel cuore del suo palazzo e nel suo ufficio preferito, che fungeva da osservatorio meraviglioso sulla città, sul Vesuvio e la baia. Mi posizionò davanti al suo scrittoio, su una parete incorniciata da imponenti finestre.”
La voce narrante del romanzo rivela la sua identità dal primo capitolo: “lui” è nient’altro che un quadro!
«Orsù, “Sposalizio”! Che ne pensi di questa vetrina d’elezione e della sua visuale paradisiaca sui bei quartieri di Neapolis che ti viene concesso di contemplare? Qui ti senti meglio rispetto all’austero e umido castello medievale degli Este a Ferrara?»

Un quadro vivo e vegeto, amante delle passeggiate all’aria aperta, viaggiatore, osservatore degli umani, e che ostenta perfino anche il suo ruolo sociale di membro attivo e permanente della “Confraternita del Gran Ordine dei Quadri”!!! (il famoso GOQ).
“Sono uno Sposalizio della Vergine, ma gli amici mi chiamano familiarmente Sposalizio, concepito presso la bottega veneziana del maestro Jacopo Robusti, detto Tintoretto”
E a Napoli avviene l’incontro con Artemisia, descritta qui in tutto il suo splendore: gli occhi, grandi e profondi, dall’iride scura e misteriosa, la fronte immensa e alta, le sopracciglia superbe, il naso lungo e robusto, la bocca ben disegnata, le labbra prominenti e rubiconde, dall’espressione indecifrabile, la fossetta sul mento, la mascella vigorosa e le guance impeccabili, il collo lungo e robusto, i capelli di un colore tendente al rame e al rosso; volto espressivo e corpo opulento e florido, braccia e gambe muscolose. Sicura di sé e al contempo inconsapevole del proprio aspetto, concentrata sul suo destino e sull’opera da realizzare al momento.

Un’Artemisia Gentileschi che emana vigore e vitalità, un’artista di cui tanto si è scritto e parlato, ma che in questo romanzo ci viene restituita in una veste nuova, quella di investigatrice. Quando la sua bottega viene profanata e lei stessa insieme ad altre sue compagne rischiano la vita, quando i loro abiti vengono ritrovati squarciati e si apre la pista del complotto, Artemisia prende coscienza di quanto la sua personalità sia scomoda e quanto i rapporti diplomatici che intrattiene con la corte, il viceré, i membri dello stato pontificio siano malvisti dai potenti. Ma la sua intraprendenza la conduce con coraggio e scaltrezza ad affrontare addirittura il tribunale della fede, che ha sede presso Castel Dell’Ovo.

“L’Inquisizione, è lei che mi bracca, ormai ne sono sicura. Non può tollerare l’indipendenza di una donna ribelle qual io sono! Essa ha scelto di agire nell’ombra nella maniera più sleale, piuttosto che incatenarmi, torchiarmi con un processo interminabile. Preferisce tagliarmi la lingua, la penna, il pennello… per impedirmi di portare avanti il mio operato, che considera satanico, come la mia Giuditta che decapita Oloferne.”

I dialoghi tra Artemisia e il suo interlocutore muto, Sposalizio, offrono le pagine più che mai lontane in assoluto dai riferimenti storici, ma tra le più intense del romanzo: sono i passaggi in cui Artemisia si apre al mondo senza filtri, convinta che il quadro la capisca come nessun altro.
-Sposalizio, ormai non ho più dubbi: gli uomini sono decisamente e irrimediabilmente malvagi
-Certo Artemisia, però voi siete stata sempre la più forte al punto di chiudere il becco ai vostri fratelli a vostro padre, è vostro dovere superare il vostro disgusto verso gli uomini.
-Hai ragione Sposalizio, ma dimentichi che le mie forze vacillano…
-Mia cara amica, vorrei soltanto che ritrovaste un po’ di felicità per continuare a lavorare alle vostre inimitabili opere, posso sperarci?
-Si che puoi, te lo concedo mio carissimo Sposalizio… ora dormi e fai bei sogni!
Gli altri personaggi, invece, buoni o cattivi, che popolano il romanzo, dimostrano, forse di proposito, una scarsa caratterizzazione di loro stessi. A partire da Alessandro Paladini, detentore del quadro e amante occasionale di Artemisia: se nell’esordio del racconto suscita aspettative e nasconde interessanti potenzialità, con lo scorrere dei capitoli risulta più una comparsa. E come lui molti personaggi avrebbero potuto spiccare maggiormente il volo. Invece, ma forse volutamente, la luce è proiettata su un quadro, molto più umano degli esseri umani, e da lì alla personalità di Artemisia, in verità più depressa che eroica, in un rapporto incredibile che sopravviverà anche all’esistenza terrena dell’artista.
“Il suo turbamento si trasmetteva a me, diffondendosi sulla superficie dei miei pigmenti, nella profondità della mia tela, poiché dotato di un’incredibile vitalità che mi travolgeva. E ’proprio vero che ero stato concepito per venire a contatto con qualcosa di straordinario, e quello straordinario era proprio Artemisia”
Se cerchiamo la lettura di un romanzo storico e credibile, che ci elevi e arricchisca con contenuti di spessore e approfondimenti, allora non abbiamo tra le mani il libro giusto. E se cerchiamo una biografia accurata e realistica di quella donna così intensa che fu Artemisia Gentileschi, conviene cambiare scaffale della libreria.
Ma se vogliamo sperimentare una lettura originale, che ci lasci indimenticabili pagine di stupore, dialoghi improbabili e un’atmosfera thriller dentro a una cornice affascinante come è la città di Napoli, allora siamo tutti invitati a scoprire questo “Gioco di Artemisia”. Sia chiaro però, l’editore ci ha avvertito:
“Il lettore vorrà sollevare da ogni responsabilità storica e morale l’editore, il quale ha consentito in buona fede a pubblicare tale memoriale solo per la sua bizzarria e il suo eventuale valore dal punto di vista psicopatologico. Sia messo agli atti.”

Trama
Napoli, 1630. All’ombra del Vesuvio, un convoglio avanza misteriosamente. Uno dei carri trasporta uno splendido dipinto, mentre il marchese Paladini, il nuovo proprietario del quadro, si compiace all’idea di essere presto a casa e poterlo contemplare in silenzio. Non sa però che Artemisia Gentileschi, pittrice talentuosa e provocatrice, appena arrivata in città, sta per trascinarlo in un vortice di colpi di scena. Un inquisitore senza scrupoli, colleghi invidiosi, catastrofi naturali e rivolte popolari. Insieme, affronteranno i mali della loro epoca e condivideranno le passioni di una vita animata dall’arte. Narratore inatteso di questo romanzo barocco è il potente quadro venuto dall’atelier di Tintoretto che racconta con voce lucida e insolente gli intrighi di una Napoli sublime e sorprendente in cui Artemisia è al centro della scena.



