Recensione a cura di Roberto Orsi
Sara Di Furia ci trascina in una Napoli viscerale, metafisica, fatta di ombre e memorie, dove ogni passo affonda nel fango del passato e ogni sguardo può celare una condanna. La città delle anime sepolte non è solo un romanzo, ma un percorso oscuro attraverso la storia, i simboli e le profondità dell’animo umano.
Una serie di omicidi, ognuno accompagnato da una pedina della tombola napoletana, scuote il cuore della città. Le indagini ricadono su Bastiano, frate dal corpo deforme della Compagnia dei Bianchi di Giustizia, e Guido Tucci, brigadiere reale della Napoli settecentesca. I due protagonisti sono figure tormentate eppure lucide, trascinate in un’indagine che sfuma tra realtà e allucinazione. Ma dietro l’assassino si cela forse molto di più: una mano invisibile, una mente deviante… o forse la città stessa?
Il gioco è sottile, la trama si fa intricata e i due investigatori ingaggiano una corsa contro il tempo, tra il simbolismo più puro e macabro.

“La mente era l’unica cosa che non lo avrebbe mai tradito e ancora il monaco non era in grado di dire se fosse o meno una fortuna. Il suo superiore, Fra’ Silvestro, lo lodava spesso per la sua intelligenza sapendo che, con le sue mani deformi, non avrebbe comunque potuto fare altro”
Mentre gli omicidi proseguono, la città si ricopre di un manto macabro quanto apocalittico: le tombe nei cimiteri vengono svuotate, le ossa dei defunti lasciate sul terreno, i morti sembrano tornare in vita in una visione da giorno del giudizio. È giunta la resa dei conti con Dio?
Re Ferdinando vuole giungere a una conclusione prima possibile. La città, e quindi la sua ricchezza, rischiano troppo in una situazione di incertezza tale. I vivi si rifugiano nei sotterranei della città, il coprifuoco al calar della notte svuota le vie e permea il tutto di un silenzio grottesco.

Elemento cardine della suggestione storica è l’eco della Compagnia dei Bianchi di Giustizia, attiva a Napoli fin dal Quattrocento. Vestiti di bianco, i confratelli avevano il compito di confortare i condannati a morte, accompagnarli fino al patibolo, curarne l’anima e persino organizzare i loro funerali. Un ruolo ambiguo, tra pietà e ineluttabilità.
Le loro sedi, come la chiesa di Santa Maria dei Bianchi, erano veri templi della penitenza, oggi quasi dimenticati. Questo ordine diventa, nel romanzo, un simbolo concreto del confine sottile tra giustizia e condanna, tra salvezza e dannazione.
“Per sopravvivere a Napoli, tuttavia, aveva imparato a tenere a bada la paura poiché il rischio era quello di essere fagocitati dalla superstizione e cadere nelle sue maglie. Presto la voce di quel che era successo si sarebbe sparsa a macchia d’olio e non era difficile prevedere come la popolazione avrebbe reagito.”
Uno dei temi più potenti del romanzo è il dualismo continuo che si ritrova lungo tutto l’arco narrativo:
Vita e morte: chi si muove nei sotterranei è ancora vivo, ma agisce come se appartenesse al regno dei morti. Mentre i morti tornano in vita sulla superficie. Le vittime “parlano” attraverso le pedine lasciate sui loro corpi, continuando a influenzare il mondo dei vivi.
Sopra e sotto: la Napoli diurna è il teatro dell’illusione della normalità. Ma è nei cunicoli, nelle catacombe, negli ossari, che si svela la vera natura della città. Un ventre antico e inquieto, che custodisce la verità.
Passato e presente: il passato non è un ricordo, ma un agente attivo. Gli eventi storici, le vecchie congregazioni, i traumi rimossi, irrompono nel presente e lo deformano. I protagonisti, più che investigatori, sono archeologi della propria psiche e del dolore che ritorna a farsi vivo.

E tra le ombre dei sotterranei e le visioni del passato, aleggia lo spirito inquieto di Raimondo Di Sangro, principe alchimista e custode di segreti sepolti, simbolo perfetto di quella Napoli sospesa tra scienza e mistero, tra sacro e profano, tra la vita e la morte.
Questo costante intreccio rende la narrazione potente e profondamente simbolica.
La scrittura di Sara Di Furia è evocativa, densa, teatrale senza mai risultare eccessiva. Le descrizioni della Napoli segreta sono magistrali: non solo visive, ma sonore, olfattive, come se si stesse davvero scendendo tra i vivi sepolti. Le atmosfere ricreate dall’autrice rimandano ai romanzi gotici del XVIII e XIX secolo, dove il buio la fa da padrone e i miasmi del male si insinuano nella desolazione della città partenopea.
“La città delle anime sepolte” è un thriller, ma anche una riflessione sulla giustizia, sulla colpa, sull’identità. Un libro che si legge per l’intreccio, ma si ricorda per l’atmosfera.

Trama
Napoli, inverno 1769. La città viene scossa da un evento senza precedenti a memoria d’uomo: le tombe e le fosse comuni sono vuote, i cadaveri giacciono decomposti all’aperto, ma alcuni sono stati visti camminare per i vicoli. La follia dilaga e sfocia nella paura per l’imminente fine del mondo e il giudizio universale. Ad alimentare il clima di terrore, uno spietato assassino uccide le sue vittime strappando loro il cuore e lasciando al suo posto una pedina della tombola. Qual è il filo conduttore che guida la sua mano? Per porre fine all’incubo, re Ferdinando IV affida il caso al funzionario Guido Tucci, che decide di avvalersi dell’ingegno e dell’amicizia di Bastiano, un frate Bianco della Giustizia affetto da nanismo, e del suo scaltro novizio Michele. Insieme condurranno le indagini che li porteranno ad avventurarsi in un labirinto di superstizione, fede, scienza e miserie umane. La terra ha davvero ridato vita alle ombre? Riuscirà l’improbabile trio a fermare il dilagare del male?


