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Chiara Vigo, ultimo maestro del Bisso, il filo dell’acqua

Articolo a cura di Laura Pitzalis

Se dico Chiara Vigo e Bisso, quanti di voi sanno qual è il filo che lega questi due nomi? E sì proprio un filo che non è rosso ma dorato come l’oro e come l’oro è preziosissimo. Si chiama Bisso marino, e si ricava dai filamenti del mollusco Pinna nobilis, quella grande conchiglia che vive sui fondali rocciosi.

È una seta che nasce dal mare, lo raccoglievano e lo filavano le donne dell’acqua. Ne è rimasta una, Chiara Vigo, l’ultima “Maestro del Bisso”, in sardo Su Maistu, al maschile.

È lei che custodisce uno dei segreti più affascinanti del Mediterraneo, tramandando una tradizione millenaria con un processo incredibile: raccoglie i filamenti senza danneggiare il mollusco (che è anche specie protetta) e li lavora seguendo rituali antichi tramandati oralmente nella sua famiglia da generazioni.

L’arte del Bisso comporta molteplici conoscenze non strettamente legate al tessile, che riguardano la ritualità, la medicina, l’erboristeria e le lingue antiche.

Chiara Vigo vive a Sant’Antioco, una cittadina del sud della Sardegna, affacciata sul Mediterraneo occidentale. Da piccola guardava la nonna fare quello che adesso fa lei: immergersi nel mare per radunare i preziosi filamenti marini, pulirli, lavorarli, tesserli e creare dei tessuti che sembrano lucenti come l’oro e morbidi come la seta.

Il Bisso, “il filo dell’acqua”, impercettibile al tatto, evanescente, forte e luminoso è prezioso. Preziosissimo.

Non si vende, non si compra, si dona.”

LA STORIA

La tessitura del Bisso marino, o seta di mare, affonda le sue radici in tempi molto antichi; non sappiamo con esattezza quando e dove sia cominciata la sua storia, complice una fitta rete di commercio fra il bacino mediterraneo e l’oriente.

Viene citato in molti passi della Bibbia, se ne conosce l’esistenza nell’antico Egitto (ma alcune teorie sostengono che si confonda col bisso di lino, molto fine e ricercato, morbido e lucente come quello marino), mentre in Grecia lo introdussero i Fenici.

Ovviamente, dato il costo di lavorazione e il risultato prezioso, nell’antichità il Bisso si è sempre associato alle divinità e riservato a re, clero e imperatori.

In epoca romana si menziona il Bisso come fibra venduta a peso d’oro e Plinio il Vecchio, nel suo Naturalis Historia, descrive dettagliatamente il processo di pesca della Pinna Nobilis, il mollusco da cui si ricava la fibra.

La produzione del Bisso era fiorente anche nel Mar Rosso, mentre nella nostra penisola si pescava e lavorava in Puglia e Sardegna.

A causa dell’immenso lavoro che serviva per la produzione venne soppiantata dall’introduzione del baco da seta intorno al 550 d.C. e il Bisso divenne poco usato e mantenuto solo per poche pregiatissime lavorazioni.

I pochi reperti storici che ci sono prevenuti sono di fattura straordinari. Il più antico è datato intorno al IV secolo, fu ritrovato a Budapest, nel 1912, in una sepoltura femminile, ma purtroppo è andato distrutto durante un bombardamento nella Seconda guerra mondiale.

Ad oggi il reperto più antico è una cuffia lavorata a maglia del XIV secolo. Gli archeologi l’hanno rinvenuta in una campagna di scavi nella Basilica di Saint Denis a Parigi nel 1978 ed è esposto al Museo di Storia Naturale di Basilea.

COME SI OTTIENE?

La seta di mare si ottiene dai filamenti che secerne la Pinna nobilis, conosciuta anche come nacchera, grandi molluschi bivalve che possono vivere più di 20 anni, raggiungere un metro di lunghezza e il mollusco che le abita può pesare fino a un chilo. Data l’estensione della conchiglia, alcuni organismi (alghe, briozoi, ascidie e spugne) si insediano sulla parte esterna del guscio.

È un organismo sessile che vive fissato con la parte appuntita della sua conchiglia nella sabbia o nella roccia, in mezzo alle praterie di Posidonia oceanica, da pochi metri fino a 40 m di profondità.

È una specie minacciata dalla raccolta per il collezionismo e dal 1992 è tutelata sia da una legge europea sia da una regionale, perché dichiarata in via di estinzione.

La Pinna Nobilis nasconde una ghiandola setacea che, stimolata dal continuo movimento delle due valve, espelle una bava formata di cheratina, come i capelli, che a contatto con l’acqua si solidifica e produce una barba grezza e incolta color marrone incrostato di conchigliette, alghe, piccoli coralli.

Ogni filo di cheratina è lungo circa 25 centimetri. Per ottenere 300 grammi di grezzo occorre immergersi un centinaio di volte. Rispettare l’habitat significa prelevare solo i filamenti delle Pinne che hanno almeno 12 anni. Se si prelevano solo le punte del bioccolo con cautela e metodo l’animale sopravvive, se lo si strappa dal fondale il mollusco muore

È  questa “barba” che una volta lavorata e sbiondata diventa Bisso, splendente come oro, soffice e forte.

Vediamo come avviene questo “miracolo”.

IL PROCESSO DI LAVORAZIONE DELLA SETA DEL MARE

Quella della lavorazione del Bisso è un’arte sacra, magica, che possiede il colore dell’oro, il profumo del mare ed il sapore della leggenda, per cui merita tutta la nostra attenzione, il nostro rispetto e soprattutto la nostra protezione. Perciò in questo articolo ho usato la maiuscola: Bisso

Dei quaranta centimetri che ogni nacchera adulta produce si usano solo gli ultimi cinque. Con 300 grammi di fibra naturale si riesce a produrre 30 grammi di Bisso, che a loro volta restituiscono 12 metri di seta del mare.

La fibra grezza viene sommariamente pulita dal fango e dalle scorie, quindi dissalata per 25 giorni, avendo cura di cambiare l’acqua ogni tre ore sia di giorno che di notte. Successivamente, si esegue un’ulteriore pulitura con un cardo a spilli di ridotte dimensioni. Il filo viene quindi immerso in una soluzione composta da 15 alghe ossidate nel succo di limone, allo scopo di renderlo ignifugo, più elastico e resistente, scongiurando eventuali tarlature o alterazioni della fibra nel tempo. Questo passaggio è fondamentale per conferire al filo dell’acqua il caratteristico colore dell’oro, che il Bisso assume alla luce. Il filo viene poi lavorato con un fuso in legno di ginepro a coppa, effettuando la torsione completamente a mano. La filatura è accompagnata da canti rituali, parole misteriose in aramaico e carmi che si intrecciano a creare l’alchimia di questo prezioso tessuto.

Anche la tessitura si svolge secondo un sistema molto arcaico, su un enorme telaio di tipo mesopotamico in canne sul quale le unghie intrecciano il filo alla trama per creare l’ordito.

Chiara Vigo conosce tutti i segreti della tintura naturale per ogni tipo di tessuto ed è in grado di riprodurre la porpora, il viola, lo scarlatto e l’oro attraverso l’estrazione del colore da foglie, radici, cortecce.

Il Bisso marino non si rovina, non viene attaccato dagli insetti ed è più sottile di un capello, ma mille volte più resistente.

IL VALORE DELLA SETA DEL MARE

Ci voglio tre primavere per filare 12 metri di Bisso ritorto, cinque anni per un unghiato di 40 X 50 cm

Un’arte cadenzata dal tempo, caratterizzata da gesti lentissimi scaturiti da un’esperienza millenaria, fatta di canti, preghiere, formule, rituali che danno vita a una operazione che richiede ore e ore di paziente lavoro con i tempi giusti, senza alcuna fretta, con la certezza di realizzare un’opera unica, meravigliosa e straordinariamente preziosa.

Opere che non vengono commercializzate perché, come dice Chiara Vigo: “le opere in seta del mare possono solo essere donate o ricevute”.

Candidata a Patrimonio Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO, Chiara ha voluto raccogliere la sua eredità e le sue opere fondando il Museo del Bisso, il suo laboratorio-museo di solo una stanza, meta di visitatori da tutto il mondo, curiosi di vedere questa magia che trasforma i doni del mare in tessuti leggendari.

Amo raccontare di volta in volta a chi vuole conoscere la mia storia perché la trasmissione orale e gestuale non si può mettere nero su bianco ma crea un tessuto di incontro verso chiunque voglia entrare nel mondo segreto di un Maestro“.

Nelle sue circa settanta tele, molte conservate a Sant’Antioco, alcune esposte in musei come il Museum der Kulturen di Basilea o il Museo Nazionale delle Arti di Roma, si riconoscono disegni tramandati di generazione in generazione: leoni a difesa delle donne, pavoncelle a difesa della pace, alberi della vita, emozioni di terra e acqua, lune e navicelle nuragiche. Tutti dal significato simbolico.

Se volete conoscere meglio l’ultima depositaria di quest’arte antichissima che non ha prezzo, potete trovare su YouTube diversi video. Ve ne consiglio due, il primo un’intervista di qualche decennio fa, il secondo più recente. Guardateli ed entrerete in un mondo magico, ancestrale, quasi esoterico di una lavorazione intrisa di sacralità che soggiace a precise regole, subordinata a un vero e proprio “giuramento dell’acqua” da parte dei “maestri” che decidono di intraprenderla.

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