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Mese Storico TSD: i personaggi dei romanzi visti dai loro autori – Lugal Zaggesi e Luca Vinotto

Il mito dell’eterno rivale: Lugal Zaggesi

Se c’è un esempio del fatto che la storia è raccontata dai vincitori e i vinti sono destinati all’oblio, questo è costituito dalle vicende di un grande re della Mesopotamia dell’età del bronzo, Lugal-Zaggesi.

Unica rappresentazione che abbiamo di lui è quella che accompagna questo scritto, e lo vede a capo chino, la barba e i capelli in disordine, mentre esce dalla gabbia in cui l’ha rinchiuso il suo vincitore, Sargon di Akkad. Quale triste fine per colui che fino a poco prima parlando di sé stesso in terza persona dichiarava con orgoglio “Dal Mare Inferiore [Golfo Persico], lungo il Tigri e l’Eufrate fino al Mare Superiore [Mediterraneo), … da est a ovest Enlil non gli permise rivali; sotto di lui le terre riposarono contente, il popolo si rallegrò, e i sovrani … e i governanti di altre terre [le città-stato lungo il Tigri e l’Eufrate] gli concessero la sovranità”.

Vediamo più da vicino la sua storia.

Il contesto storico

All’inizio del XXIV secolo a.C., la Mesopotamia è la regione del mondo più densamente abitata e, insieme all’Egitto e alla valle dell’Indo, quella in cui lo sviluppo sociale e tecnologico ha fatto più strada: già da un millennio, più o meno, ha sviluppato una fiorente civiltà che ha dato al mondo le prime conoscenze di matematica, geometria e astronomia e soprattutto la scrittura cuneiforme che ha permesso la nascita di una sofisticata organizzazione sociale.

La Mesopotamia del III millennio a.C.

La troviamo popolata da numerose città stato. Oltre Uruk, che risale al 3800 a.C. ed è considerata la città più antica al mondo, troviamo, per citare solo le principali, Ur, Nippur, Lagash, Eridu, Umma, Adab, Shuruppak a sud e Kish, Akhshak, Sippar, Eshunna, Tutub, Nagar, Ebla, Mari più a nord.  Si tratta di insediamenti molto grandi per l’epoca, alcuni con decine di migliaia di abitanti e in grado di realizzare, attraverso elevata specializzazione e organizzazione del lavoro, opere di pubblica utilità quali canali, bacini irrigui, palazzi e mura e gestire grandi opifici di trasformazione di materie prime (molitura dei cereali, tessitura, produzione di mattoni, fonderie). Il “collante” che mantiene la società coesa è religioso, e si basa sulla profonda convinzione che la città e il territorio circostante siano donati agli abitanti dalla divinità protettrice.

Questo dio poliade è l’unico vero padrone della terra e dispone dei suoi frutti attraverso il Sommo Sacerdote, che quindi è capo civile e religioso al tempo stesso (Ensi). Sotto di lui vi sono il prefetto (sabra) e il capo dell’amministrazione templare (sagga) da cui dipendono uno stuolo di funzionari: il capo contabile (sadubba), quello del “catasto” (sadu), il “capo del granaio” (kaguru), il “capo delle acque” (gugallu) e tanti altri di minore importanza. Il compito di questi burocrati è coordinare le attività dei lavoratori, distinti in “asserviti” (eren), che devono assicurare al Tempio quindici giorni di lavoro al mese (o versare la corrispondente parte di prodotto realizzato), e “portatori” (unga), dipendenti a tempo pieno del Tempio. I primi sono artigiani e operai specializzati, compresi anche i piccoli proprietari terrieri; i secondi soprattutto contadini e allevatori e più in generale mano d’opera non specializzata.

Le attività in capo al Tempio e i relativi lavoranti sono suddivise tra le bitum, o le “Case”: strutture che organizzano il lavoro e distribuiscono le razioni di cibo e vestiario necessarie per il sostentamento dei lavoratori e delle loro famiglie, compresi i non produttivi, cioè bimbi, vecchi e malati.

La crescita della popolazione e l’affinamento delle tecniche di irrigazione diventano elementi di tensione e conflitto. Da un lato infatti ogni città mette a coltivazione terre sempre più lontane, fino a invadere quelle dei vicini. Dall’altro, in una terra in cui l’acqua è abbondante solo nelle aree raggiunte dal Tigri e dall’Eufrate, se gli insediamenti più a monte aumentano i canali e i bacini di raccolta artificiali finiscono per penalizzare quelli a valle.

Nelle città, quindi, cresce l’importanza di chi è in grado di condurre in battaglia la propria gente, cui viene attribuito il titolo di Lugal, “Grande Uomo”. È fatale che tra la guida religiosa e quella militare si apra una contesa per la supremazia all’interno della città: con l’inasprirsi dei contrasti la seconda prevarrà sulla prima.

Il periodo cosiddetto “Protodinastico” (3100 – 2335 a.C.) è caratterizzato quindi da questa competizione tra le città-stato, fatta di intrighi, tradimenti, alleanze e guerre aperte. Alcuni dei conflitti si trascinano per decenni se non per secoli – ad esempio quello che vede contrapposta Kish a Uruk e quello tra Lagash e Umma, senza che emerga un vincitore definitivo. Anche perché il collante religioso che permette la coesione interna della città – stato, lo stretto legame che intercorre tra dio, città e abitanti, ne determina l’indipendenza: nessuno ha interesse a inimicarsi una divinità defraudandolo della sua proprietà, per cui i conflitti hanno come obiettivo solo la soluzione dei contrasti locali e non quello della conquista e della sottomissione dei vinti, che mantengono la propria indipendenza.

Ciò non significa che nel corso del tempo alcune città non abbiano esercitato una qualche sorta di supremazia su una parte più o meno estesa del territorio; si tratta però di quella che oggi chiameremmo “influenza dominante”, e chi la esercita è solo un “primus inter pares” rispetto agli altri sovrani: una “regalità” (nam-lugal in sumero), che non presuppone l’esistenza di uno stato sovra-cittadino.

Ma dalla seconda metà del XXIII secolo a.C. le cose sono destinate a cambiare.

Lugal-Zaggesi, ascesa e caduta

Lugal-Zaggesi è figlio del re Ukush di Umma, una delle città più importanti della bassa Mesopotamia. Inizia la sua carriera come alto sacerdote di Nisaba, dea poliade della città, quindi succede al padre sul trono. Sappiamo che assume un ruolo di rilievo anche a Uruk, città ben più importante della prima, anche se ne ignoriamo le motivazioni. In una sua iscrizione fa riferimento al fatto di essere stato “allevato dalla dea Ningirim, sovrana di Uruk”. Ningirim in effetti era la dea degli incantesimi e dei serpenti e secondo molte fonti rivestiva una certa importanza in Uruk, pur secondaria rispetto a quella del dio poliade An; l’iscrizione potrebbe significare che il suo legame con la città risale alla sua infanzia. Altri autori propendono per una salita al potere tramite matrimonio.

In ogni caso, Lugal-Zaggesi riesce a creare una sorta di alleanza tra le due città e al comando dei due eserciti riuniti dichiara guerra all’eterna nemica di Umma, Lagash.

Quest’ultima è una delle più potenti città della Mesopotamia meridionale. Doveva essere anche molto bella: recenti scavi archeologici hanno scoperto che la città si era sviluppata su una serie di isolette formate dai mille canali in cui il Tigri anticamente si divideva in prossimità della foce. Una sorta di Venezia dell’Età del Bronzo, in sostanza. Nei secoli precedenti l’avvento di Lugal-Zaggesi si era scontrata più volte con Ur e con Umma, spesso riuscendone vincitrice. Uno dei capolavori dell’arte sumera giunto fino a noi, la cosiddetta “Stele degli Avvoltoi”, rappresenta la vittoria del re Eannatum di Lagash nei confronti di Umma.

Stele degli Avvoltoi – particolare rappresentante l’esercito di Umma nella tradizionale formazione a falange

Ora Lugal-Zaggesi vuole approfittare della difficile situazione della rivale, dove dopo un periodo di disordini una rivolta ha portato il debole Urukagina al potere.

Inizialmente le cose non sembrano mettersi bene per lui: Urukagina attacca il suo esercito mentre è alle prese con l’assedio di Girsu, alleata di Lagash, e lo sconfigge. Lugal Zaggesi non si dà per vinto e per altre tre volte attacca il rivale arrivando a mettere sotto assedio Lagash; per tre volte viene respinto. La guerra continua sanguinosa, finché intorno al 2350 a.C. Lugal-Zaggesi infligge a Urukagina una devastante sconfitta. Ha vinto e questa volta non si limita a ridefinire i confini territoriali a proprio favore, come da sempre era usanza, ma saccheggia i templi e le ricchezze della sconfitta e ne annette la maggior parte del territorio.

Ne fornisce una angosciata testimonianza un ignoto sacerdote di Lagash, che su una tavoletta, dopo aver enumerato i tanti saccheggi del vincitore, conclude maledicendolo:

Il capo di Umma saccheggiando Lagash ha commesso un peccato contro Ningirsu [dio poliade di Girsu, ma venerato anche a Lagash]. La mano che ha alzato contro il dio sarà tagliata! Non è a causa di un peccato di Uru’inimgina, re di Girsu, che Lagash fu saccheggiata! Possa Nisaba, il dio di Lugal-Zaggesi, sovrano di Umma, fargli espiare il peccato di aver saccheggiato i templi degli déi!

Come si vede, di fronte all’oltraggio del re di Umma il sacerdote si appella non solo al proprio dio ma anche a quello dell’avversario che ha trasgredito le regole “divine”.

Gli dèi però sono sordi alle preghiere del religioso, almeno inizialmente. Forte delle ricchezze ottenute con la conquista di Lagash e Girsu, Lugal-Zaggesi ottiene il trono della stessa Uruk. E’ ormai l’uomo più potente della Bassa Mesopotamia, e dinanzi a lui si inchinano, con le buone o (più spesso) con le cattive tutte le ricche città sumere: Larsa, Nippur, Zabala. Eridu e altre città minori.  Ora può volgere la sua attenzione a settentrione, e a una città che da sempre incute timore ai sovrani di Sumer: Kish.

Quattromila e trecento anni fa il Tigri e l’Eufrate seguivano un corso molto diverso da quello attuale. Più o meno a metà del loro tragitto, il ramo principale del secondo confluiva nel primo e solo alcuni rami minori continuavano un percorso solitario per sfociare nel Golfo Persico. Le antiche città della bassa Mesopotamia sono tutte situate lungo questi due corsi d’acqua; la maggior parte, Uruk compresa, si affaccia sui rami minori dell’Eufrate.

La città di Kish è ubicata anch’essa su uno di questi rami, ma più a nord del punto in cui nasce la maggior parte dei canali; in una posizione, quindi, che le consente di influire sulla quantità d’acqua che giunge alle città meridionali. Ne abbiamo testimonianza letteraria dall’epopea di Gilgamesh, uno degli primi re di Uruk, in cui si racconta di come l’eroe affronta l’esercito di Kish per una questione attinente i lavori di manutenzione della rete di canali comuni ai due insediamenti.

Ai tempi di Gilgamesh (il mito colloca il suo regno nella prima parte del Protodinastico, qualche secolo prima dell’avvento di Lugal-Zaggesi) Kish era una grande potenza regionale, tant’è vero che nei documenti successivi il titolo di “Re di Kish” acquista il significato di “Re della totalità” della terra conosciuta. Intorno al 2500 a.C. però la città attraversa un periodo di decadenza, forse dovuto a lotte intestine, che la portano a subire il predominio di Akhshak, di poco più a nord. Riacquista la propria indipendenza intorno al 2400 a.C. sotto la guida della regina Kubaba, l’unica donna menzionata nella “Lista dei Re”, un antico documento che elenca i sovrani succedutisi nelle più importanti città della regione.

Con lei Kish ritorna potente, ma la gloria del passato è solo un ricordo. Non deve sorprendere, quindi, che la città cada sotto il controllo di Lugal-Zaggesi. Secondo alcuni studiosi senza neppure combattere: Ur-Zababa, nipote di Kubaba,  di fronte alla sproporzione tra le forze di Lugal-Zaggesi e le sue decide di sottomettersi.

Dopo 25 anni di dure battaglie Lugal-Zaggesi controlla tutta la Mesopotamia meridionale e centrale, un territorio vasto poco meno della nostra Italia. Ma non gli basta. Attraverso una serie di vittoriose campagne militari estende la sua influenza anche ai regni settentrionali di Mari, Ebla e Nagar e forse oltre. Le iscrizioni sugli oggetti votivi donati da Lugal-Zaggesi a Enlil, signore di tutti gli Dei, dichiarano che il dio stesso ha posto ai suoi piedi tutte le terre comprese tra il Mare Inferiore (il Golfo Persico) e il Mare Superiore (il Mediterraneo).

Si tratta di una affermazione sconcertante, se pensiamo al tradizionale concetto di “regalità” di cui abbiamo parlato, e gli studiosi si chiedono se quello di Lugal-Zaggesi sia un progetto consapevole di superare il concetto di città-stato e riunire, sotto un unico impero, i Sumeri, i Semiti della Mesopotamia del Nord e le popolazioni proto-cananee dell’attuale Libano.

Le cose però stanno diversamente, per due motivi. Il primo è che, a parte le sue stele commemorative, non vi sono evidenze di una chiara supremazia di Uruk a nord di Kish;  anzi dai documenti amministrativi in nostro possesso sembra che il suo potere su quella regione si limiti a poco più di una influenza commerciale. In secondo luogo, manca il requisito principale di uno stato, e cioè l’apparato di controllo centrale del territorio. Dagli stessi documenti infatti, sembra si possa concludere che le città asservite mantengano la propria indipendenza; in altri termini, Lugal-Zaggesi comanda ma non governa e in effetti il suo potere viene continuamente messo in discussione da chi ritenga di avere i mezzi (militari) per poterlo fare.

Come accade a Kish quando sale al potere Sargon, dopo aver deposto Ur-Zababa.

Nonostante la pluralità delle fonti, i motivi che hanno generato il conflitto tra i due non sono ancora chiari. Secondo alcuni componimenti Sargon, evidentemente non contento di essere diventato il sovrano di una delle più antiche e importanti città della Mesopotamia,  decide di muovere guerra contro lo stesso re di Uruk e signore di Sumer. Altri lasciano intendere che sia stato Lugal-Zaggesi a muoversi per primo, magari per vendicare il deposto Ur-Zababa che in fondo gli aveva giurato fedeltà. In ogni caso, il potente Lugal-Zaggesi e Sargon si scontrano sul campo di battaglia in una guerra che segnerà il destino dell’intera regione e avrà ripercussioni per i secoli a venire.

Lugal-Zaggesi controlla una cinquantina di insediamenti, alcuni con decine di migliaia di abitanti e Sargon la sola Kish; i numeri darebbero sicuramente la vittoria al primo. Eppure Sargon, dopo aver combattuto 34 battaglie e sconfitto 50 re di altrettante città (così dicono le fonti) ne esce vittorioso (2316 a.C. circa).

Testa in bronzo di un sovrano Accade, scoperta a Ninive nel 1931 e tradizionalmente attribuita a Sargon di Akkad

È un successo strabiliante, che sembra doversi attribuire alle grandi capacità di innovatore di Sargon, che introduce l’uso su larga scala di guerrieri di professione (forse mercenari di etnie “barbare”), in modo da contrapporre l’abilità e l’esperienza alla superiorità numerica dell’avversario e utilizza per la prima volta in battaglia l’arco da guerra “composito” che poi diventerà l’arma per eccellenza degli eserciti orientali.

Come risultato, Sargon “lava la lama della sua spada nel Mare Inferiore” per purificarla dal sangue nemico versato e significare che la sua vittoria è completa, conduce in catene Lugal-Zaggesi a Nippur, all’epoca “città sacra” per le popolazioni mesopotamiche dove si fa incoronare “Ensi (governatore) della terra per conto del dio Enlil”, il signore del pantheon sumero. Di Lugal-Zaggesi non si saprà più nulla, ma è probabile che la sua morte abbia fatto da contorno ai festeggiamenti per la presa di potere di Sargon. Da quel momento, Lugal-Zaggesi sarà ricordato solo come un tiranno sanguinario e senza pietà sconfitto per volere degli dèi dal grande sovrano accadico. Sic transit gloria mundi…

Bibliografia:

William J. Hamblin Warfare in the Ancient Near East to 1600 BC: Holy Warriors at the Dawn of History Ed. Warfare and History

Marc Van De Mieroop – A History of the Ancient Near East ca. 3000-323 b.C. – Wiley 2016

Lucio Milano (a cura di) – Il vicino oriente antico – EncycloMedia Publishers

Paolo Gentili – Sargon, re senza rivali – SEU Servizio Editoriale Universitario di Pisa

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