Narrativa recensioni

Il Resto di Niente – Enzo Striano

Recensione a cura di Raffaelina Di Palma

Meu Deus, que calor!
Lenòr si levava all’alba, estenuata. Nelle notti di agosto, alla vecchia casa di Ripetta imposte semiaperte e dilagavano i miasmi: vapori di vino,erbe putride, urina, bulicanti dall’acqua marcia che infettava gli scalini melmosi dell’antico porto. Cosa non si disfaceva per quel tratto sordido di fiume! Barconi tenuti insieme con spago, carogne d’animali, stracci.

Con questo incipit Enzo Striano inizia “Il Resto di Niente”: il romanzo storico pubblicato per la prima volta nel 1986, nel quale racconta la vita di Eleonora de Fonseca Pimentel, nello scenario della breve vita della rivoluzione napoletana del 1799.
La sua famiglia è costretta a lasciare il Portogallo destinazione Roma, dove lei nasce: quando si rifugiano a Napoli per sfuggire alle oppressioni contro i giansenisti, Eleonora ha soltanto otto anni.

La fuga di questa famiglia è motivata anche dai difficili rapporti tra il Regno del Portogallo e lo Stato Pontificio che, tra l’altro, non riconosce i titoli di nobiltà della discendenza Fonseca Pimentel.
La trama ruota intorno all’adolescenza e alla maturità di Eleonora, chiamata in famiglia affettuosamente Lenòr. Cresce nella Napoli che tanto ama, assimilandone la tradizione letteraria, ricca di vivacità culturale, impegnandosi con passione alla letteratura, studiando, componendo, traducendo, coltivando la sua inclinazione per lo studio delle lettere.

Enzo Striano ci proietta nel contesto sociale e politico della Rivoluzione partenopea del 1799, un periodo storico pressoché sconosciuto, a cui Eleonora darà il suo intenso contributo; la rivoluzione vista e analizzata attraverso gli occhi di una donna. Una donna delicata, ma determinata, che si lascia coinvolgere dal vorticoso movimento degli eventi attraverso i quali lo scrittore ci fa intravedere una Napoli in un momento storico di grande cambiamento, tuttavia, è una città determinata a difendere le proprie convinzioni: una città che si chiude nella propria povertà, nell’ignoranza, nell’arretratezza; una Napoli che rifiuta la Repubblica, e con essa la libertà: che preferisce sottomettersi pur di continuare a vivere la vita alla giornata, lavorando a nero con una sorta di fatalità e di rassegnazione: cos’è quel qualcosa di misterioso che il popolo napoletano intuisce con la sua sensibilità? Qualcosa che ricerca, ma allo stesso tempo rifiuta.
La libertà è scomoda, è difficile da governare. Perché, per riportare una frase che nel libro ricorre spesso, nel quale si riconosce pienamente il popolo napoletano dell’epoca: è sempre, quella fatalità che incombe che è rimasta nella sua natura fino a diventare quella particolare e simpatica filosofia di vita che lo contraddistingue.
“accussì adda i’”. Come dicono i “lazzari”; così deve andare. “Tu nun ce può fa’ niente”.
“Ti devi rassegnare; non puoi farci niente”.
(I lazzari sono i giovani dei ceti popolari della Napoli del XVII-XIX secolo) .

Lenòr non condivide le pratiche superstiziose del popolo napoletano, ma crede nelle possibilità di una educazione pubblica e civile che porta a un’evoluzione che può ribaltare la tirannia che in quegli anni soffoca Napoli: che lei sostiene con passione anche attraverso la direzione del giornale “Monitore Napoletano”.
L’isolamento e la brutalità del marito la riportano in famiglia, ma la ferita per la perdita del suo unico figlio non si rimargina. Dopo il fallimento del suo matrimonio che la porta alla separazione dal violento marito, Pasquale Tria de Solis, abbraccia la causa della rivoluzione; crede fortemente in una società più equa, dove tutti hanno diritto all’istruzione, l’autoritarismo sarà sostituito dalla democrazia: saranno questi i sentimenti a darle la forza per continuare a vivere. In questo passaggio trasmette, Lenòr, la forza e la concretezza delle sue potenzialità: crede fortemente nel valore, nell’ingegnosità, nell’orgoglio, del popolo napoletano.
I lazzari si schierano dalla parte del re, fuggito a Palermo. Sconfitti dai francesi, i quali vengono accolti come liberatori soltanto dagli intellettuali, che avranno le chiavi di un governo nuovo, egualitario, senza sudditi, ma tutti cittadini.
Ma i francesi non indugiano a coltivare i loro interessi e Lenòr denuncia la loro avidità sul suo giornale. Nei tre mesi della Repubblica il suo sogno prende vita, nel quale tutti sapranno leggere e scrivere, ma, lei asserisce, «fare una rivoluzione per il popolo ma, se esso non penetra nelle tue idee, è votata al fallimento».

Scuote il capo, sempre più avvilita. Non si può fare un giornale in questo modo, Antonio.
Ogni sforzo va perduto. Fra l’altro, quelli che ne avrebbero bisogno non sanno leggere, a chi diciamo certe cose? A coloro che ne sono convinti? Allora il giornale è perfettamente inutile.

I francesi sono fuggiti da Napoli e i patrioti sanno che Napoleone non farà in tempo a tornare dalla campagna in Egitto per tutelare la loro traballante repubblica, che il popolo non vuole riconoscere e si rifiuta di difendere. Mentre con i suoi amici, difende Castel Sant’Elmo dall’esercito del cardinale Fabrizio Ruffo, in quella stessa fortezza che aveva visto nascere le sue speranze, Lenòr è consapevole: il tempo del sogno è finito e lei l’ha sempre saputo che sarebbe avvenuto; si sente oppressa da un destino ineluttabile.
Mentre tra le guardie, percorre la strada verso il carcere, viene offesa e derisa dalle donne: quelle stesse donne che lei voleva aiutare a istruirsi per riscattarsi dalla schiavitù di una società patriarcale.

Non hanno mai portato da mangiare, solo una gamella di stagno con acqua tiepida. Né pitale né bugliolo: ha cercato di trattenersi, fino a sentirsi male, a farsi scoppiare la vescica, poi il corpo ha ceduto, s’è intrisa tutta, in dolente sollievo, mentre piangeva come una bambina.

Gli intellettuali come Eleonora contribuirono, con le loro idee all’avvento, in pieno regime aristocratico della Repubblica napoletana, che fu un evento tanto appassionante, quanto effimero.
Prima di essere uno scrittore, Enzo Striano è un giornalista, è naturale che abbia raccontato il suo romanzo con le caratteristiche di una cronaca: senza nulla togliere allo stile di scrittura sciolto e scorrevole. D’altronde anche la sua protagonista era una giornalista e mi piace credere che sia stato un incontro tra colleghi.
L’incredibile avventura intellettuale di Eleonora Fonseca Pimentel si consuma nello scenario di un’intera città: la Napoli di fine Settecento: Striano ne fa una descrizione viva, capace di restituire intatti al lettore le strade con i loro mille rumori, la musicalità dei dialetti che cambiano cadenza a seconda della zona di provenienza, i colori sgargianti degli abiti, l’aroma dei cibi, tra lo sfarzo della corte borbonica e l’estrema povertà del popolo.
Per la sua modernità, Eleonora de Fonseca Pimentel, potrebbe fondersi in una donna di oggi: una femminista ante litteram, la cui unica arma è la cultura.
Al suo pensiero si mescolano le domande che la vicenda solleva. Si alternano all’io di oggi impegnato a rintracciare la protagonista di ieri: perché tutto ciò, comunque, riguarda ancora e sempre la nostra contemporaneità.
“Che rimane? Niente. Il resto di niente.”

Editore: ‎Mondadori; 2° edizione (24 maggio 2016)
Copertina flessibile: ‎ 392 pagine
ISBN-10: ‎ 8804668253
ISBN-13: ‎ 978-8804668251
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Trama
Portoghese di origine, ma napoletana d’adozione, Eleonora de Fonseca fu poetessa, scrittrice e una delle prime donne giornaliste in Europa. Amica di intellettuali e rivoluzionari, da Vincenzo Cuoco a Guglielmo Pepe, ebbe un ruolo di primo piano negli sfortunati moti partenopei del 1799. “Il Resto di Niente”indaga con straordinaria forza evocativa e con rigore storico la sua parabola di donna e di rivoluzionaria: l’impegno politico, ma anche il matrimonio infelice, la scomparsa prematura dell’unico figlio, gli amori di gioventù e quelli della maturità, la fede, l’amicizia, le passioni, fin alla
tragica fine. A far da sfondo all’incredibile avventura intellettuale di Eleonora c’è un’intera città, la Napoli di fine Settecento.

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