Viaggio nella storia

Aida: 150 anni e non dimostrarli.

Cairo 24 Dicembre 1871 e Milano 8 Febbraio 1872

Articolo a cura di Laura Pitzalis

Se si nomina “Aida” di Giuseppe Verdi, nell’immaginario collettivo si raffigura la “Marcia Trionfale”: scenari con piramidi e sfingi, parate militari, cori, danze, scene di massa, il suono sfarzoso e solenne delle lunghe trombe da un effetto sonoro sensazionale.

Tutti, grazie a questo brano musicale, conoscono l’Aida, diventata popolare proprio per queste esplosioni di scenografia musicale, ma, sono sicura, molti non ne conoscono la trama, né l’hanno mai ascoltata per intero. Peccato, perché l’Aida è costellata da pagine musicali bellissime tra arie e duetti come “Celeste Aida”, “Ritorna vincitor”, “O patria” e il duetto finale “O terra addio”.

Non è, quindi, solo un’opera celebrativa in cui, rievocando la vittoria sugli Etiopi nel 1000 a.C., si esalta la gloria d’Egitto con fasto, grandiosità e trionfalismo, ma un’opera che ha anche una natura intimistica dove i personaggi principali soffrono per le passioni più umane, come l’amore, il desiderio di potenza, la vendetta. Abbiamo, infatti, una storia d’amore e potere, una storia in cui, per la prima volta in un’opera di Verdi, un uomo, Radamès, prode guerriero comandante dell’esercito egizio, è conteso da due donne, la sfortunata Aida, principessa etiope e schiava egizia, e Amneris, la passionale figlia del faraone.

Nel 1870 Verdi aveva quasi sessant’anni, voleva ritirarsi e aveva rifiutato, (perché, come lui stesso disse, non era nelle sue abitudini scrivere musica “d’occasione”), l’invito del kedivè d’Egitto, Ismail Pascià, di scrivere una nuova opera per celebrare l’apertura del canale di Suez e inaugurare il nuovo teatro dell’opera del Cairo. Eppure accettò di comporre l’Aida, perchè?

Partitura musicale del tenore per la frase finale dell’aria ‘Celeste Aida’.

LA GENESI DELL’OPERA

Se oggi fischiettiamo allegramente la marcia trionfale o ci troviamo a intonare “Celeste Aida” o l’inno “Gloria all’Egitto”, dobbiamo dire grazie all’intuito e furbizia di Camille Du Locle, direttore dell’Opéra-Comique di Parigi, buon librettista, futuro padre putativo della “Carmen” di Bizet, e grande amico di Verdi.

Du Locle fu contattato da Auguste-Ferdinand Mariette egittologo francese divenuto Bey per meriti archeologici, perché il kedivè d’Egitto voleva un’opera inedita con soggetto l’antico Egizio. Lui ha pronta una misteriosa vicenda d’amore e di guerra giocata fra la figlia di un Faraone, un prode guerriero egizio e una seducente schiava. Non si sa bene se questo testo sia veramente frutto della sua fantasia o se abbia decifrato qualche antico papiro o ascoltato il racconto di qualche vecchio egiziano o attinto da un vecchio melodramma come la “Nitteti” metastasiana del lontano 1756 o, ancora, fosse un testo scritto da suo fratello Eduard. Fatto sta che per trasformare il testo in un’opera lirica era necessario che qualcuno ne componesse la musica e quindi trovare un compositore di alto rango.

E qui entra in scena il nostro Du Locle che approfittando di un soggiorno di Verdi a Parigi tra marzo e aprile del 1870, gli mette in mano il racconto di Mariette, AIDA.

E Verdi accettò!

Lo fece per due motivi: grazie a una geniale astuzia di Du Locle che gli disse che se non avesse accettato, l’opera sarebbe stata commissionata molto probabilmente a Richard Wagner (è noto a tutti il suo antagonismo nei confronti del compositore tedesco); perché il soggetto lo intrigò molto tanto che già il 2 giugno scrive a Ricordi chiedendogli se Ghislanzoni è disponibile per stendere il libretto.

Accettò, quindi, ma proponendo delle condizioni in una lettera, da lui definita “asciutta e secca”:

Verdi farà a sue spese il libretto, manderà a sue spese una persona di fiducia al Cairo a dirigere e concertare, lascerà all’Egitto la proprietà del libretto e della musica ma riserverà per sé i diritti in tutte le altre parti del mondo. Come compenso centocinquantamila franchi pagabili alla consegna della partitura.

Centocinquantamila franchi, un compenso veramente faraonico che lo imbarazzò un poco tanto da sentire il bisogno di non rendere subito pubblico il contratto perché sicuramente si sarebbero citati “i 400 scudi per il Barbiere di Siviglia, la povertà di Beethoven, la miseria di Schubert, il vagabondaggio di Mozart …”.

Verdi iniziò a comporre nell’agosto de 1870 molto alacremente poiché il progetto era di mettere in scena l’Aida in quello stesso inverno, e non c’era solo la parte musicale cui pensare ma anche le scenografie e i costumi. La guerra franco-prussiana, però, vanificò tutto questo perché scenografia e costumi erano preparati a Parigi, sotto la supervisione di Mariette, e Parigi, a quell’epoca, era assediata dalle armate prussiane. La rappresentazione dovette essere rimandata, quindi, di un anno.

Nel frattempo Verdi, che si trova nella sua residenza a Sant’Agata, comincia a preparare anche la prima europea alla Scala che gli stava più a cuore, ma non per questo si disinteressò della messa in scena dell’opera al Cairo cui non partecipò per la sua riluttanza a compiere viaggi via mare.

Il 24 dicembre 1871, in una cornice mondana festosa, l’Aida fece il suo debutto al teatro dell’Opera del Cairo sotto la direzione di Giovanni Bottesini che riferì per lettera a Verdi lo straordinario successo della serata.

L’8 febbraio 1872 al Teatro alla Scala di Milano ci fu la prima europea anche qui con successo travolgente che fece dell’Aida una delle opere più popolari e più rappresentata al mondo.

Verdi in realtà considerò la rappresentazione scaligera, la vera “Prima” dell’opera, poiché quella egiziana era stata proposta a una platea di critici, diplomatici e personalità, ma non, come avrebbe gradito, a un pubblico di intenditori e amanti dell’opera.

CURIOSITÀ

La sinfonia che non c’è

Per la prima europea alla Scala, Verdi pensò di apportare delle modifiche preparando una Sinfonia che poi però non inserì perché la ritenne, parole sue, “semplicemente pleonastica”.  Questa sinfonia, anche se non approvata da Verdi, non fu da lui distrutta, la conservò a Sant’Agata, fra le carte d’archivio, e là rimase per quasi settant’anni.

Il 26 gennaio 1875 il direttore Emilio Usiglio gli chiese di poter eseguire la Sinfonia e Verdi rispose:

“Non esiste nessuna sinfonia dell’Aida. Ella forse avrà sentito dire che in una delle prove d’Aida a Milano, io feci eseguire un pezzo dall’Orchestra che aveva come l’aria di una sinfonia”.

Insomma: la Sinfonia dell’Aida, sosteneva Verdi, non esisteva. Chiuso.

Di essa, però, fu concesso a Roma un ascolto straordinario nel 1940, e, nello stesso anno, Toscanini ebbe la possibilità di eseguirla con l’orchestra della N.B.C. di Nuova York. 

Se volete ascoltarla, qui sotto il link

L’aspetto storico non molto attendibile

Verdi in tutte le sue opere ad ambientazione storica ha sempre voluto un rigoroso studio su gli usi e i costumi dell’epoca in cui si svolgeva la storia e così è stato anche per l’Aida. Chiese e ottenne dall’editore Giulio Ricordi diverso materiale documentale per la ricostruzione fedele dell’antico Egitto, anche se sembra non ne avesse tenuto troppo in gran conto. Inoltre si consultò con Auguste Mariette perché nulla fosse lasciato al caso.

Nonostante questo l’opera risulta zeppa di errori storici.

Alcuni esempi? I faraoni comandavano in prima persona l’esercito e non mandavano i generali: il re e non Radames avrebbe dovuto affrontare, quindi, gli Etiopi.

Inoltre non innalzavano archi di trionfo, non usavano trombe da cerimonia: le famosissime trombe, create apposta per l’opera, perché l’uso dei saxofoni secondo Verdi era “ orribilmente ripugnante”, erano sconosciute agli egizi, i romani avevano le “buccine” e i Celti le “carnix” che però erano usate per spaventare i nemici.

Un altro errore riguarda il tempio del Dio Vulcano, alla fine del secondo atto: non è mai esistita nell’antico Egitto una simile divinità, Vulcano era un dio latino.

Il Si bemolle di “Celeste Aida”

Verdi, come Rossini, non era un fautore del “do” acuto finale potente, quello, per intenderci, cantato “a squarciagola” che riscuote sempre ovazione da parte del pubblico.

Celeste Aida”, la bellissima aria di Radames, finisce con un Si bemolle che non è da cantare in forte, come fanno molti tenori per avere l’applauso finale, ma “pianissimo, con dolcezza”come Verdi aveva scritto. Questo acuto “in pianissimo” è difficile da eseguire, richiede una capacità tecnica davvero elevata tanto che non sono molti i tenori che l’hanno eseguito così come da partitura.

Verdi ricevette tante richieste dai tenori dell’epoca di abbassare la tonalità dell’aria per eseguirla più facilmente ma non acconsentì. Resosi, però, conto che pochissimi sarebbero riusciti a eseguire il Si bemolle filato, scrisse una versione alternativa che prevedeva l’acuto forte ma seguito da una ripetizione di “vicino al sol” un’ottava sotto, in pianissimo.

Si sa, però, che il pubblico ha aspettative diverse e “vuole” l’acuto finale, tanto che alcuni tenori famosi che eseguirono il finale dell’aria come da partitura furono sonoramente fischiati.

Ricordiamo tra questi Giuseppe di Stefano fischiato nella sua Catania. Ci rimase malissimo e prima che il maestro continuasse con l’opera si rivolse alla platea dicendo “Verdi l’ha scritta così” e dal loggione risposero: “Verdi ha sbagliato!”

Oppure il famoso Carlo Bergonzi al teatro Regio di Parma: non cantò più in questo teatro.

Abbiamo però dei casi in cui avvenne il contrario, cioè la disapprovazione del pubblico per l’esecuzione non conforme alla partitura: Dicembre 2006 prima alla Scala con Aida. Il famoso tenore Roberto Alagna esegue il Si bemolle in fortissimo.  I melomani tra il pubblico esplosero con una valanga di “buuuu”. Alagna lascia il palcoscenico e l’opera fu completata dal sostituto Antonello Palombi.

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