Personaggi Storici

Gaetano Donizetti, tra musica e mistero

Articolo a cura di Laura Pitzalis

Sicuramente un instancabile compositore, Domenico Gaetano Maria Donizetti, ci ha lasciato circa 70 opere fra serie, semiserie, buffe, farse, gran opéras e opéra-comiques. A queste bisogna aggiungere 28 cantate con accompagnamento di orchestra o pianoforte, diverse composizioni di carattere religioso (fra cui due Messe da Requiem in memoria di Bellini e Zingarelli, e gli oratori “Il diluvio universale” e “Le sette chiese“), brani sinfonici, più di 250 liriche per una o più voci e pianoforte, composizioni strumentali da camera, fra cui 19 quartetti per archi.

Se pensiamo che nacque, il 29 novembre 1797, in una piccola casa di Bergamo alta che Donizetti definì “triste tugurio ov’ombra di luce non mai penetrò“, da una famiglia di umili condizioni e molto povera, dove nessuno era interessato alla musica né appassionato d’opera, riesce difficile immaginare per Gaetano Donizetti la luminosa carriera che fece di lui uno nei massimi esponenti della tradizione operistica italiana nella prima metà del XIX secolo.

Casa Donizetti

Ma aveva dalla sua due peculiarità importanti: una gran voglia di lavorare e la rara dote dell’orecchio assoluto.

Sotto la guida del musicista tedesco Giovanni Simone Mayr, che intuì le sue eccezionali doti, cominciò a nove anni a studiare musica e a quattordici scrisse la sua prima composizione, “Il Piccolo compositore di Musica“, per una recita scolastica.

Scriveva, componeva opere, sinfonie, cantate che a volte furono dei propri e veri fiaschi! Pensate che dopo aver presentato una sua opera, “ Chiara e Serafina” al Teatro alla Scala di Milano, questo prestigioso teatro non volle più sentir parlare di lui per ben otto anni!

Aveva una fecondità che non conosce soste, una ricca fantasia così spontanea e originale, componeva instancabilmente e a ritmi incredibili: in meno di un anno compose ben 5 opere! Sicuramente ci si metteva più tempo a copiare su carta da musica queste composizione che Donizetti a pensarle e a scriverle!

Fu un ottimo improvvisatore, più di una volta si trovò, a pochi giorni dalla consegna di un’opera nuova, a non averne scritto neppure una nota, a non sapere neppure su quale libretto lavorare e riuscire a onorare l’impegno mantenendo scrupolosamente le promesse e i patti!

A differenza di Vincenzo Bellini e poi di Giuseppe Verdi, che sapevano amministrarsi nel lavoro e nel contesto teatrale, Donizetti componeva in fretta, senza fare scelte accurate e accettando, per guadagno, il maggior numero di commissioni, in un’epoca nella quale non esistevano diritti d’autore intesi come lo sono oggi, ma solamente il compenso stabilito al momento della commissione dell’opera.

Per questo, spesso, si usò l’espressione, riferita a Donizetti, “la poetica della fretta”, che, a dispetto dell’accusa mossagli da Hector Berlioz di essere “trasandato e ripetitivo“, si tradusse per il compositore in uno stimolo per la sua fantasia creatrice. E neppure quando il successo gli permetterebbe di rallentare gli impegni, Donizetti smise di comporre a ritmi incredibili.

Per questa sua abilità, nessun altro nella storia della musica potrebbe essere paragonato a Donizetti, eccetto Mozart.

Viaggiò tra Venezia, dove al Teatro San Luca andò per la prima volta in scena una sua opera, “Enrico di Borgogna”, Roma, dove debuttò la Zoraida di Granata, Napoli dove la sua carriera subì la svolta che ne consacrò la fama. Proprio qui raggiunse la maturità artistica, compose la maggior parte delle sue opere, dalla critica ritenute le meglio riuscite, come Lucia di Lammermoor, L’elisir d’amore, Lucrezia Borgia, Anna Bolena e Pia de’ Tolomei. E s’immedesimò così tanto nella cultura locale da musicare diverse canzoni napoletane come: La Conocchia, Lu tradimento, Canzone marinara.

Ma se nel suo lavoro ebbe tanto successo, la sua vita privata fu costellata da tanto dolore: tra il 1835 e il 1837 Donizetti subì la perdita del padre, della madre, della seconda e della terza figlia, e infine dell’amatissima moglie.

Ma neppure questi lutti familiari rallentarono la sua frenetica produzione.

Deluso per la mancata nomina a direttore del Conservatorio e per la censura subita dal suo “Poliuto” da parte del re Ferdinando di Borbone, (che riuscì a bloccare la prima rappresentazione dell´opera perché non era ammissibile per il cattolicissimo re, la storia di un santo, effettivamente esistito, che si converte e muore in scena), prende la decisione di lasciare Napoli e trasferirsi a Parigi. Qui continuò a lavorare instancabilmente: di questo periodo sono le sue opere La fille du regiment e il Don Pasquale.

Dal carattere gentile, spiritoso e sensibile, sorprese tutti, durante le prove di “Don Sebastiano” (Parigi 1843), con il suo comportamento insensato e bizzarro: dimenticava tutto, s’irritava facilmente, diventava sempre più intemperante, faceva stramberie. Questo, però, non era dovuto a un cambiamento della sua personalità: da molti anni Donizetti era gravemente ammalato, soffriva di sifilide meningovascolare, che lo portò nel febbraio del 1846 al ricovero nell’ospedale psichiatrico d’Ivry-sur-Seine, dove rimase per un anno e mezzo. Fu riportato a Bergamo poco prima della morte e passò gli ultimi giorni nel Palazzo Basoni Scotti, accudito dagli amici più cari. Si spense nel 1848 a soli cinquant’anni e oggi riposa nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo.

Curiosità e misteri sulla vita di Donizetti

Molti grandi personaggi della storia hanno avuto delle vite costellate di mistero, ritrovandosi coinvolti in situazioni che hanno stimolato la curiosità del pubblico. Gaetano Donizetti è uno di questi.

Il mistero della sparizione della calotta cranica

Il più famoso mistero è senza dubbio quello legato alla sua morte: dopo un’esistenza senza pace anche i suoi resti mortali rimasero senza pace e, per trent’anni, avvolte da un mistero.

Gaetano Donizetti morì l’8 aprile del 1848 e l’11 aprile fu eseguita l’autopsia che appurò come causa della morte la sifilide meningovascolare. In quell’occasione fu asportata la calotta cranica anche per misurare peso e volume del cervello, che risultarono superiori alla media di quelli europei.

Tra i medici presenti all’autopsia c’era un certo Gerolamo Carchen, uomo bizzarro e originale, che riuscì, in un momento di distrazione dei colleghi, a portarsi via la calotta cranica senza che nessuno sospettasse nulla.

Quando nel 1875 la salma, sepolta nel cimitero di Valtesse a Bergamo bassa, fu esumata per essere posta nella Basilica di Santa Maria Maggiore, si scoprì la misteriosa scomparsa. Scattarono le indagini e dopo alcuni mesi fu ritrovata presso la bottega di un nipote del dottor Carchen. Si seppe poi che l’aveva ereditata, insieme con altre cose, dallo zio medico e che la usava per contenere le monete di rame.

Il reperto venne recuperato ed esposto inizialmente presso la Biblioteca Angelo Mai e in seguito al Museo donizettiano. Solo il 26 giugno 1951 la calotta cranica venne posta nella tomba così da ricomporre l’intera salma del musicista.

Il monumento di “seconda mano”

Il 20 settembre 1897, in occasione del centenario della nascita del compositore, fu inaugurato a Bergamo l’imponente monumento a Donizetti, in piazza Cavour a lato dell’omonimo teatro. Accomodato su un divano, il maestro guarda ammirato la musa Melopea che suona la cetra.

Dovete sapere che questo grandioso monumento cela una curiosità: è di seconda mano. Fu realizzato, infatti, da Francesco Jerace non per Bergamo ma per Catania, che gliela aveva commissionata in onore del compositore catanese Vincenzo Bellini. Da alcuni documenti dell’epoca veniamo a sapere che tra Jerace e l’amministrazione siciliana sarebbe nata una querelle per quanto riguarda i costi che, come spesso succede, erano lievitati, per cui l’artista decise di non dare più l’opera a Catania. Non solo.

Quando l’amministrazione di Bergamo indice un bando per la realizzazione di un monumento dedicato al musicista orobico, Jerace non ci pensa due volte e partecipa al bando utilizzando lo stesso bozzetto sostituendo il volto di Bellini con quello di Donizetti. E vinse il bando!

Il mistero sulla canzone “ Te voglio bene assaje”.

Presentata il 7 settembre del 1839 alla festa di Piedigrotta, questo classico della canzone napoletana scritta daRaffaele Sacco, di professione ottico con la mania della poesia, si credeva stata musicata da Donizetti, anche se il tutto è avvolto da un fitto mistero.

A perorare questo è una targa posta sulla facciata di un palazzo, in via Domenico Capitelli, dove è scritto che i versi sono di Raffaele Sacco, la musica di Donizetti. C’è anche scritto che l’anno di nascita è il 1835, anche se fonti certe la fanno risalire tre anni dopo, nel 1838, quando Donizetti era già a Parigi.

Questa targa, messa dal Dopolavoro Enal di Napoli nel 1949, di vero ha solo una cosa, il nome dell’autore dei versi.

Molto probabilmente Sacco ha voluto pubblicizzare la sua canzone inventandosi la collaborazione di un personaggio molto famoso, Donizetti appunto, che però quando gli chiesero se fosse stato lui a musicarla, non assentì né smentì.

Un mistero quindi, che potrebbe risolversi leggendo le lettere che Donizetti scrisse da Napoli al cognato e ai suoi amici: non cita mai la canzone. Forse non l’ha scritta lui, se no perché non parlarne?

La Torta Donizetti

A Bergamo c’è un detto che dice “se avete mal d’amore, basta una fetta di Turta del Donizet e tutto passa”.

Racconta la leggenda che una sera Gaetano Donizetti e Gioacchino Rossini fossero a cena insieme e che a nulla poterono le chiacchiere e il buonumore di Gioacchino di fronte alla tristezza e al dolore, per pene d’amore, di Gaetano. E giammai Rossini, amante della buona tavola, si sarebbe fatto rovinare la cena, per cui chiese al suo cuoco personale di preparare un dolce semplice, veloce e capace di far tornare il buon umore al suo amico Gaetano.

Detto fatto il cuoco preparò un dolce a forma di ciambella, una torta margherita con, al suo interno, albicocche e ananas canditi e l’inconfondibile aroma di vaniglia e maraschino. La torta a quanto pare piacque molto al Donizetti e, chissà, forse alleviò le sue pene. Da allora fu battezzata “Turta del Donizet”.

Sebbene questa leggenda possa sembrare verosimile e suggestiva, il dolce non fu inventato dal cuoco di Rossini ma creato e brevettato da Alessandro Balzer nel 1948, in occasione del centenario della morte di Donizetti.

Questa torta ebbe talmente successo che l’8 aprile, anniversario della morte di Donizetti, è diventata la “Giornata Nazionale della Turta del Donizet”!

Volete provare a farla? Qui la ricetta:

https://www.cucchiaio.it/ricetta/ricetta-torta-donizetti/

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