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La ghianda e la spiga. Giuseppe Di Vagno e le origini del fascismo – Giovanni Capurso

Recensione a cura di Lucia Maria Collerone

Opere come questa hanno il pregio di consegnare alla memoria conservare le storie di uomini giusti, integerrimi, che hanno abbracciato una causa e scelto di opporre resistenza a chi avrebbe voluto piegare il loro credo.

Leggendo queste pagine si conosce Giuseppe Di Vagno, figlio di borghesi, che punta il suo sguardo sugli ultimi, sugli operai e sente il bisogno di aiutare quei fratelli, di essere la loro voce. Il suo scopo è lottare per il riscatto sociale delle classi contadine e operaie pugliesi, degli inizi del ‘900.

Peppino, così tutti lo chiamano, viveva a Conversano, dove era nato nel 1889, era un giovane alto, imponente, la capigliatura folta e corvina, un viso dall’espressione aperta, era anche un bravo oratore. Divenne avvocato presso l’università “La Sapienza” di Roma dove iniziò a frequentare il socialismo militante romano.

Nel 1914 ritornò nella sua cittadina e aprì uno studio legale dove diventò l’“avvocato sociale” a difesa dei più poveri e lo stesso anno si propose alle elezioni comunali e provinciali nelle file socialiste. Nei suoi comizi si scagliò contro il clientelismo atavico dei “galantuomini” e la sua vittoria scardinò la vecchia amministrazione del paese, ma soprattutto lo portò, a soli 25 anni, a essere un deputato per la provincia di Bari.

Era un uomo moderato, lontano da ogni forma di estremismo, ma intransigente rispetto alla necessità di aiutare il popolo a ottenere il diritto a una vita migliore, un socialismo riformista che gli alienò la forza politica più estremista del partito socialista che lo boicottò.

Non smise mai di essere voce degli umili con le sue denunce contro la corruzione, il trasformismo politico le consorterie massoniche, l’inefficienza dell’amministrazione, non accettò mai di cedere alle commistioni, ai compromessi. Fu un non interventista nel primo conflitto mondiale, perché una guerra era interesse solo dei borghesi, che avrebbero guadagnato sulla vita delle classi operaie e contadine, un pacifista che non abbandonò mai il credo della fraternità proletaria, anche quando fu costretto ad arruolarsi.

Le sue posizioni antimilitariste lo portarono a due arresti e a lunghi periodi di prigionia tra il 1916 e il 1917 a Firenze e nel 1918 a Sassari. Non risparmiò le sue critiche alle politiche del Ministero dell’Agricoltura, che con il protezionismo, favoriva la Pianura Padana, rendendo ancora più difficile la vita dei contadini meridionali. Qualunque carica ricoprì fu uno strumento utilizzato per migliorare le condizioni di vita proletarie e per la richiesta di nuovi diritti sociali. Lo chiamavano “l’avvocato dei poveri e dei senza terra”.

Nel 1920 il fenomeno dello squadrismo cominciò a diffondersi, dilagò e si scaricò con violenza contro il sistema sindacale e politico dei socialisti. Peppino Di Vagno si scagliò con veemenza contro quelle violenze, mettendo in luce come queste violenze fossero sostenute dal governo centrale, dalle forze dell’ordine conniventi e dalla Chiesa, che dal pulpito, inneggiava contro i socialisti “mangiatori di bambini”.

Nelle elezioni del 1921, nonostante le azioni violente per controllare le votazioni delle squadracce fasciste, il partito socialista barese acquisì sei seggi e Peppino divenne Deputato Nazionale. I fascisti non sopportarono il sopruso e iniziarono contro il giovane deputato una feroce campagna denigratoria, per screditare la sua onorabilità. Peppino venne condannato a morte e lui lo sapeva, ma decise che cadere nella lotta, in qualcosa in cui si crede, non era qualcosa che avrebbe potuto scoraggiarlo. Così andò incontro al suo martirio, per i suoi ideali e venne freddato da un assassino di 17 anni a Mola, dove aveva tenuto un comizio.

Si era appena sposato e la moglie era in attesa del loro primo figlio, al terzo mese di gravidanza. Era il 26 settembre 1921. L’uccisione di Peppino Di Vagno, avveniva pochi giorni prima della Marcia su Roma e l’avvento del Fascismo, cancellò il delitto e aprì la strada alle future nefandezze di cui il fascismo si macchiò.

Filippo Turati lo chiamò “il gigante buono” e dopo la Liberazione Sandro Pertini tenne un discorso nel ricordo del ventiquattresimo anniversario della morte di Peppino, disse:

“Perché sostiamo avanti alle tombe dei morti? Non per versare inutili lacrime o celebrare vane cerimonie, ma per tingere l’alimento alla nostra fede, la speranza e l’incitamento che ci devono guidare nel nostro cammino.”

La figura di Peppino Di Vagno si erge maestosa in tutta la storia, davvero un gigante morale che mai cedette alle pressioni, alle intimidazioni, alla paura e scelse di seguire, a costo della libertà personale e della vita stessa, la strada che riteneva giusta, quella del pacifismo, della moderazione quella della giustizia e della fratellanza sociale. Aveva solo 25 anni, ma l’anima di un martire, un modello che dovrebbe scuotere i giovani di oggi e di domani e dovrebbe spingerli a emulare la sua rettitudine e la sua umanità, che niente ha macchiato o piegato.

“Se dopo cento anni dal tragico evento proviamo a capirne o risvolti, significa che, al di là del deludente processo, il messaggio di Giuseppe Di Vagno si presenta ancora come un’indelebile testimonianza che la violenza è solo una parentesi all’interno della potenza generatrice della storia umana.”

Il testo storico si legge con estrema facilità perché il linguaggio usato è semplice e lineare. I fatti e gli eventi sono narrati con accuratezza e una perfetta organizzazione. Si sente la simpatia con la quale la figura di questo giovane viene raccontata, con rispetto, con devozione, quella che si deve a chi ha saputo accettare la morte violenta e prematura per perorare le cause dei più umili.

Si parla sempre del delitto Matteotti come primo delitto politico del Fascismo, ma in verità fu l’assassinio di Giuseppe Di Vagno a trasformare il Fascismo in un movimento criminale, che uccideva i suoi oppositori e che avrebbe privato di ogni libertà il popolo italiano.

Trama

Giuseppe Di Vagno fu il primo parlamentare vittima dello squadrismo fascista. Ancora oggi la sua vicenda interpella il tribunale della nostra coscienza civile. L’opera, che appare nel centenario della morte del deputato pugliese, avvenuta il 26 settembre 1921, in primo luogo si propone di ricostruirne vita e pensiero, dai primi anni della formazione all’impegno pacifista e antimilitarista, dall’assistenza agli sfollati durante la Grande Guerra alle lotte per l’unità del Partito socialista italiano, dai soprusi dello squadrismo fascista all’elezione in Parlamento. In secondo luogo, cerca di inquadrare la vicenda all’interno della genesi del fascismo. In tal senso, l’omicidio Di Vagno, secondo l’autore, costituì per Mussolini il colpo di grazia al fragile tentativo di realizzare a livello nazionale il Patto di pacificazione con le altre forze politiche del Paese. In più, rappresentò, sul momento, il crollo degli ideali di libertà e riscatto che, incarnati nel parlamentare e veicolati dalla sua parola, avevano trovato un grande seguito in Puglia. Visto in questa luce, il delitto costituisce uno dei passaggi chiave nel processo che portò alla dittatura fascista.

Editore : Progedit (28 gennaio 2021)

Lingua : Italiano

Copertina flessibile : 120 pagine

ISBN-10 : 8861945007

ISBN-13 : 978-8861945005

Link d’acquisto cartaceo: La ghianda e la spiga.

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