Personaggi Storici Viaggio nella storia

Italiano e persino scrittore: il racconto e il mito di Giuseppe Garibaldi

Articolo a cura di Sonia Morganti

Il 5 maggio 1860 partì da Quarto, con due piroscafi e un seguito di 1088 combattenti, il generale Giuseppe Garibaldi. Personalità carismatica, uomo dal carattere focoso e indomito, Garibaldi è a pieno titolo tra i padri fondatori della nazione italiana, ma è anche una figura dai tratti epici, frutto e al contempo radice dei grandi cambiamenti storici.
D’altronde il mito di Garibaldi stesso si nutre della sua umanità verace, della sua impulsività e persino delle sue incoerenze. L’immagine del generale in poncho è diventata subito iconica ed è stata raccontata da lui stesso e dagli altri. Perché far nascere un mito è come accendere un fuoco: serve la legna adatta e un’esca di qualità. In questo caso il materiale abbondava. D’altronde, per una nazione che ancora non c’è, quale modello migliore di un condottiero impavido, capace di concretizzare i propri ideali patriottici?

Il primo a capirlo fu Mazzini: giornalista di raro acume e voce italiana stimata a conosciuta all’estero, lo magnificherà sempre, anche quando i due saranno in contrasto personale. Garibaldi stesso aveva, tra i suoi conoscenti, numerosi intellettuali che lo ammiravano e che certo avrebbe parlato e, ovviamente, scritto di lui. D’altronde la vicenda dell’Eroe dei due Mondi somigliava a quelle della narrativa d’avventura ottocentesca: grandi ideali, amicizie inossidabili e amori tragici, guerra e coraggio. Negli anni Cinquanta del XIX secolo Garibaldi divenne personaggio di ben tre romanzi in Inghilterra, bramato protagonista di articoli in più lingue e la sua vita fu raccontata precocemente nella biografia scritta da Giovanni Battista Cuneo già nel 1850 (ricordiamoci che Garibaldi morirà nel 1882).

Nel 1860, Alexandre Dumas si unisce ai Mille in Sicilia, racconta le loro vicende in una serie di articoli e poi li organizza in un libro dal titolo “I garibaldini” in cui trasfigura l’Eroe dei due Mondi in un ulteriore moschettiere nato dalla sua penna.
Ma questo non impedì al Nostro di cedere alla moderna e, direi, italiana la tentazione di raccontarsi in maniera diretta. Garibaldi uno di noi, insomma. Anche nei risultati altalenanti.

Ferito a una gamba, Garibaldi che comanda deve stare a riposo e passa il tempo scrivendo un’autobiografia in endecasillabi. Verga a matita, in brutta grafia, i versi. Li ripassa poi con inchiostro, in maniera più ordinata e così nasce il c.d. “Poema autobiografico”, in realtà unione di più componimenti. È un’opera bizzarra: quando il risultato lascia a desiderare per scorrevolezza e melodia, traspare una profonda cultura che non si è soliti attribuire al “generale” e che invece lui possedeva e l’aveva reso, negli anni sudamericani, un punto di riferimento diplomatico e persino linguistico a Montevideo. Invece i brani piacevoli da leggere sono quelli rivelatori del suo carattere: armi e amori, insomma. Materiale genuino per una creatura a sangue caldo come lui.

Ad esempio nel canto VI, dal titolo Il ritorno:

Là dalle pampe del deserto, un nucleo
Veleggia alla tua volta, Italia! […]
I tuoi martirii ed il dolente
Rantolo del servaggio a te guidava
I novelli Argonauti. Essi hanno inteso
Rumoreggiar, là nel lontano, un grido
Che, disperata, sollevar volevi
La rugata tua fronte, e di catene
I frantumi spezzar sulle cervici
Di chi t’oppresse e vilipese.

Mentre nel canto XI, dal titolo Anita:

Morte, io sorrisi al tuo cospetto! e questa
Certamente non fu la prima volta.
Il volto mio, ben noto alla sventura,
Nel tremendo frangente di mia vita
S’atteggiava al dolore… e che dolore!
(…) Io sorrisi! Ma da disperato,
Ma di demon fu quel sorriso. Il fuoco
Dell’Inferno m’ardeva, e pur io vissi!

Decisamente più ordinate e meditate sono le “Memorie”, la cui pubblicazione fu curata nel 1907 da Ernesto Nathan.

Republicano quindi (…) Tollerante, e non esclusivista – non capace d’imporre per forza il mio Republicanismo – Per esempio: agli Inglesi – se essi sono contenti col governo della regina Vittoria – E contenti che siano, Republicano deve considerarsi il loro (…) Fui largo di lodi ai morti – caduti sui campi di battaglia della libertà – Lodai meno i vivi – massime i miei congiunti

Nel 1870, a corto di soldi e con il fegato ancora gonfio dal 1849 – ha visto perire tanti ragazzi sotto i colpi francesi per una Roma libera e repubblicana e la moglie Anita, come sappiamo, è morta nella fuga – Giuseppe Garibaldi tenta la strada del romanzo e scrive “Clelia o il governo dei preti”. La trama è davvero lineare: la protagonista, una popolana tanto giovane quanto bella e composta come la sua antica omonima, viene concupita dal malvagio prelato Procopio. Una storia esile, che diventa occasione per Garibaldi di togliersi qualche sassolino dallo stivale e attaccare il nepotismo e l’oscurantismo dello Stato della Chiesa al tempo di Pio IX. Con il cui nome, lo ricordiamo, battezzerà anni più avanti il proprio asino.

Io non posso più vivere se la Clelia non è mia. Essa sola può alleviare le mie noie e bearmi la stupida esistenza che trascino al fianco di quel vecchio imbecille.

Con queste parole, il perverso cardinale Procopio ordina al suo tirapiedi di portargli la bella trasteverina. E, va da sé, il vecchio imbecille è sempre Pio IX.
E ancora:

E poiché il dispotismo dei preti è il più esoso di tutti, il più degradante ed infame (…) L’emancipazione del popolo dal prete è un gran fatto non interamente avverato, ma che cammina a passi di gigante al suo compimento. Quando si pensa che la distruzione del pretismo è proprio opera degli stessi preti! Chi può calcolare quale consolidamento avrebbe ottenuto il Papato se Pio IX continuava nel sistema di riforme iniziato e (…)? Eppure la Provvidenza accecò quel vecchio tentenna (…) e lo lasciò sulla perversa e miserabile via de’ suoi antecessori a patteggiare cioè collo straniero…

D’altronde, Garibaldi definisce “Clelia, o il governo dei preti” un romanzo storico-politico. Ancor prima di essere pubblicata in Italia, un traduttore anonimo portò la novella negli Stati Uniti, non solo volgendola in lingua inglese ma adattandola anche all’ambiente dei protestanti radicali.

Sempre nel 1870, l’instancabile Giuseppe pubblica “Cantoni, il volontario”: ce lo presenta come romanzo storico, ma è più corretto dire che si tratta storia romanzata, a fini pedagogici, di un suo giovane seguace che lo salvò eroicamente a Velletri, nel 1849, e perì a Mentana nel 1867. Va preso, quindi, per quello che è. Nei romanzi di avventura e ideali, Dumas se la cavava decisamente meglio.
Ma anche i contrasti e le imperfezioni rendono Garibaldi verace e italianissimo: persino l’Eroe dei due Mondi si è beccato le monostelle su Amazon.

Come spesso accade, solo i veri miti richiamano gli smitizzatori.
Silvia Morosi, Il Corriere della Sera, 13 luglio 2018.

Bibliografia:
Le opere di Garibaldi, su Liberliber: https://www.liberliber.it/online/autori/autori-g/giuseppe-garibaldi/

Panaccione Antonio, Garibaldi, Goncalves e Mitre, 2009

Portelli, Sergio Anti-clericalism in translation: Anti-Catholic ideology in the English translation of Giuseppe Garibaldi’s Clelia o il governo dei preti (1870), Forum Italicum, 2016

https://it.pearson.com/aree-disciplinari/storia/cultura-storica/moderna-contemporanea/garibaldi-percorso-storico-letterario.html#2

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