Trama

Napoli, 19 settembre 2000. Il custode della Cappella Sansevero scopre il cadavere di un uomo al posto del Cristo Velato: la scultura marmorea, capolavoro di Giuseppe Sanmartino, è scomparsa. Il corpo mostra una ferita al cuore e reca al collo un cartello con la scritta: Per aspera ad veritatem. Paolo Manfrè e Sandra Bianco, consulenti scientifici del SISDE, vengono chiamati a Napoli per risolvere il caso insieme al Capitano Monti. Il dirigente della Squadra mobile, Rocco Siani, è convinto che il crimine possa ricondursi a una tipologia rituale di tipo massonico. Andria, 13 ottobre 1588, residenza estiva dei Duchi Carafa. La principessa Maria d’Avalos, tra le donne più belle e affascinati di tutta Napoli, e il Duca d’Andria Fabrizio Carafa, audace e nobile cavaliere, si amano follemente per la prima volta, lontani da Napoli. La tresca amorosa va avanti da mesi alle spalle dei rispettivi coniugi: Carlo Gesualdo, principe di Venosa, eccellente madrigalista e Maria Carafa, donna mite e profondamente religiosa. Napoli, 16 gennaio 1758. Nelle cavità del centro storico il Principe di Sansevero, Raimondo di Sangro, scienziato, alchimista e massone, è alle prese con l’esperimento più drammatico della sua vita: la palingenesi ovvero la rigenerazione degli organismi viventi. Ad assisterlo, il medico e amico Giuseppe Salerno con cui condivide le ricerche sul mistero fisico della resurrezione. A un anno dalle vicende di Otto. L’abisso di Castel del Monte, il geologo Paolo Manfrè e l’archeologa Sandra Bianco si ritrovano alla prese con una nuova avventura. L’indagine si dipana in cinque giorni, alternandosi a una delle vicende d’amore più famose di tutte i tempi: quella tra Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa, amanti perduti tra Napoli e la Puglia.

Recensione a cura di Roberto Orsi

Pensò che la vita fosse come la pioggia: improvvisa, devastante e scivolosa.

“Carafa. Il sigillo del Cristo Velato” è il nuovo thriller storico firmato Alfredo De Giovanni, che segue le vicende raccontate nel precedente “Otto. L’abisso di Castel del Monte”.

A pochi anni di distanza ritroviamo i personaggi nati dalla fantasia dell’autore con il primo capitolo della serie. Paolo Manfrè e Sandra Bianco, esperti del SISDE (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica, parte dei Servizi Segreti italiani), vengono chiamati a investigare sul ritrovamento del corpo di un uomo nella Cappella San Severo a Napoli, nel luogo in cui risiedeva la famosissima statua del Cristo Velato. Risiedeva? Esattamente, perché con incredibile sorpresa di tutti, dal custode agli investigatori, la statua si è volatilizzata. Non ci sono segni di effrazioni, nessun danno nella cappella, ma la statua non c’è più. Al suo posto il cadavere di un uomo, che si scopre essere un gesuita, con al collo un cartello che recita le seguenti parole: “Per aspera ad veritatem”. La verità attraverso le asperità. Proprio il motto del SISDE suggerisce agli investigatori della squadra mobile di interpellare Paolo e Sandra, accompagnati dal Capitano Monti.

Il corpo si era irrigidito a sfidare le statue di marmo lucide di ghiaccio che lo avvolgevano in un’ombra densa e silenziosa. Tutto, attorno, era immoto e spettrale ma travolto da un gorgo violento proveniente da un altro tempo. Il Cristo Velato non c’era più”. Al suo posto, un cadavere bianco e canuto squarciava la realtà di quel luogo creato per vincere la morte o sublimarla nel sacro.

Morte, mistero e disperazione. Una scena macabra in un luogo sacro. Lo sgomento e la sorpresa per la sparizione del Cristo Velato giocano a rimpiattino con l’atrocità della morte violenta.

Quella morte violenta che ritroviamo, integra e immutabile, nella vicenda di Maria D’Avalos e Fabrizio Carafa, negli stessi luoghi quattrocentodieci anni prima. La storia dei due amanti è nota, soprattutto nell’ambito della città di Napoli. Una vicenda tragica che vide la fine dei due protagonisti proprio in quel Palazzo Sansevero da cui prende il nome la cappella che oggi ospita il Cristo Velato.

Le nostre anime sono dannate… siamo perduti, ma siamo veri! Com’è vero il sole che sorge al mattino, il calore di questa candela, il profumo della pelle, queste lacrime che m’inzuppano il viso. Non ho più paura di niente. La morte… solo la morte potrà essere la ricompensa per tutto questo

È la notte del 18 ottobre 1590. Maria e Fabrizio non vedranno mai l’alba, trucidati violentemente dagli sgherri del di lei marito: Carlo Gesualdo. Omicidio passionale, raptus di gelosia, onta da lavare con il sangue si dice. Si è detto. Fu proprio così? Possibile che più persone fossero coinvolte nell’affaire e che motivazione ben più materiali dell’amore, siano entrate in gioco quella maledetta notte?

Cosa lega i due avvenimenti? Cosa nasconde nelle pieghe della sua storia il Palazzo Sansevero e la sua Cappella, gioiello incredibile di una Napoli misteriosa e affascinante?

«La Cappella Sansevero gronda di simbologie massoniche. Un progetto della metà del Settecento voluto dal Gran Maestro Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero» mormorò Paolo con gli occhi rivolti ai mirabolanti affreschi della Cappella. Si trovava proprio sotto la Gloria del Paradiso con la colomba centrale e il suo triangolo dorato attorno al capo.

Circa due secoli dopo le vicende di Fabrizio e Maria, un altro grande personaggio calca il palcoscenico della Storia: è Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero. Fiumi di parole sono stati scritti su di lui. Personaggio incredibilmente affascinante, esoterista, inventore, medico, anatomista, massone, alchemico. Questo esponente del primo illuminismo europeo grazie ai suoi studi e le sue ricerche, ha originato intorno a sé un’immagine di mito che affascina gli appassionati ancora oggi.

In un momento di grande fermento culturale e scientifico, con i suoi esperimenti si spinse oltre la conoscenza del tempo, sfidando anche i limiti imposti dal dogma e dalla dottrina ecclesiastica. La rigenerazione degli organismi viventi, la palingenesi, fu sicuramente uno degli aspetti più incredibili delle sue ricerche. Riportare in vita ciò che è defunto, una sfida alla divinità.

Fu proprio Raimondo a commissionare l’opera del Cristo Velato a Giuseppe Sanmartino. Una statua che stupisce per il suo realismo. Il velo adagiato sul corpo del Cristo morto sembra così reale che qualcuno ha azzardato l’ipotesi che possa essere stato un vero tessuto adagiato sulla statua e marmorizzato dal Di Sangro attraverso un processo alchemico misterioso.

Quelle pieghe di marmo sacro, quel velo sbalzato nello zucchero, quel miracolo del genio dell’uomo, gli avevano regalato una speranza, un sorriso, a volte un’amarezza o una fitta al cuore.

Il Cristo morto rappresentato con una tale perfezione da risultare reale. Vita e morte, scienza e alchimia, mistero ed esoterismo. Contrapposizioni di concetti che si sfidano lungo la linea del tempo. Misteri insondabili che la mente dell’uomo tende ad affrontare per piegare fenomeni sconosciuti alla propria volontà e capacità di interpretazione.

Il libro di Alfredo De Giovanni non è solo un thriller storico. Nella scrittura dell’autore spicca la grande capacità di trasmettere le sensazioni restituite dai luoghi e dai tempi. Vite passate che riemergono con i loro sogni, le aspirazioni e le passioni. Maria e Fabrizio vittime di uxoricidio consumati dalla passione l’uno per l’altra. Raimondo di Sangro alla ricerca dei limiti dello scibile, attratto dalla brama di sapere e di conoscenza, una scoperta che potrebbe rivoluzionare la scienza per come la conosciamo. Indizi nascosti tra le pagine di vecchi tomi, codici cifrati da decrittare. Una caccia al tesoro senza esclusione di colpi tra opposte fazioni che per diversi motivi sono sulle tracce del mistero.

Attraverso una scrittura fluida e ricercata, De Giovanni ci fa appassionare alle vicende raccontate, ai personaggi che le animano, concatenando storia e fiction, realtà e fantasia in un buon mix di intrattenimento e divulgazione.

Editore : Gelsorosso (30 ottobre 2020)
ISBN-10 : 8898286996
ISBN-13 : 978-8898286997
Link di acquisto cartaceo: Carafa. Il sigillo dle Cristo Velato

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