Articolo a cura di Laura Pitzalis

Non so voi ma io, ogni volta che sento suonare il nostro Inno Nazionale, mi emoziono … Un brano che associamo a eventi istituzionali, cerimonie di premiazioni, gare internazionali. Che cantiamo a squarciagola negli stadi, anche se, ne sono sicura, pochissimi capiscono che vogliono dire le parole. Molti della mia generazione, le hanno diligentemente imparate a scuola, alle elementari, quando le maestre, oltre che insegnare a scrivere, leggere e far di conti, ci insegnavano le canzoni che, in un modo o nell’altro, ci ricordavano la Storia che ci ha portato a essere una nazione unita, libera e democratica.

Il canto degli Italiani”, questo è il titolo originale del nostro Inno che tutti conoscono come “Inno di Mameli”, dal nome di chi ha scritto i versi, Goffredo Mameli.

Ecco io non ho mai capito perché per questo brano si ricorda chi ha scritto i versi e non chi li ha musicati. Se citiamo le opere, Nabucco, Traviata, Boheme, Il barbiere di Siviglia, tutti diciamo che sono le opere di Verdi, Puccini, Rossini e non Solera, Piave, Giacosa, Sterbini. Per Il canto degli Italiani no, è l‘Inno di Mameli. E il povero Michele Novaro oltre che veder martoriata e disastrata la sua musica, riducendo un momento di autentica “opera lirica” in una marcetta più o meno ritmata, è caduto nell’oblio più profondo!

Questo canto è stato la colonna sonora del nostro risorgimento, è stato il canto che già dopo un mese dalla sua nascita si era imposto in tutta l’Italia, quello che non ha mai abbandonato i momenti salienti della nostra Storia, tant’è vero che nel 1862 Verdi lo inserì, come simbolo d’Italia, nell’” Inno delle Nazioni”, insieme all’inno inglese e francese, e le trasmissioni di Bari Libera del 1944 si chiudevano con il “Canto degli Italiani”.

A questo punto qualcuno penserà: “Che c’è di strano? Ė l’Inno Nazionale italiano!”. E invece la particolarità sta proprio nel fatto che in quegli anni l’inno ufficiale italiano era la Marcia Reale dei Savoia, perché il Canto degli Italiani è stato approvato ufficialmente solo il 12 ottobre 1946. E provvisoriamente. Ma si sa, qui in Italia niente è più definitivo delle cose provvisorie, per cui rimase così per decenni. Solo il 4 dicembre 2017 (sì state leggendo bene 2017 solo tre anni fa!) è stato riconosciuto Inno Nazionale anche in sede legislativa.

In effetti, tra i numerosissimi canti risorgimentali è quello maggiormente legittimato a rappresentare la nostra Nazione perché fu scritto e musicato da due repubblicani, e non a caso due genovesi, come genovese era Mazzini. Dico “non a caso”, perchè Genova è sempre stata una città dove sono sempre esistiti umori rivoluzionari. I genovesi hanno d’istinto la tendenza alla libertà tanto è vero che non hanno mai avuto un “principe” in nessuna epoca. Questa è una caratteristica identitaria dei genovesi che si muovono liberamente, non vogliono avere padroni ma vogliono essere loro i padroni del proprio destino. Su questa base si appoggia il fatto importantissimo che è la necessità di costruire un paese all’altezza dei paesi europei.

Ė in questo clima d’entusiasmo patriottico che Goffredo Mameli compone il Canto degli Italiani. Un giovane dell’elite genovese, che apparteneva a una famiglia “bene” di Genova ma un po’ particolare: la mamma era una marchesa ma amica di Mazzini quindi una fervente repubblicana. Anche il padre lo era ma un po’ meno, era più tranquillo perché ammiraglio della Regia Marina.

Goffredo aveva iniziato giovanissimo a scrivere versi, poesie ma erano poesie d’amore, romantiche nel clima del primo ‘800. Ma quando si arriva agli entusiasmi per l’elezione a Papa di Pio IX, nel 1846, e quando iniziano a circolare le idee rivoluzionarie contro gli oppressori che porteranno alla prima guerra d’indipendenza, Goffredo si anima di un’accesa passione politica, si sente vicino a Mazzini e ai repubblicani rivoluzionari. Questo spiega il fervore con cui a soli vent’anni, nel 1847, compone i versi di quello che diventerà l’inno del nostro risorgimento. Lo scrisse il 10 settembre 1847, durante una protesta sulle riforme e sulla guardia civica.

Se leggiamo attentamente le parole dell’inno, ci rendiamo conto che c’è un gioco di simboli che servono a ravvivare la memoria di quello che è stato il nostro passato. Abbiamo Scipione l’eroe, liberatore e difensore di Roma; la battaglia di Legnano del 1176, i comuni lombardi contro l’imperatore Federico Barbarossa; i Vespri Siciliani, 1282 la rivolta contro gli Angioini; la difesa di Firenze contro l’imperatore Carlo V, 1530; Balilla giovane ragazzino genovese che nel 1746 incita la folla contro gli austriaci … in pochi versi condensa tutti i miti patriottici del suo tempo, in pochi versi c’è tutto il nostro risorgimento.

C’è una curiosità che vi voglio raccontare, una curiosità che è una sorta di “unicum” nel mondo: la citazione reciproca tra Italia e Polonia nei loro inni. Nessuna nazione del mondo nel proprio inno nazionale ne cita un’altra!

Dice l’ultima strofa del Canto degli Italiani:

“Già l’Aquila d’Austria Le penne ha perdute. Il sangue d’Italia, Il sangue Polacco, Bevé, col cosacco, Ma il cor le bruciò”.

 Quella dell’inno polacco:

Marsz, marsz, Dąbrowski, Z ziemi włoskiej do Polski”.

“Marcia, marcia Dąbrowski dalla terra italiana alla Polonia”.

Perché queste citazioni?

Quella nell’inno italiano, (l’aquila simbolo dell’Austria insieme al cosacco, i russi, hanno bevuto il sangue italiano e il sangue polacco), lo si può capire dalla situazione storica che ci riporta agli ultimi trent’anni del XVIII secolo, quando proprio Russia, l’ impero Austro-Ungarico e la Prussia si spartirono le terre polacche. La Polonia come stato indipendente cessava d’esistere.

 La citazione dell’Italia in quello polacco è puramente logistico, perché invita i polacchi a muoversi dall’Italia dove si trovavano per raggiungere la loro “terra promessa”.

Proprio in odio agli austriaci e ai russi, i patrioti polacchi si erano schierati con Napoleone, con la promessa che in caso di vittoria avrebbero potuto riconquistare le loro terre. Ecco perché troviamo nel 1797 a Reggio Emilia, guarda a caso nell’anno e nella città in cui è stato creato il nostro tricolore nazionale, anche una legione polacca, comandata dal generale polacco Jan Henryk Dąbrowski. A Reggio Emilia si trovava anche Józef Wybicki, poeta e patriota polacco che mise tutta questa storia in versi e compose quello che dal 1927 divenne l’inno nazionale polacco.

 Ma ritorniamo a Goffredo. Abbiamo detto che scrisse il testo a settembre del 1847. Rifiutandosi di adattarlo a musiche già esistenti, a novembre lo mandò al compositore Michele Novaro per musicarlo.

Michele Novaro era un musicista non particolarmente famoso, dopotutto quegli erano gli anni dominati da Verdi e prima di lui da Rossini, che lavorava nei teatri. Aveva, quindi, idee chiare sulle rappresentazioni.

Quando riceve i versi di Mameli, capisce che sono di una forza associante, trascinante e in brevissimo tempo, si dice addirittura in una notte, compone la musica.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedere il perché si è scelto un compositore di “seconda fila”, e non, per esempio Verdi che più di tutti in quel periodo è il simbolo del Risorgimento. In effetti, Verdi musicò, su versi dello stesso Mameli e commissionato dallo stesso Mazzini, un inno risorgimentale. “Suona la tromba” era il titolo ma durò forse due mesi, poi sparì dalla memoria collettiva. Questo perché un inno non ha bisogno di essere bello né testualmente né musicalmente, ma deve essere coinvolgente, aggregante. Basti pensare al canto patriottico “ La bella Gigogin” di Paolo Giorza, una serie di polke cucite una dietro l’altra con un testo assolutamente senza senso e che è diventato la colonna sonora della seconda guerra d’indipendenza!

Ci dice Michele D’Andrea, storico musicale, nel suo seminario “L’Inno Svelato”, che Novaro riceve lo scritto da Mameli ma non parla mai con lui, per cui la musica è solo una sua interpretazione: vede il testo, s’impressiona, s’innamora, immagina la scena e la colloca nella partitura.

Ogni nota, ogni battuta è per creare questa grande rappresentazione:

Tutto un popolo, persone che non si conoscono che provengono da luoghi e scenari diversi, che si trovano in una grande pianura, si guardano intimoriti chiedendosi cosa stia per succedere. A un tratto squilli di tromba e rulli di tamburi, c’è allarme lo sguardo della gente converge su un punto della pianura in cui c’è una figura meravigliosa che alza le braccia e pronuncia la frase fatale:

Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta …”

Nella partitura Novaro scrive “Forte con molta energia”, questo perché è una chiamata, bisogna incitare il popolo a prendere le armi e a combattere per la propria libertà.

La partitura è un crescendo e accelerando fino alla fine, a quel SI finale che Novaro ha aggiunto e che non c’è nel testo ma che bisogna gridare perché, dice lui, è il suggello del giuramento finale.

Vi consiglio di ascoltare la conferenza spettacolo di Michele D’Andrea “L’Inno svelato”, e vedrete come rivaluterete questo canto, come ritroverete quella fluidità, maestosità della partitura originale. Vi accorgerete che non è la marcetta che purtroppo spesso ci propinano, dovuta a un cerimoniale militare che comporta l’esigenza di appesantire l’inno con gran colpi di grancassa per permettere di tenere il passo. Vi accorgerete che il nostro Inno non è così. E ne rimarrete affascinati!

Per chi fosse interessato di seguito i link dei brani musicali che ho citato:

La Bella Gigogin

Suona la Tromba

Il Canto degli Italiani

Inno delle Nazioni

FONTI

https://www.focus.it/cultura/storia/significato-parole-inno-di-mameli

https://www.panorama.it/5-cose-da-sapere-inno-mameli-italia

https://www.youtube.com/watch?v=H6V1PaA2VEo

https://www.youtube.com/watch?v=5vXux3av7ts

https://www.youtube.com/watch?v=f0SjZeSYxE4

2 thoughts on “Il Canto degli Italiani, il nostro Inno nazionale

  1. Marco Caciolli ha detto:

    Bellissimo articolo, che fa riflettere sul periodo storico in cui l’inno fu scritto e soprattutto sul fatto che molte cose sono andate perdute e nessuno si prende mai la briga di riportarle alla memoria.
    Si tratta della nostra tradizione e cantare un inno senza conoscere il significato e il passato che racchiude è purtroppo limitativo.
    Grazie quindi per aver scritto queste parole che ci hanno riportato indietro nel tempo.

    PS: Vorrei aggiungere che esiste anche un inno di Garibaldi, scritto nel periodo del risorgimento e voluto dallo stesso Generale che lo fece scrivere dal poeta Luigi Mercantini per spingere gli animi dei suoi volontari durante la spedizione dei Mille.
    Lascio qui un link https://www.youtube.com/watch?v=YoxC_6ed8xU dove è possibile sentirlo cantato e suonato.

    1. roberto.orsi ha detto:

      Grazie Marco per il tuo commento e il link all’inno di Garibaldi! Davvero interessante!

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