Articolo a cura di Armando Comi

“Secondo avvento di Cristo. Fine del Nuovo Testamento”, Gioacchino da Fiore, L’albero dei due avventi, Liber figurarum

Siamo nella seconda metà del 1100. Gioacchino da Fiore è un notaio della cancelleria Regia di Palermo, uno dei luoghi culturalmente più vivaci di tutto il Medioevo.
La carriera notarile tuttavia non è il suo destino, parte infatti in Terrasanta e al suo ritorno si rifugia sull’Etna in un monastero. Poco dopo abbandonerà la carriera di notaio per farsi monaco.
Sarà un Papa, Lucio III, a chiedergli di interpretare una profezia e dunque lo inviterà a mettere per iscritto le sue profezie.
Un altro grande personaggio, Riccardo Cuor di Leone, lo interrogò in merito a un passo dell’Apocalisse. Non solo, Enrico VI lo consultò per conoscere gli esiti delle sue guerre, e seguì i suoi consigli e infine Gioacchino conobbe anche il giovane Federico II.
La sua opera è piuttosto complessa, fu lo stesso Gioacchino da Fiore a chiedere per iscritto che venisse posta all’esame del tribunale dell’inquisizione, cosciente che i suoi scritti rappresentassero un materiale ereticale di rara potenza.

Per comprendere un aspetto del suo pensiero propongo un esempio.
Se mi affacciassi dalla finestra e mi domandassi: “qual è la cosa più distante che posso osservare?”, per rispondere dovrei lasciar spaziare lo sguardo fino al limite raggiungibile con gli occhi. Ora, la cosa più lontana che posso vedere dalla mia posizione è un platano. A questo punto dovrei ammettere che oltre quell’albero il mio sguardo non può andare. Il mio percorso visivo è, dunque, segnato, e va dal punto in cui mi trovo fino al platano. L’albero rappresenta il confine invalicabile dei miei occhi. Dopo questa constatazione sarei costretto a concludere che lo spazio da me visibile non va oltre il limite che il mio sguardo può abbracciare, il platano appunto. Questo per quanto riguarda lo spazio.
E per quanto riguarda invece il tempo? Lo stesso esperimento che ho fatto affacciandomi dalla finestra, non posso farlo con il tempo. Infatti lo spazio posso abbracciarlo con la vista, e mi è chiaro fin dove posso spingere il mio sguardo. Ma con il tempo? Fin dove posso prevedere ciò che sta oltre il punto in cui mi trovo? È notte, sto scrivendo, tra poco andrò a dormire, dopo sei ore mi sveglierò, farò colazione, raggiungerò il posto di lavoro, ecc. ecc. Incredibilmente mi rendo conto di una cosa: pur non avendo occhi per prevedere il futuro, riesco ad andare più lontano nel tempo che nello spazio.
Come è possibile? Eppure ho capito di non poter andare oltre il platano, ma ho constatato di poter andare oltre il presente.
Ripetiamo la domanda, come è possibile prevedere il futuro?
Gioacchino da Fiore diede una risposta destinata a segnare la storia della filosofia occidentale: riesco a profetizzare il futuro perché il presente è solo un ispessimento del tempo già trascorso.
In che senso?
Per spiegare la sua complessa filosofia, Gioacchino da Fiore fece ricorso ad immagini raccolte in una celebre opera profetica intitolata appunto Liber figurarum. Ricorreremo anche noi a una figura per chiarirci.

Facciamo un esempio:
poniamo che il presente sia rappresentato da una linea: _____
poniamo che il mio presente sia sintetizzato da una semplice frase: “io sono “Sofia.
La domanda che si porrebbe Gioacchino sarebbe: quanto è spessa questa frase? Quanto passato c’è dietro la frase “Io sono Sofia?”. Scopriremmo allora che al di sotto della linea del presente ______ “Io sono Sofia”, ci sono molte altre linee:
1._____ “Io sono Sofia”
2._____ “I miei genitori hanno scelto questo nome”
3. _____ “Mia nonna si chiamava Sofia”
In sintesi, il mio presente è sempre una linea più spessa del presente stesso.
Il presente dunque non è mai una semplice linea _____, ma sempre il risultato di molte linee:
_____
_____
_____

Giacchino da Fiore direbbe infine che l’attualità in realtà non esiste, perché tutto è già accaduto, anche solo l’attribuzione di un nome.
Torniamo dunque alla domanda iniziale, cosa avverrà nel futuro? Avverranno cose che sono già accadute in passato.
Epidemie, guerre, anticristi. Tutto ciò che è accaduto, è già nella linea del presente.
Come faccio allora a conoscere il mio futuro? Semplice, basta guardare al mio passato. Come faccio a sapere che stanotte dormirò sei ore? Lo so, perché ieri ho dormito sei ore. Come faccio a sapere che andrò a lavorare? Lo so, perché ieri sono andato a lavorare. Questo ragionamento, per Gioacchino, vale per il singolo come per l’umanità intera. Davvero dovremmo sorprenderci se avverrà una pandemia? Davvero dovremmo sorprenderci se scoppierà una guerra?
A Giudizio del più filosofico profeta medievale, nulla di tutto ciò deve sorprenderci, proprio perché il presente è già accaduto, non in modo identico ma simile.
Questo significa che nulla si può cambiare perché tutto è già avvenuto?
No, risponderebbe Gioacchino, il futuro deve però essere un progetto, nel senso latino di pro iacere, gettare avanti. Progettare significa gettare le proprie intenzioni oltre il già vissuto, oltre la storia passata. Non dunque un progetto da realizzarsi in Paradiso, ma un progetto da realizzarsi nel mondo e nella storia che si sta vivendo.
Il profetismo, in sintesi, non è magia. Conoscere il futuro non è stregoneria. Il futuro è già scritto, ma in un codice da decifrare per mezzo del passato. Solo chi saprà decriptare questo codice potrà pro iectare un seme fertile nel futuro.
Un futuro fertile perfettamente simboleggiato dall’albero profetico qui riportato. Un albero che, a ben guardarlo, presenta il tronco quasi spoglio, il centro abbastanza fiorito, e le fronde ricchissime di fiori e frutti.
Ebbene, queste tra parti sono il passato, ovvero le radici, il presente, vale a dire il centro dell’albero, e le fronde il futuro, che sarà migliore del passato se lo si saprà “coltivare”.

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