Articolo a cura di Claudia Renzi

Lucrezia Cognati (o Cugnati o Corgnati) nacque a Roma, in via Alessandrina, nel rione Borgo, il 3 agosto 1486, da Diana di Pietro Cognati, cortigiana, e (pare) da Paris de Grassis, cerimoniere pontificio, ma usò principalmente il cognome della madre.

Giovanissima, divenne cortigiana: la sua stupefacente bellezza ben presto fece di lei la più ricercata cortigiana honesta di Roma. Nemmeno sedicenne, mutò il suo nome in Imperia – assumere il nome di una città come nome d’arte non era cosa insolita fra le cortigiane – a cui presto gli altri aggiunsero l’appellativo Divina.
Artisti e letterati facevano a gara per averla come musa o modella: Matteo Bandello le dedicò alcune novelle, e lei stessa ne scriveva di molto apprezzate. Suo maestro di poesia era stato Niccolò Campana e tanto era dotata che per la qualità dei suoi componimenti (che non ci sono pervenuti) aveva ottenuto, unica fra tutte, il privilegio di non dover più indossare il velo giallo che distingueva le cortigiane dalle donne onorate. Cultura e raffinatezza le assicurarono una clientela eccellente: dallo strabico bibliotecario del papa, Tommaso Inghirami, ai canonici di San Pietro; dal poeta licenzioso Bernardino Cappella, al cardinal Sadoleto, al banchiere Angelo Del Bufalo, del quale per sua sfortuna la divina si innamorò.
In poco tempo divenne tanto ricca da comprare un palazzetto tutto per sé all’angolo tra Via del Pellegrino e Via Larga, che divenne velocemente uno dei più ambiti salotti romani e nel 1508, infine, Imperia si assicurò il migliore protettore possibile: Agostino Chigi, il ricchissimo banchiere del papa.
Nel 1512 Chigi chiese al divino Raffaello, il primo pittore di Roma, di immortalarla come Galatea nella sua nuova villa a Via della Lungara; pochi mesi dopo ancora, Agostino gli chiese anche di affrescare la loggia della stessa villa con le Storie di Psiche, usando sempre Imperia come modella.

Raffaello e Imperia, i due “divini”, si erano già incontrati: vivevano infatti in rione Borgo, quasi vicini di casa[1], almeno fino a quando Imperia non si trasferì: Raffello inoltre l’aveva ritratta per la prima volta in uno dei suoi più famosi affreschi in Vaticano, il Parnaso, immortalandola come Saffo, la poetessa più famosa dell’antichità: un omaggio alla sua bellezza e alla pregevolezza dei suoi versi.
Il legame tra Agostino e Imperia era libero eppure ben saldo, tanto che ebbero una figlia, Lucrezia jr. Chigi riconobbe la bambina e la crebbe nel migliore dei modi (Lucrezia sposerà poi un Colonna e avrà una vita molto avventurosa). Si è ritenuto per molto tempo che Imperia avesse avuto da Agostino anche un’altra figlia, Margherita, ma non esistono documenti che consentano l’accertamento né dell’esistenza di questa seconda figlia né tantomeno la paternità del Chigi che, nel caso, avrebbe di certo riconosciuto anche la seconda visto che non aveva avuto problemi a riconoscere la prima.

Nello stesso periodo del Trionfo di Galatea, che ebbe un successo clamoroso, Agostino conobbe una ragazza, la bellissima veneziana Francesca Ordeaschi, e la portò a vivere con sé: la sposerà qualche anno dopo, in punto di morte, dopo aver avuto da lei quattro figli.
Il 13 agosto 1512, poco tempo dopo il debutto della Galatea, Imperia si avvelenò. La notizia fece il giro di Roma in un attimo, cogliendo tutti di sorpresa, un vero e proprio incomprensibile fulmine a ciel sereno.
Chigi chiamò i migliori medici per tentare di salvarla, ma Imperia morì due giorni dopo, il 15, a soli ventisei anni, senza spiegare il perché del suo gesto: riuscì solo a fare testamento. In esso, dopo aver espresso il desiderio di essere sepolta nella chiesa di S. Gregorio al Monte Celio, designava come erede universale la figlia Lucrezia, salvo 100 ducati assegnati alla madre Diana. Le furono impartiti i sacramenti e Giulio II in persona le fece avere la sua benedizione.
Per la sua morte furono scritte varie composizioni poetiche, tra cui: l’Imperiae panegyricus di Giano Vitale, la Fundana visio super obitu ninphalis corpusculi pulcherrime Imperie di Pietro Cappadolce e il Lamento della Imperia mandato dall’Inferno in questo mondo di Giuliano Ceci. La prima esalta la bellezza e la grazia riscattate dal pentimento prima della morte; nella seconda il poeta nella finzione di un’apparizione notturna quasi pre-dyckensiana presenta con indulgenza la vita della cortigiana; la terza, decisamente più bigotta, condanna la vita e i costumi della Cognati.

Gian Francesco Vitale scrisse di lei:

Due dei avevano dato a Roma due grandi doni,
Marte l’impero, Venere Imperia,
Morte e Fortuna stettero contro costoro, e portò via,
Fortuna l’Impero
Morte Imperia
Piansero l’impero i padri, noi pure questa piangemmo:
quelli impero, noi, noi abbiamo perduto il cuore.

Imperia fu sepolta, come aveva chiesto, in San Gregorio al Celio: per ordine di Chigi le fu costruita una tomba monumentale a perpetuo ricordo della sua bellezza, che tuttavia nel Seicento fu spostata nell’atrio per ordine del cardinale Scipione Borghese e riutilizzata per ospitare il letterato Lelio Guidiccioni († 1643): la lastra con l’epitaffio per Imperia è andata perduta ed è oggi visibile solo quella relativa al secondo ospite.

Pochi mesi dopo, Raffaello fece l’incontro della sua vita: quella Margherita Luti, figlia del fornaio senese Francesco che è meglio nota come Fornarina, ma questa è un’altra storia.
Piuttosto, già all’epoca della morte di Imperia si parlò di veleno (solo Pietro Aretino affermò che ella “morì bene, ricca et in casa sua et honorata”): ma che motivo poteva avere Imperia per suicidarsi? Era giovane, bella, ricchissima, in salute e soprattutto emancipata: avrebbe potuto smettere di fare la cortigiana e campare di rendita in qualunque momento, dedicandosi, se avesse voluto, alla sola letteratura. Da escludere che fosse gelosa di Agostino e della nuova compagna, Francesca: sua figlia era stata riconosciuta e aveva un onesto futuro assicurato; dunque l’ipotesi che più plausibile è che Imperia fosse rimasta traumatizzata dal fatto che Angelo Del Bufalo, l’uomo di cui si era innamorata, aveva deciso di rimanere con la propria moglie e abbia per questo ingerito, impulsivamente, una dose di veleno.
Ma se, invece, ad avvelenarla fosse stato qualcun altro? Se il suo non fosse stato un suicidio? Qualche rivale in amore o in carriera potrebbe aver deciso di eliminarla, vista la sua imbattibile concorrenza. Non lo sapremo mai con certezza.

[1] La cosiddetta “spina di Borgo”, che comprendeva anche la casa di Raffaello e di Imperia, venne demolita nel 1936-40 per creare Via della Conciliazione (N.d.A.).

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