Articolo a cura di Laura Pitzalis Alla fine dell’ottocento cominciarono a circolare nelle comunità italiane di New York e di altre città americane, delle lettere che avevano pressappoco questo contenuto: «Abbiamo messo il tuo nome nel registro della morte, brutta carogna, visto che per i soldi sei contento di essere ucciso. Nessuno ci sfugge, neanche la tua moneta o il tuo sangue. Noi abbiamo ammazzato molte persone in Italia e chi ti scrive ha una taglia di 14 mila lire sulla testa». Lettere scritte a mano, in un italiano stentato e spesso sgrammaticato, indirizzate a quei connazionali immigrati che erano riusciti a integrarsi: proprietari di negozi di frutta e verdura, drogherie, ristoranti, sartorie, barberie. Contenevano richieste di denaro, minacce di morte per la persona che le riceveva o per i suoi familiari, indicazioni su come e a chi consegnare i soldi. Per renderle ancora più spaventose, le lettere erano corredate di disegni di pugnali, teschi, croci, di mani tagliate, di gocce di sangue e di ossa incrociate. Ed erano siglate con l’impronta di una mano, da cui il nome Mano Nera data a quest’attività criminale. In quegli anni la polizia, al cui interno, ormai, la corruzione dilagava in modo capillare, era poco interessata a quello che si credeva fosse un “regolamento di conti” tra italiani. “Che si scannassero fra loro” poteva essere il pensiero della gran parte dell’opinione pubblica americana per i quali i “dagos”, come chiamavano con disprezzo gli italiani provenienti soprattutto dal sud – Italia, erano tutti dei potenziali assassini e delinquenti. Ancora vivi erano gli echi dei fatti di New Orleans dove, nel 1891, fu ucciso il capo della locale polizia, David Hennessy. Furono ritenuti responsabili diciotto siciliani, che però furono assolti scatenando l’ira del sindaco e dei cittadini che decisero di farsi giustizia da soli. Undici dei diciotto imputati furono linciati dalla folla. Quando il fenomeno aumentò d’intensità come pure il numero dei cadaveri d’immigrati italiani fatti ritrovare mutilati e orribilmente sfigurati all’interno di barili, le forze dell’ordine non poterono più, inevitabilmente, far finta di niente. E, ironia della sorte, le cose cambiarono proprio grazie a un dagos”, un emigrato italiano proveniente dalla Campania: Giuseppe “Joe” Petrosino. Seicento arresti nel 1905, quattrocento nel 1906, settecentocinquanta nel 1907 e ottocento nel 1908. Con questi dati ci rendiamo conto di quello che realizzò questo burbero sbirro, distintivo numero 285, e si riferiscono solo agli ultimi cinque anni di servizio! In realtà la carriera di Giuseppe Petrosino iniziò molto prima… Nasce il 30 agosto 1860 a Padula (Salerno). Il padre era un calzolaio e la madre una povera e onesta donna di paese. Emigrò nel 1873 all’età di tredici anni, quando, poco dopo la morte di sua madre, il padre Prospero decise di imbarcarsi, con i figli maschi, per l’America in cerca di fortuna. Soggiornarono a Little Italy, sobborgo newyorchese dove in quegli anni trovarono alloggio e lavoro quasi tutti gli immigrati italiani, e dove assistette alla nascita e all’evoluzione di quel “piccolo movimento illegale” che serpeggiava tra i connazionali che, come lui, avevano passato l’Atlantico: la Mano nera. Giuseppe era il maggiore dei cinque figli e, per sostenere l’economia della famiglia, s’industria gestendo un chiosco di giornali con annesso servizio di lustrascarpe, di fronte alla sede principale della polizia e la sera frequenta le lezioni d’inglese. E’ durante questi corsi serali che decide di americanizzare il suo nome in Joseph, “Joe”. Mentre lustra le scarpe ai poliziotti, quasi tutti di origine irlandese, alti e belli nella loro impeccabile uniforme, Joe, italiano, piccolo di statura e tarchiato, si sente sconfortato dai discorsi di questi che parlano degli italiani come di delinquenti e sogna di diventare poliziotto per ottenere il rispetto per lui e per i suoi connazionali. Nel 1877, è assunto nella nettezza urbana, ottenendo poi la cittadinanza statunitense. Nel 1883, all’età di ventitré anni, passa al dipartimento di polizia. Questo cambio di impiego potrebbe sembrare alquanto strano, ma non lo è perché gli uffici che sovrintendevano alla pulizia e alla sicurezza della città, facevano capo a un unico dipartimento. In seguito, per contrastare la Mano Nera di Little Italy, gli affidano il comando dell’Italian Legion, un gruppo formato da agenti di origine italiana che oltre alla lingua, conoscono gli ambienti e il modus operandi di quest’associazione criminale. Nel 1905 gli affidano un’Italian Branch, composta di cinque uomini, dove Petrosino si distingue non solo per la sua astuzia e il suo “fiuto”, ma anche per l’autentico terrore che provoca ai delinquenti che escono, dai suoi interrogatori, con le ossa rotte e qualche dente in meno. Intuisce l’importanza di una mappatura della malavita newyorkese, e l’attua attraverso un lavoro minuzioso di schedatura di nomi e dati provenienti dalle informazioni sia di criminali che collaborano, sia di numerosi italiani onesti che non sopportano essere definiti delinquenti a prescindere. Questo gli permette di arrivare a catturare e sgominare quasi tutte le organizzazioni criminali newyorchesi. Inventa il sistema delle “operazioni sotto copertura”, facendo infiltrare i poliziotti della sua squadra nei sistemi criminali e partecipando anche lui , rischiando più volte la vita nei duelli fisici e ritrovandosi il corpo pieno di cicatrici. Durante un’infiltrazione nell’organizzazione anarchica che architettò l’assassinio del Re d’Italia Umberto, Petrosino scopre un piano per assassinare il Presidente statunitense, William McKinley. Avverte con insistenza i servizi segreti americani, ma il presidente ignora gli avvisi e, come temuto, viene ucciso. Altro noto successo l’ottiene con l’arresto degli estorsori del tenore Enrico Caruso, vittima di lettere firmate dalla mano nera, che gli impongono, sotto minaccia, il pagamento di alte cifre di denaro. Sotto l’abile direzione di Joe, il cantante si presenta all’appuntamento munito di una borsa carica di carta “straccia”, permettendo la riuscita del blitz. Celebri sono anche le sue intuizioni sul “Delitto del barile”: il 14 aprile 1903, durante gli scontri fra bande cittadine per il predominio del territorio, viene trovato, in una cantina di Manhattan all’interno di un barile, il corpo di Benedetto Madonia, ridotto a pezzi e con gli organi genitali asportati e posti nella bocca. Grazie alla collaborazione di un criminale legato alla vittima, Petrosino arresta nove persone tra cui i capi della futura famiglia più potente di New York, i Genovese. Tutti questi successi e il suo alto senso di giustizia, non passano inosservati al futuro Presidente Theodore Roosevelt, all’epoca assessore alla polizia di New York, che, oltre l’amicizia, conferisce a Petrosino diversi riconoscimenti tra cui la promozione a capo della divisione omicidi, ruolo di altissimo prestigio nelle gerarchie americane. Intuendo i legami tra la criminalità americana e quella italiana e gli intrecci tra politica italiana e Mano Nera, Petrosino decide di andare personalmente a Palermo, con l’appoggio di Roosevelt e il finanziamento di alcuni banchieri tra cui Rockefeller e J.P. Morgan, preoccupati dalla vasta contraffazione di banconote e assegni falsi gestito dai mafiosi siciliani. Il 9 Febbraio 1909 salpa in incognito sul battello Duca di Genova, raggiungendo l’Italia con il falso nome di Guglielmo De Simoni. Tuttavia, a causa di ingenue dichiarazione rilasciate dal capo della polizia Theodore Bingham a un cronista, il New York Herald, il 20 febbraio 1909, rende pubblica la missione, esponendo Petrosino a un pericolo elevatissimo. Ma Joe decide di proseguire convinto che anche in Sicilia, come a New York, la mafia non si sarebbe azzardata a toccare i poliziotti. Il 12 marzo 1909 a Palermo, alle nove e mezzo di sera, nella buia piazza Marina il silenzio è rotto da quattro colpi di pistola. Nessuno, ovviamente, vede nulla. Solo un marinaio, pochi istanti dopo, accorre nella direzione degli spari trovando riverso a terra, ormai morto, Joe Petrosino. Una curiosità sulla targa che ricorda il luogo dell’omicidio: è inspiegabilmente collocata sul lato opposto di piazza Marina rispetto al punto in cui il Petrosino trovò la morte. Un errore logistico di non poco conto, soprattutto se si pensa che un elemento determinante delle indagini sul delitto fu proprio il punto esatto in cui Petrosino fu ucciso. Un depistaggio? Rientrata in America, la salma sfila sulla Quinta Strada per i più imponenti funerali che New York abbia mai visto nel ventesimo secolo. 250 mila persone rendono omaggio al primo poliziotto ucciso dalla mafia, un vero e proprio record se si pensa che nemmeno un presidente aveva mai ricevuto simili onori. Il delitto costò solo il posto al questore del tempo, ma non danneggiò nessun altro. Perché, al termine di indagini, in apparenza complesse ma forse volontariamente inconcludenti, niente di decisivo venne fuori su mandanti e killer. In verità un indagato, quale mandante o addirittura killer, ci fu: il capo mafia di Bisacquino, don Vito Cascio Ferro. Per la sera del 12 marzo egli, però, aveva un alibi perfetto, garantito oltretutto da un noto deputato, che disse di essere stato a cena con lui, fornendo persino il menù consumato. Un omicidio rimasto irrisolto per oltre cento anni, fino al 23 giugno 2014. Fu un’intercettazione ambientale, realizzata per l’Operazione Apocalisse, a svelare l’omicida e il mandante del delitto Petrosino. Domenico Palazzotto vantandosi delle tradizioni centenarie di appartenenza alla mafia della sua famiglia, dice:
Lo zio di mio padre si chiamava Paolo Palazzotto, ha fatto l’omicidio del primo poliziotto ucciso a Palermo. Lo ha ammazzato lui Joe Petrosino, per conto di Cascio Ferro.
All’epoca fu messo in premio la somma di 10.000 lire per chi avesse fornito elementi utili a scoprire i nomi dei killer, ma la paura della mafia ebbe il sopravvento e le bocche rimasero chiuse, per oltre un secolo. Un finale, se così può essere, che pare rendere giustizia alla leggenda di Joe Petrosino, un eroe americano amato ancora oggi, il figlio di un sogno americano che si è concluso tragicamente. Per il suo coraggio, anche nell’affrontare la morte, divenne il simbolo della lotta alle mafie. “Era un uomo giusto che valeva la pena di conoscere, sono addolorato per la perdita del mio amico Joe” (Theodore Roosevelt ai funerali) Fonti http://www.cosavostra.it/storie/joe-petrosino-poliziotto-mano-nera/ http://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/238-senti/78057-ricordando-joe-petrosino.html https://storienapoli.it/2020/04/17/joe-petrosino-mafia-polizia-america-eroe/ https://poliziamoderna.poliziadistato.it/articolo/56c4911c07225987512024 https://www.balarm.it/news/magazine/oltre-cento-anni-fa-moriva-joe-petrosino-il-primo-delitto-illustre-e-mai-del-tutto-risolto-2465 https://pochestorie.corriere.it/2016/08/30/joe-petrosino-il-primo-uomo-che-sfido-la-mafia/?refresh_ce-cp https://koinespedalieri.altervista.org/joe-petrosino-storia-del-primo-poliziotto-martire-della-mafia/ https://monicazornetta.it/il-segreto-della-mano-nera-tra-lettere-e-pugnali-le-vicende-inedite-della-societa-della-banana-che-in-america-anticipo-la-mafia/ https://www.agenziacomunica.net/2020/03/12/12-marzo-1909-ucciso-a-palermo-joe-petrosino-il-poliziotto-italoamericano-nemico-della-mano-nera/

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