A cura di Maria Marques Questa volta la ricerca di biblioteche antiche ci conduce tra montagne maestose spruzzate di neve e verdi pascoli. Siamo in Svizzera per scoprire insieme la biblioteca dell’abbazia di San Gallo. La storia della biblioteca è strettamente connessa a quella dell’abbazia e risale all’alto Medioevo. All’origine del complesso, vi fu un monaco irlandese, Gallo, che nel 612 si ritirò nella valle superiore dello Steinach, nella Svizzera orientale per condurre una vita da eremita. Intorno a Gallo, compagno di San Colombano futuro abate di Bobbio, si radunarono alcuni discepoli. Insieme essi costruirono un oratorio, proprio dove adesso sorge la cattedrale. L’oratorio probabilmente fu attorniato dalle poche celle dei correligionari che seguivano la regola celtico-irlandese. Dopo la morte del suo fondatore, il monastero cadde in rovina, ma il conte di Waltram di Turgovia nel 719 incaricò il monaco benedettino Otmar di ripristinare il complesso. Otmar ricostruì il complesso trasformandolo in un’abbazia che scelse come regola quella benedettina. Tra i vari nuovi precetti che i frati dovevano rispettare, quello che interessa di più il nostro viaggio è quello della lettura quotidiana, e questo fece sì che cominciasse a svilupparsi uno scriptorium in cui generazioni di monaci ricopiarono, decorarono, tramandando sino a noi antichi testi. Il nucleo più antico del patrimonio della biblioteca risale al periodo in cui fu abate Waldo di Reichenau (782-784), quando molti manoscritti furono copiati, grazie a monaci anglosassoni e irlandesi. L’abbazia crebbe d’importanza, imperatori e re spesso la visitarono, assicurandosi la lealtà dei prelati attraverso generose donazioni. Sotto l’abate Gozbert tra l’830 e l’833, fu ricostruita la chiesa ma questa volta si trattava di una basilica a tre navate definite da arcate poggianti su colonne. La sua costruzione s’ispirò alla famosa e cosiddetta Pianta di San Gallo, il più antico disegno architettonico medievale che si sia conservato e risalente all’anno 820 circa. Nel secolo IX, furono costruite la chiesa di Otmar e la cappella di San Michele, situate entrambe dietro la chiesa esistente, anche se purtroppo di questi edifici di epoca carolingia sono rimaste solo le fondamenta, i capitelli e le cripte. Durante i due secoli successivi, furono molti gli interventi che interessarono il complesso di San Gallo, primo fra tutti la cinta muraria iniziata dopo l’invasione dei magiari nel 926. Questa cinta a difesa dell’abbazia fu la prima che la Svizzera conobbe dall’età romana. In questo periodo turbolento, i preziosi codici custoditi nella biblioteca lasciarono l’abbazia per essere ricoverati a Reichenau, per poi tornare nuovamente nel complesso di San Gallo in tempi più tranquilli. Nel XIII secolo l’Abbazia e la città divennero un principato indipendente su cui gli abati regnarono vantando il titolo di principe del Sacro Romano Impero. Nel 1623 la chiesa dell’abate Otmar fu ricostruita, mentre la cappella di San Michele fu demolita permettendo così di allungare la navata della cattedrale. Dell’originale monastero medievale purtroppo rimane ben poco, la maggior parte delle strutture, furono progettate in stile tardo barocco e costruite tra il 1756 e il 1768 e allo stesso periodo va ascritta la costruzione della biblioteca ad opera dell’architetto Peter Thumb che fu abbellita con decorazioni, stucchi, sculture e preziosissime colonne di legno. La sala principale della biblioteca, disposta su due piani, non è enorme, ma molto suggestiva e il suo soffitto è decorato con scene che immortalano i primi quattro concili ecclesiastici (Nicea, Costantinopoli, Efeso e Calcedonia). La biblioteca conserva un patrimonio di centosettantamila volumi, ma quello che la rende unica, nel suo genere, sono i circa duemilacento codici, la metà di questi risale all’epoca medievale. In particolare molti codici risalgono al periodo tra il IX e XI secolo e pare che molti siano stati proprio scritti all’interno dell’abbazia. E se, questo patrimonio è già incredibile, pensate che circa quattrocento manoscritti risalgono a prima dell’anno mille. I monaci del convento ricopiarono per secoli quelli che si sono poi rivelati essere i codici, i documenti e le fonti più importanti per una conoscenza approfondita dell’alto medioevo di tutto l’occidente. La raccolta dei manoscritti spazia da opere tardo classiche e tardo antiche, a scritti irlandesi, di epoca carolingia, abbelliti e resi unici da miniature di rilievo. È incredibile pensare che questi fragili manoscritti, che contengono opere liturgiche, bibliche, volumi di medicina, di musica, di storia del diritto, testi letterari e di filologia latina e germanica, siano riusciti a sopravvivere attraverso i secoli, gli incendi e le distruzioni. Una storia quindi ininterrotta di “arte della scrittura” che si protrasse sino al 1805, anno in cui il monastero fu soppresso. I documenti più antichi, scritti a San Gallo, risalgono a circa metà VIII secolo a.C. e la maggior parte di questi è legata al monaco Winithar, il primo scrittore operante nello scriptorium tra il 750 e il 780, di cui si è tramandato il nome. Altri nomi di monaci, che hanno trascritto le opere giunte sino a noi, sono emersi dai documenti: Ratpert, Iso, Moengal, Nokter, Balbulus e Tuotilo. Già a metà del IX secolo, il patrimonio della biblioteca era considerevole: un indice risalente a quel periodo registra quasi trecento titoli. In questo catalogo sono contenuti i libri della biblioteca centrale, ordinati per autore e argomenti, in parte ancora riscontrabili. Accanto alla biblioteca centrale, esisteva una biblioteca ad sacrarium, con testi liturgici e una biblioteca ad scholam con testi scolastici, anche di età classica. Curiosi di conoscere le meraviglie nascoste nella biblioteca? Partiamo da quello che è considerato il fiore all’occhiello della biblioteca e tesoro nazionale per la Svizzera.
  • La pianta di San Gallo, è la pianta medievale di un’abbazia datata agli inizi del IX secolo e dedicata all’abate Gozbert. È l’unico disegno architettonico di rilievo sopravvissuto per un periodo di circa settecento anni che va dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente e il XIII secolo. La pianta descrive un’abbazia benedettina, comprendendo chiese, abitazioni, stalle, cucine, laboratori, birreria, infermeria e anche un edificio particolare per i salassi. Il complesso disegnato nella pianta non fu mai realmente edificato e, deve il suo nome al fatto di essere conservata nell’abbazia di san Gallo. La pianta fu creata con cinque fogli di pergamena, uniti insieme a formare un rettangolo. I disegni sono tracciati con linee d’inchiostro rosso per gli edifici e marrone per i testi. Trecentocinquanta appendici, in cui sono riconoscibili le grafie di due differenti copisti, descrivono le funzioni dei diversi edifici.
  • Il Codex Abrogans, è forse il più antico testo in lingua tedesca esistente. Si tratta di un dizionario dei sinonimi e di un vocabolario di parole tradotte dal latino all’alto tedesco antico in forma di manoscritto, databile tra il 765-775. Attribuito al prelato Arbeone di Frisinga, deve il suo nome alla prima parola con cui si apre il manoscritto: abrogans.
  • Il Codex Sangallensis 912, il cosiddetto glossario palinsesto Abba-Ababus. Si tratta di uno dei manoscritti più antichi della biblioteca ancora conservato in forma di libro. Il glossario, nel quale ogni parola è spiegata con l’ausilio di un’altra, fu trascritto nel convento di Bobbio sopra testi più antichi, databili al V secolo. Il testo sottostante, talvolta più o meno leggibile, include frammenti dei Salmi, del libro veterotestamentario di Geremia, estratti dalle opere del grammatico Donato e del poeta latino Terenzio. Contiene anche una miniatura di un retore in posa declamatoria.
  • Il Codex Sangallensis 914 riunisce centotrentasei fogli di pergamena risalenti al primo terzo del IX secolo. Questo codice è il testimone più antico della Regula Benedicti, fu scritto intorno all’anno 820 e fu un punto di riferimento per i monaci benedettini.
  • L’Abecedarium Nordmannicum (lett. “abbecedario normanno”) è una presentazione delle sedici rune del fulpark recente (alfabeto runico in uso dal IX secolo) sotto forma di breve poema e contenuto alla pagina 321 del Codex Sangallensis 878 del IX secolo. Il testo fu distrutto nel XIX secolo a causa di alcuni composti chimici che avrebbero invece dovuto conservarlo, ma è sopravvissuto in una trascrizione del 1828 di Wilhelm Grimm (sì, proprio uno dei fratelli Grimm, che raccolsero le famose favole).
  • Il Vergilius Sangallensis ovvero il codice 1394 è tra i testi più antichi e più studiati della biblioteca. Nel codice sono conservate circa undici pagine e otto piccole strisce facenti parte probabilmente di un manoscritto che conteneva i capolavori del poeta latino Publio Virgilio Marone: l’Eneide, le Georgiche e le Bucoliche, scritto probabilmente tra la fine del IV e l’inizio del V secolo a Roma, in un elegante “capitale quadrata” (scrittura maiuscola dell’antichità romana e medievale), priva d’interpunzione. Contiene inoltre frammenti del X secolo di una copia delle commedie di Terenzio; documenti databili tra il IX e il XV secolo; piccoli frammenti in scrittura ebraica; e il «St. Galler Glauben und Beicht II» (formule per la confessione e la professione di fede, risalenti all’XI secolo).
  • Sang. 2 Manoscritto contenente libri dell’Antico e Nuovo Testamento, trascritto da Winithar risalente al 760-780.
  • Codex Sangallensis 23, il cosiddetto ”Salterio di Folchart” capolavoro della miniatura carolingia.
  • Codex Sangallensis 730 tramanda, seppur in frammenti, l’Editto di Rotari. È la più antica copia della raccolta di leggi dei Longobardi redatta e promulgata da re Rotari (636-652) nel 643. Realizzata probabilmente a Bobbio e databile agli anni 670-680.
  • (noto anche come Codex Sangallensis 51) è un codice miniato, un manoscritto irlandese contenente i Vangeli e risalente all’VIII secolo o all’inizio del IX. Probabilmente è arrivato all’abbazia di San Gallo durante il IX secolo, proveniente da uno scriptorium irlandese, attraverso un pellegrino diretto a Roma o forse all’abbazia di Bobbio. Il codice è composto di centotrentaquattro fogli è scritto in un carattere insulare maiuscolo e presenta sette miniature a piena pagina.
L’elenco ovviamente non è esaustivo poiché tra codici e incunaboli, il fondo della biblioteca è ricchissimo. Fortunatamente è stato portato avanti un progetto di digitalizzazione dei manoscritti, accessibile a chiunque, in cui si possono ammirare oltre a miniature che sono piccole opere d’arte, anche la calligrafia perfetta di Winithar. Dite che tutto questo non sia ancora sufficiente per attrarre la vostra attenzione? Ebbene aggiungo che, nel 1417, l’umanista Poggio Bracciolini scoprì, tra i tanti manoscritti custoditi nella biblioteca, quello che conteneva il De rerum natura di Lucrezio. Non siete ancora convinti? Aggiungo un’altra curiosità: all’interno della biblioteca è conservata, con i suoi sarcofagi riccamente decorati, la mummia di Schepenese, una donna vissuta a Tebe tra il 700 – 650 a.C. Ancora un’ultima curiosità, Umberto Eco scrivendo Il nome della rosa, s’ispirò ad alcuni monasteri e, uno tra questi, fu proprio il complesso abbaziale di San Gallo. Fonti: www.wikipedia.it www.ansa.it www.stiftsbezirk.ch/it/abbazia-di-san-gallo www.uni-salzburg.at www.e-codices.unifr.ch

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