Articolo a cura di Laura Pitzalis In questo periodo d’emergenza dove si è costretti a stare in casa, una delle mie occupazioni preferite è cucinare. Ne approfitto per “rispolverare” ricette della tradizione, semplici ma buonissime, per cimentarmi a preparare dolci e biscotti per la colazione, il pane … Così trafficando tra pentole, forni e mestoli, ho pensato a come sarebbe stata la nostra cucina se quel tosto di Cristoforo Colombo non avesse scoperto l’America! Perché dovete sapere che molti dei piatti tipici della tradizione culinaria italiana non esisterebbero se gli ingredienti principali non fossero stati importati dal Nuovo Mondo! Siete curiosi? Volete saperne di più? Allora seguitemi andiamo a scoprire cosa è arrivato sulle nostre tavole grazie al grandissimo navigatore ed esploratore genovese! Andiamo alla scoperta dei cibi sulle tracce di Cristoforo Colombo Polenta, patate al forno, pasta col pomodoro, pasta e fagioli, pizza, vellutata di zucca, gianduiotti … tutte pietanze, così comuni nella nostra tavola, che i nostri avi non hanno potuto assaporare se non dopo la scoperta dell’America! E pensare che Cristoforo  Colombo era partito per cercare la via delle spezie verso l’Oriente e, invece, si è ritrovato nel bel mezzo di un continente dove le spezie che lui cercava non c’erano! Trovò però tantissimi altri prodotti che oggi sono parte essenziale della nostra tavola quotidiana: il cacao, il mais, il pomodoro, il peperone, il peperoncino, alcuni tipi di fagioli e di zucche gialle, il girasole, l’ananas, la vaniglia, le patate, le zucchine, i cetrioli, e persino le arachidi. E non dimentichiamoci del tacchino, che allora venne descritto come “un’enorme gallina con la lana sotto il becco”! E sì, perché è da quel 12 ottobre 1492, quando la “ Vecchia Europa” incontrò la “Nuova Terra Americana”, che ci furono intensi scambi commerciali dai quali tutt’e due trassero profitto: ad esempio mentre la canna da zucchero, portata dagli arabi in Europa, viaggiava verso l’America insieme con una coppia di maiali, quelle stesse navi ritornavano con altrettanti tacchini e con i semi di cacao. Sono state, quindi, le navi dei Conquistadores, dalla metà del XVI secolo, a trasportare tutti questi tesori più preziosi dell’oro e dell’argento, ma non tutti furono apprezzati da subito. Il pomodoro fu per lungo tempo ritenuto tossico e usato solo a scopo ornamentale per abbellire giardini e parchi. Era considerato troppo bello per essere anche buono. Poi si diffuse la notizia che fosse afrodisiaco, tanto che veniva chiamato “pomo d’amore” da Francesi (Pomme d’amour), Britannici (Love apple), Germani (Liebesapfel) e perfino Siciliani (Pumu d’amuri). La pianta, originaria del Messico e delle Ande peruviane, era conosciuta dagli Aztechi e dai Maya tremila anni prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo. Il nome “pomo d’oro” deriverebbe dall’aspetto delle prime bacche che giunsero in Europa, di un colore giallo e di piccole dimensioni. Dovranno passare circa due secoli prima di considerarlo un ottimo prodotto culinario. In Francia ancora di più, addirittura fino alla vittoria di Marengo poiché fu il cuoco di Napoleone a preparare il cosiddetto pollo alla Marengo adottando gli alimenti che aveva a disposizione (pollo, pomodori, aglio, olio e pane). Come il pomodoro anche la patata (qui trovate un articolo sulla storia della patata) non fu usata da subito come alimento sia perché all’inizio si mangiavano solo le foglie che provocavano intossicazione da solanina, e per questo era considerata nociva, sia perché si riteneva provocasse la lebbra oppure la scrofola. Di conseguenza venne impiegata soprattutto come alimento per gli animali, soprattutto i maiali, e le persone che erano costrette dalla necessità a cibarsene venivano considerate ai gradini più bassi della scala sociale. Originaria del Perù, Messico e Bolivia, territorio dove veniva coltivata fin dai tempi della civiltà azteca e incaica, arrivò in Europa non con Cristoforo Colombo bensì verso il 1550 con i “conquistadores” di Pizzarro. Solo dopo due secoli, con la carestia che flagellò l’Irlanda nel 1663, dove si cominciarono a mangiarle diventando poi un elemento base della dieta locale, e grazie al francese Antoine-Augustin Parmentier che fu il primo ad apprezzarne il sapore, che la patata si diffuse con facilità anche tra aristocratici e sovrani. In Italia giunse grazie ai padri Carmelitani Scalzi e sostituì la castagna nell’alimentazione povera. Il cacao ha un esordio ben più fortunato di quello che ebbero in Europa il pomodoro e la patata. Cristoforo Colombo fece il suo primo incontro con le bacche della pianta nel luglio del 1502 all’interno dell’isolotto di Guanaya dove i semi di cacao erano usati come moneta di scambio. Per questo il primo nome del cacao fu Amygdalae pecuniariae ovvero “mandorla di denaro”, sostituito, poi, dal naturalista Linneo in Theobroma caca  o cibo degli dei. Non è sicuro che fosse stato Colombo a portarlo in Europa durante le sue varie spedizioni, alcuni ne attribuiscono il merito a Cortès. Questo perché secondo il racconto di alcuni testi del periodo, gli indigeni offrirono a Colombo una bevanda al cacao e lui non la gradì affatto per il suo sapore amaro e quindi non la prese in considerazione … Insomma se si fosse dato retta a Colombo oggi non avremo potuto affogare i nostri problemi di stress e ansia con un buon barattolo di Nutella! In base alle ricostruzioni storiche, sembra che i Maya siano stati gli scopritori e i primi coltivatori del cacao che utilizzavano nell’alimentazione, nei riti religiosi, nella medicina e come sistema monetario per gli scambi commerciali. La prima volta che si gustò il cioccolato fu in Spagna nel 1515, ma il suo uso venne inizialmente ostacolato dal clero, soprattutto per opera di un certo padre Brancaccio che scrisse una violenta diatriba “De uso chocolatae”, perché poneva in discussione il principio del liquidum non frangit, cioè che le bevande non spezzano il digiuno religioso. A fine secolo XVI, quando il cacao cominciò a diffondersi nel Vecchio Continente e consumato liquido come una specie di tisana ai semi di cacao, i cardinali si posero il quesito se si trattasse di un cibo, per il suo aspetto “burroso”, o di una bevanda e, quindi, se spezzasse o no il digiuno ecclesiale. Su questo problema la Chiesa si spaccò letteralmente in due: venne ferocemente condannato dagli Agostiniani e dai Domenicani, mentre fu favorito dall’ordine dei Gesuiti. Solo nel Settecento caddero le prevenzioni contro la saporita e nutriente bevanda. Un’altra importante pianta, oggi molto utilizzata, importata dal Nuovo Mondo è il mais, uno dei primi e insoliti cibi che gustò Colombo. Molto probabilmente il termine “mais” deriva da “mahiz”, nome dato ad una popolazione indigena incontrata da Colombo sull’isola chiamata Hispaniola. Colombo lo portò in Europa intuendone il valore nutrizionale e la sua versatilità in cucina e, infatti, si diffuse in tempi abbastanza rapidi. Inizialmente non sostituì altri cereali ma fu coltivato soprattutto negli orti perché questi erano esenti da canoni e decime e il loro prodotto poteva essere direttamente utilizzato dalla famiglia del coltivatore. Solo in seguito i proprietari si resero conto delle potenzialità produttive della nuova pianta, molto maggiori rispetto ai cereali tradizionali, e spinsero i contadini ad estenderne la coltivazione. La prima regione italiana che si adoperò per la coltivazione del mais fu la Campania, in seguito fu l’Emilia Romagna, così in breve tempo il mais divenne una delle più importanti risorse alimentari per uomini e animali. La lista dei prodotti che sono arrivati a noi dal Nuovo Mondo da quel 12 ottobre 1492, non finisce qui. Tantissime sono le storie, leggende, racconti che li riguardano e sui quali sono stati scritti interi volumi che compongono il grande romanzo della nuova cucina europea. Un grazie di cuore, quindi, a Cristoforo Colombo anche da noi “buone forchette” che senza i suoi viaggi non avremo mai potuto deliziarci delle tante pietanze che ormai fanno parte della tradizione regionale italiana. E non avremo mai potuto assaporare il gusto di una fumante tazzina di caffè, i cui semi, dal Brasile, ci furono portati dai portoghesi e i fumatori godersi un bel sigaro o una sigaretta. E già perché anche il tabacco è arrivato dall’America, entrando, qualcuno potrebbe dire “purtroppo”, profondamente nella nostra cultura. E dire che inizialmente l’uso ricreativo del tabacco fu a lungo proibito e fu usato solo a scopo curativo contro il morso dei serpenti, i reumatismi, il raffreddore, ulcere e dermatiti! Ditemi ora voi concepireste Freud o Winston Churchill senza il sigaro, Sherlock Holmes o Maigret senza la pipa, Mastroianni o Camilleri senza sigaretta? Sicuramente no! Meno male che Colombo c’è stato! FONTI http://www.ariannascuola.eu/ilfilodiarianna/it/storia/dinamiche-e-problemi/134-lalimentazione-nelleta-moderna/196-la-rivoluzione-alimentare-delleta-moderna.html http://www.hoteldoge.com/2777-2/ https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2015/01/21/dall-america-all-europa-storia-del-pomodoro-della-dieta-mediterranea_mcT9xFhDFPeWhgTF7Sv77M.html https://blog.libero.it/Stimoli/13641595.html

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