Articolo a cura di Chiara Guidarini Gennaio 1077. Davanti alla rupe del castello di Canossa, nell’alba livida, in mezzo alla neve alta e mentre infuriava la tormenta, l’imperatore Enrico IV attendeva. Attendeva in ginocchio, col capo chino, vestito solo di un saio da monaco, coi piedi scalzi, in umile atto di supplica, un segno del perdono papale. Tre giorni e tre notti durò il tormento dell’imperatore, aspettando di essere ricevuto da colui che rappresentava Dio in terra, il solo che potesse redimergli l’anima e togliergli la scomunica che, come la scure di un boia, gravava sulla sua testa: Papa Gregorio VII, ospite a Canossa. Doveva essere stato uno spettacolo insolito, strabiliante quanto terribile, quello di un imperatore prostrato nella neve, e sicuramente il buon cuore della feudataria di quelle terre, Matilde, ne fu commosso, tanto da intercedere per lui presso il suo importante ospite. Il Papa, infine, concesse udienza a Enrico IV presumibilmente presso il tempio di Sant’Apollonio, all’interno del castello, e lì l’imperatore ricevette l’agognato perdono. Un capitolo importante della storia italiana è proprio questo, conosciuto come “l’umiliazione di Canossa”. Non a caso, l’espressione “andare a Canossa” è sinonimo di umiliazione e richiesta di perdono in più di trenta lingue di tutto il mondo. [1] Nei libri di storia apprendiamo solo questo fatto, avvenuto durante il periodo della lotta per le investiture, nell’ambito della macrostoria che narra gli scontri tra impero e papato, tra scomuniche, giochi di potere, alleanze e tradimenti. Matilde di Canossa era, come detto, feudataria di diverse terre in territorio reggiano; aveva la sua residenza presso il castello di Canossa di cui oggi rimangono solo rovine, e facendo luce sulla sua storia, che non è solo legata allo memorabile perdono o alla sua incoronazione come vice regina d’Italia, emergono fatti salienti che rendono una figura salda e reale, restituendole quelle caratteristiche umane che, a volte, si tende a trascurare quando si parla di re, regine, imperatori che muovono popoli. Spiega, Normanna Albertini, scrittrice emiliana, che ha recentemente pubblicato la “sua” Matilde:
Era una donna immensa per potere e influenza politica e fu la prima persona di sesso femminile a essere seppellita presso la Basilica di San Pietro in Vaticano, vicino alla Pietà di Michelangelo. Era la pronipote di Sigifredo Atto, un longobardo, un discendente dei Winnili. Biondi e rossi, dalle lunghe chiome, erano scesi in Italia e avevano mischiato i loro caratteri nordici a quelli degli altri popoli già presenti nella penisola, diventando parte del miscuglio incredibile che costituisce oggi la bella “diversità” italica. [2]
Secondo la leggenda, Sigifredo da Lucca nella prima metà del X secolo, e guidato da una cerva durante una battuta di caccia identificò la rupe dove erigere il proprio castello, e così fece, aiutato dal diavolo durante una notte di tempesta. [1 – 6] Secondo altre fonti fu il figlio, Adalberto, a identificare la rupe di Canossa e a condurvi il suo popolo, in modo da offrirgli un sicuro riparo mediante l’edificazione di case a torre, col magazzino a pian terreno e la porta d’ingresso rialzata, e permettere l’ingresso ai locali domestici tramite una scala non fissa. Il nome Canossa deriva probabilmente da “candida”, colore della rupe del castello. [1] Secondo gli studi di Normanna, le origini di Matilde erano toscane, più precisamente come ipotizza il giornalista Gian Piero della Nina, di Porcari (LU):
«Gli antenati di Bonifacio, padre di Matilde, erano Lucchesi e Beatrice, la madre di Matilde, possedeva una quota del castello di Porcari. Due scrittrici inglesi, Janet Ross e Nelli Erichsen, nel loro libro “the story of Lucca” ipotizzano la nascita della grancontessa a Lucca, o nel castello di Porcari, nel 1046. Matilde è stata anche battezzata dal Vescovo di Lucca, che diventerà poi Papa Alessandro III. In quei tempi, visto l’alto tasso di mortalità infantile, i bambini venivano battezzati subito: risulta logico quindi che Matilde sia nata in Toscana.» [3]
Quando nel 1052 Bonifacio viene ucciso durante una battuta di caccia, Matilde è ancora bambina. A nove anni eredita i ducati di Reggio Emilia, Modena, Parma, Ferrara, la Toscana, i ducati di Spoleto e di Camerino oltre a una parte della Lombardia. [1] Il suo primo incontro con Enrico IV è, probabilmente, avvenuto in Germania, durante un periodo in cui Matilde e Beatrice soggiornarono come garanti dei complessi intrecci politici presso la corte dell’imperatore. Enrico III muore improvvisamente e lascia il figlioletto di sei anni, già incoronato re da tre. Matilde ha dieci anni e la tradizione nordica le attribuisce un impossibile amore per l’imperatore nemico. Questa leggenda è ancora viva in Oltralpe, forse come romantica rivalsa contro una donna che ha ferocemente avversato un imperatore teutonico. [5] Con la morte di Enrico III i rappresentanti delle sette province tedesche giurano fedeltà al re che diventerà il nuovo imperatore: Enrico IV, un bambino di soli sei anni.
Quando era incinta di Enrico IV, Agnese di Poitiers aveva sognato di partorire un mostro immerso nel sangue. C’era chi diceva che si trattasse di un drago, chi di un minotauro, chi del demonio stesso [6]
Giurano fedeltà anche i Canossa, sebbene il cuore di Matilde sia cristianissimo e la sua alleanza col papa si protrarrà durante tutta la sua esistenza terrena.
Pareva perennemente nascosta da un velo. Pareva in costante colloquio con Dio. Ma un colloquio disperato, infuriato. Come la Maddalena davanti al sepolcro vuoto. Arrabbiata. Sempre a chiedere a Dio il perché di quel vuoto, di quell’assenza, di quell’abbandono. [4]
Le gesta della grancontessa sono giunte fino a noi tessute dai versi latini dal monaco a lei contemporaneo, Donizone (Donizo), dell’abbazia benedettina di Canossa, che scrisse la “Vita Mathildis” arricchendo la trascrizione di miniature.
Sono immagini ben vicine alla realtà perché il volume era destinato ad essere consegnato a Matilde stessa, come supremo omaggio del cantore che ne aveva narrato epicamente la vita. […] Certo è che la realtà di Donizone è quella vista dagli occhi di un suddito che adora la sovrana e che ne canta, da poeta, la storia eroica”.
Sono le miniature che ci tramandano anche l’immagine di Matilde: una donna dal volto ovale, corporatura snella, dai capelli biondo-rosso. Un altro segno distintivo di come fosse Matilde, viene dalla relazione dell’esumazione per la traslazione a Roma, dove si legge “la contessa si conserva molto bene, segno di una fibra robusta”. E robusta doveva essere davvero, perché a quasi settant’anni organizzò una spedizione contro Mantova che sottomise al suo dominio. Doveva avere anche un buon carattere, perché Donizone afferma che era sempre “ilare in volto e di mente lucida. Ella ha certamente appreso ben presto a cavalcare e maneggiare armi, perché la troviamo sia a ventuno anni che a ventotto, con la madre, accanto al patrigno, nella spedizione contro i normanni e in difesa del Papa”. Quanto agli abiti, prediligeva una sopravveste chiamata gonnella, con ampie maniche con orlo dorato che arrivavano a terra, com’era costume nei secoli XI-XII. La curiosità storica legata all’abito viene dall’allacciatura del manto, che si apre sulla spalla destra, lasciando liberi fianco e braccio, transazione curiosa tra la bizantina clamide e il manto tipicamente medievale allacciato davanti. In testa, un alto pileo conico posato su un velo bianco e ai piedi calcei dorati appuntiti. Matilde spicca per un abbigliamento sfarzoso, ma mai pari a quello della contemporanea sposa del doge Domenico Salvo, figlia di un imperatore bizantino, che provocò l’ira di uno dei santi riformatori di quel periodo. L’importazione delle stoffe, il commercio delle sete preziose, stava in quel periodo acquistando maggiore importanza. Lo storico Rangerio ci dice che “dopo le noie della giornata, si ritirava a leggere libri sacri o a pregare”. È la preghiera che accompagna Matilde tutta la vita: nei suoi gesti, nella recita dei vespri, nelle confessioni; cristiana com’era fa erigere – si dice – cento chiese; la leggenda vuole che “se ne avesse erette cento avrebbe potuto dir messa. Ma una volta costruita la centesima, col suo bel monastero accanto, un improvviso cataclisma la distrusse.” In realtà, l’unica chiesa veramente eretta da Matilde fu quella di Marola, a metà tra Canossa e Carpineti, dove sorgevano i due castelli che preferiva. La contessa ebbe grande cura dei monasteri, non solo perché luoghi di culto e di preghiera, ma perché luoghi di cultura e primitiva forma di assistenza sociale. Dopo la morte di Bonifacio, Beatrice si risposa con Goffredo il Barbuto e il figlio viene fidanzato a Matilde. Nel 1069, in punto di morte, Goffredo investe suo figlio, Goffredo il Gobbo, del ducato di Lorena; lo stesso giorno Goffredo il Gobbo mette l’anello a Matilde, “in questo dito che sta presso il piccolo, dove v’è una vena che sta radicata fino al cuore”. Goffredo il Gobbo è avvezzo alla vita militare, abituato a prendersi donne senza degnarle di parole o sguardi; l’educazione sentimentale e sessuale di Matilde è sommaria, infatti turbata dall’unione col marito, e Rangerio racconta che, nelle sue confessioni, Matilde disse: “non appena conobbi le gioie della carne misera, ebbi orrore e subito me ne vergognai”. [6] Il rapporto con Enrico IV, secondo la scrittrice Edgara Ferri, prosegue nel tempo:
l’imperatore è sempre gentile con lei, la scruta curioso. Gli piace, gli è sempre piaciuta. Ha la solidità di una roccia ed è una roccia imprendibile.
Goffredo il Gobbo farà una brutta fine: Matilde non ne vuole sapere di lui, è ferma e autoritaria e, a parer mio, molto diversa dalle donne sottomesse del suo tempo. Tant’è che Goffredo farà pure una strana morte: quella di trovarsi una lama infilata tra le natiche. Siamo nel 1076, anno in cui Matilde rimane sola e in pieno possesso di molte terre e altrettanti titoli: mancati la madre e il marito, i Canossa estendono il proprio dominio dalla Toscana al lago di Garda, fino ad alcuni territori della Lorena.
Sullo sfondo della cupa e minacciosa fortezza, gli occhi del mondo sono fissi sulla contessa Matilde. Unica donna tra tanti abati e monaci. Vedova, sola, al centro della colossale disputa tra il papa e l’imperatore. È la prima volta che questo papa e questo imperatore si incontrano. E lei sarà qui, per difendere sia l’uno che l’altro: il papa da lei amatissimo; l’imperatore a cui è legata da vincoli di sangue e di fedeltà. Nell’abbazia di Sant’Apollonio, un giovane monaco che risponde al nome di Donizone ha cominciato a scrivere di lei, della sua vita. [6]
Lo storico incontro tra papa e imperatore che vide l’assoluzione di Enrico IV, vide anche la vittoria della chiesa sull’impero, con un popolo finalmente al sicuro e una guerra scongiurata. Rangerio narra che durante il banchetto che seguì, l’imperatore “non mostra letizia, né gli esce una buona parola, sta tacito con gli occhi fissi, ha schifo il cibo e sta chino sulla mensa, che segna con l’unghie…” [5] Enrico IV riesce, comunque a collezionare una seconda scomunica quando nomina un antipapa: Clemente III. Già dal 1079 i rapporti con Matilde iniziano a essere tesi, quando la contessa cede i propri territori al papa, e da lì si aprono una serie di battaglie tra impero e chiesa. Infine, Matilde, all’età di quarantatre anni, accetta di sposare il sedicenne erede della corona ducale di Baviera in modo da contare sull’appoggio militare delle sue truppe: Guelfo IV infatti è uno dei più accesi sostenitori della chiesa in Germania ed è nemico acerrimo dell’imperatore. Per non suscitare sospetti, nel 1089 Guelfo il Pingue, il giovane sposo, arriva a Canossa vestito da pellegrino; ha comunque riluttanza a dividere il talamo con la sposa perché “è terrorizzato di essere fulminato da un maleficio terreno”, nonostante la contessa si mostri disposta a concedergli le proprie grazie. Sarà proprio a causa di questo riserbo che Matilde lo prende a schiaffi mandandolo a sbattere contro al muro e dicendogli di essere “più vile di un’alga marcia” per poi aggiungere una sorta di maleficio “se domani mi toccherai, di malasorte morirai” [6]. Il matrimonio viene annullato sei anni dopo. Intanto proseguono le battaglie di Enrico IV contro Matilde, contro il papato, fino alla morte di Enrico avvenuta nel 1106. Il suo successore, Enrico V, riprende a lottare ma l’atteggiamento della grancontessa cambia: da bellicoso diviene prostrato ai voleri dell’imperatore chiudendo la con la riconferma di feudi una vertenza durata vent’anni. Matilde viene infine dichiarata “in vice regis” viceregina d’Italia e vicaria imperiale. Muore nel 1115. La sua firma scritta a lettere maiuscole col motto incastonato tra i bracci della croce è anche scolpita sul portale dell’abbazia di Marola. Sulla chiave di lettura, ci viene in aiuto la professoressa di latino e greco Roberta Dieci.
«La trascrizione è MATILDA DEI GR(ATI)A SI QUID EST, dove tra parentesi ci sono le abbreviazioni sciolte. Le pergamene costavano molto e si usavano molte abbreviazioni per mancanza di spazio. Spicca il nome della grancontessa seguito da una specie di “motto”: Matilde – valgo qualcosa solo per grazia di Dio. Da notare l’utilizzo della croce cristiana, utilizzata anche da Carlo Magno nella sua firma.»
Del castello di Canossa oggi non rimangono che antiche vestigia, mura antichissime che però narrano una splendente gloria. Assieme al vicino castello di Rossena e alla torre Rossenella, sono visitabili e aperti al pubblico. Le foto del castello di Canossa presenti in questo articolo sono gentilmente concesse da Emanuela Rabotti, una delle guide dei manieri menzionati. C’era un nido sulla vetta piana, / su questa pietr a/ riparata, fragile, / bianca, consumata, / come certi inverni di gennaio, / quando onde brune di scirocco / smembrano le nevi ./ Cera una roccaforte / altera, bellicosa / sullo scoglio, / sull’isola / dai riflessi di sale, / sovrana dei calanchi; / fortezza, ora, bruciata / dal fulmine,/ abbaglio di ieri, / sembianza che sfugge / tra le rovine, / tra residui macchiati di malinconia: / illusione spezzata per sempre. / Eppure, quel nido disfatto / non è pietra abbattuta, ma un sentiero da imboccare / a piedi nudi. / Proseguiamo sui passi di chi, / nel fondale del crepuscolo, / proietta da secoli lontani / le nostre ombre. [8] Qualche curiosità Nota archeologica: Nel febbraio 2019, nel convegno avvenuto a Ciano d’Enza (R.E.), siamo stati informati del fatto che durante l’ultima campagna di scavo presso Canossa è stata ritrovata una quadrangola plumbea raffigurante i santi Pietro e Paolo, appartenente ai pellegrini romei medievali. Nota storica – sul castello di Crovara Vetto D’Enza (R.E.) e sui vassalli matildici L’ascesa tra le famiglie più in vista dell’epoca fu possibile grazie alle accorte politiche a sostegno dei da Canossa attuate da Arduino Da Palude, che sarà uno dei principali vassalli di Matilde. Fu il maggior vassallo di Matilde di Canossa: costantemente al seguito di quest’ultima, partecipò a missioni militari e politiche di notevole rilievo. L’importanza della posizione ricoperta presso Matilde di Canossa fu consacrata ancor più solennemente dalle parole che Donizone, gli dedicò nella Vita Mathildis; ed il motivo va ricercato proprio negli avvenimenti politici più importanti del primo decennio del sec. XII ai quali partecipò. Inviato da Matilde a Roma nel 1111 per una importante missione diplomatica presso l’imperatore Enrico V e durante gli ultimi anni di vita di Matilde, egli figura sempre con lei, in ogni luogo che ella toccasse attraverso i propri territori.[7] Fonti: [1] Castelli Reggiani della montagna di Bagnoli, Borgatti, Braida – collezioni Reggiane [2] https://www.loschermo.it/62071/?fbclid=IwAR3ATn2TctBMdOKlipMEmiMFXi0u580ouHfPudLKNWRkPmfkykmQhC4eIYI [3] La grancontessa Matilde, di Canossa (o di Porcari?) di Gian Piero della Nina [4] Come spicchio di melagrana – Matilde donna del Medioevo di Normanna Albertini – edizioni Consulta, vincitore del premio Silvio D’Arzo. [5] Inserto tratto da “La gazzetta di Reggio” – luglio 1976 – soroptimist club di Reggio Emilia Matilde di Canossa, contessa e donna. [6] La grancontessa – vita, avventura e misteri di Matilde di Canossa di Edgara Ferri [7] Brano tratto da I Da Palude di Crovara (Vetto d’Enza, Reggio Emilia) di Giuliano Cervi, Anna Losi. [8] Poesia della raccolta Rovine – Canossa – di Normanna Albertini

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