Articolo a cura di Salvatore Argiolas

Tutti i libri di storia scrivono che il passaggio da rotazione biennale a rotazione triennale delle coltivazioni fu una delle cause principali della rinascita dell’economia medioevale dopo la crisi del trecento ma non dicono mai cos’è e non ne spiegano i motivi.

Per capirne i motivi bisogna richiamare alcune basi fondamentali di scienza agraria e di coltivazioni erbacee.

Le piante per crescere, svilupparsi e fruttificare hanno bisogno di elementi minerali, naturalmente presenti nel terreno come azoto (N), fosforo (P) e potassio (K) e, in misura minore, di Manganese (Mn). Magnesio (Mg), Ferro (Fe) e tanti altri presenti in quantità minori e perciò chiamati oligoelementi.

Quando una coltivazione è in pieno sviluppo assorbe questi elementi nutritivi dal terreno e ci dev’essere un apporto che riequilibri lo scompenso.

Nel Medioevo i soli metodi di concimazione erano: quello del letame, realizzato con le deiezioni degli animali di stalla, integrati da paglia e lasciati maturare; il sovescio, che consiste nel sotterrare piante infestanti o seminate appositamente; il debbio che consiste nel bruciare le stoppie e che ha anche una funzione sterilizzante di parassiti animali e di infestanti ma purtroppo il fuoco è un servo disobbediente e ci furono tantissimi incendi causati dall’imperizia; le ceneri risultanti dai fuochi di cucina, che contengono una grande quantità di potassio.

Le colture principali nel Medioevo erano le graminacee e in particolare il grano, che venivano coltivate continuamente nello stesso terreno ma questo metodo nel tempo creava diversi problemi in quanto sono considerate colture “depauperanti” perché hanno un alto consumo di azoto specialmente durante la fase di accrescimento e perché le radici “stressano” il terreno distruggendone la tessitura.

La persistenza di un coltivo sullo stesso terreno inoltre favorisce i parassiti animali e vegetali e le piante infestanti. Inoltre tutti gli esseri viventi entrano in competizione per il cibo e le piante non fanno eccezione secernendo delle tossine per impedire l’invasione di altre piante nel loro spazio vitale.

Tutti questi fattori rendono sconsigliabile la coltivazione continuata di una specie sullo stesso terreno.

Quando i contadini medioevali capirono questo fatto escogitarono una tecnica chiamata avvicendamento che consisteva di lasciare in riposo per un anno il terreno oppure di dividere lo stesso terreno in due porzioni, di cui una produttiva e l’altra vuota, per permettere di recuperare gli elementi nutritivi.

Questa soluzione, chiamata rotazione biennale era perfetta tranne che per il grande difetto di dimezzare la produzione in quanto il terreno messo a riposo, chiamato “maggese” era improduttivo.

La vera svolta tecnica, produttiva e culturale si ebbe quando il terreno o la quantità totale di un contadino venne divisa in tre parti. Una fu coltivata con leguminose, la seconda seminata con cereali e la terza lasciata a riposo.

Questa era la soluzione perfetta perché le leguminose fornivano proteine vegetali che integrano la rustica alimentazione dei villici e per una straordinaria capacità delle leguminose come fave, ceci e piselli anche se è il trifoglio la leguminosa più importante perché la più capace di estrarre azoto dall’atmosfera e perché rimaneva più tempo sul terreno.

Inoltre la maggiore disponibilità di foraggio favoriva un maggior uso degli animali da lavoro, aumentando la forza trainante degli aratri.

Si è stimato che il trifoglio aumentò le riserve generali di azoto di circa il 60% anche se gli agricoltori non sapevano cos’era l’azoto in quanto le caratteristiche chimiche di questo elemento furono scoperte nel diciottesimo secolo. Probabilmente si accorsero col tempo che campi coltivati con leguminose che affiancavano campi di grano rendevano i cereali più floridi e rigogliosi.

Infatti queste piantine hanno sviluppato una simbiosi con batteri che fissano l’azoto e lo rendono disponibile immediatamente sia agli ospiti che al terreno. In questo modo si ovviava al grande deficit azotato che rendeva poveri i raccolti e la successione colturale dei terreni cereali – leguminose – maggese quadrava il cerchio anche perché il fabbisogno di manodopera veniva gestito al meglio tra colture con esigenze diversificate nel tempo.

Il passaggio dalla rotazione biennale a quella triennale oltre a migliorare notevolmente la produzione che passava dalla coltivazione del 50% delle terre al 66% con elementi nutritivi qualitativamente e quantitativamente superiori ma certificava anche un mutamento di mentalità.

Infatti per i contadini la sperimentazione era sempre un grosso azzardo diversamente dall’artigianato dove si potevano osare innovazioni senza grossi costi personali. Gli agricoltori avevano paura degli eventi atmosferici, delle siccità, dei banditi e dell’esosità dei governanti per cui ogni tentativo sbagliato di miglioramento poteva significare la fame più nera.

Il fatto che abbiano scommesso su di un’innovazione tanto rivoluzionaria significava che avevano deciso di guardare verso il futuro e lasciare il passato verso le spalle.

Col tempo si raggiunse anche una versione più raffinata, la rotazione quadriennale con l’immissione di varietà ortive che abbisognavano di molte cure e parallelamente anche di tanta manodopera per cui lo schema fu un pochino diverso cereali, legumi, rape e trifoglio o erba medica. In questi casi non è previsto il maggese perché i terreni sono stati riportati alla piena fertilità.

In agricoltura la massima produzione non è determinata dal complesso degli elementi disponibili ma dall’elemento che è presente in misura minore per cui questa rotazione è possibile per lo più in ambienti umidi dove non ci sia carenza d’acqua.

In ogni caso la rotazione triennale, con altre migliori tecniche come il collare da spalla per i cavalli da tiro fu sufficiente a rovesciare in poco tempo la situazione di crisi economica e alimentare del basso Medioevo.

Le innovazioni tecnologiche non ebbero inizialmente un carattere generale: la loro diffusione interessò principalmente le aree del Nord Europa dove le condizioni climatiche e pedologiche (oltre che economiche e sociali) lo consentivano.

La rotazione triennale, praticata nella maggior parte dei paesi europei fino ai secoli XVII e XIX, rappresentò indubbiamente il fattore determinante per lo sviluppo agricolo nel pieno Medioevo. Assieme alla grande estensione delle superfici coltivate, all’incremento della cerealicoltura, al miglioramento nell’attrezzatura da lavoro, la rotazione triennale costituì la base dell’enorme sviluppo dell’agricoltura nel Medioevo maturo.

Nel XIII secolo scomparvero nei principali paesi d’Europa le grandi carestie che fino ad allora si erano presentate con regolarità. Il regresso delle carestie è da ascrivere principalmente all’incremento del commercio dei cereali ma esso poggia soprattutto su una accresciuta produttività raggiunta grazie all’adozione della rotazione triennale che rese possibile anche la riduzione della superficie della coltura granaria a favore di colture specializzate. Di queste speciali colture fanno parte piante coloranti (guado, robbia), piante da fibra (lino, canapa), piante leguminose e diversi tipi di alberi da frutta.

Lo straordinario incremento della produzione agricola garantì nel contempo l’approvvigionamento della popolazione, anch’essa in rapido aumento.

Il progresso nell’alimentazione spinge Jacques Le Goff addirittura a sostenere che “la diffusione del sistema di avvicendamento triennale e lo sviluppo che esso comportò, tra l’altro rendendo possibile un’abbondante produzione di legumi ricchi di proteine, resero possibili tutti i progressi dell’Occidente cristiano, il dissodamento di nuove terre, la costruzione delle città e delle cattedrali, le Crociate.” (Le Goff “Il basso medioevo pag. 46).

Riferimenti bibliografici

“I contadini nella storia d’Europa” di Werner Rosener

“Il basso Medioevo” di Jacques Le Goff

“L’agricoltura medievale” di Massimo Montanari

“Coltivazioni erbacee da pieno campo” di Francesco Bonciarelli

“Agronomia” di Achille Grimaldi

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