Amboise, 27 dicembre

Estimatissimo messer Orsi, desidero farvi giungere questa mia per ringraziarvi di quanto mi avete dedicato in questo anno che oramai è ai rintocchi finali del suo scorrere. Su di me si è scritto e detto tanto, forse anche troppo, in questi 500 anni dalla mia morte e in questo astruso anno che non sono arrivato a vivere… in effetti, a pensarci bene, avrei potuto inventare qualcosa che mi allungasse la vita… ma sarei stato ancora in animo e di vivace intelletto dal vivere nel vostro tempo? In questo anno di pregno valore per la mia persona, mi avete celebrato ricordandomi nel vostro blog (ancora non mi è del tutto chiaro cosa mai sia un blog, parola che afferisce a un’idioma a me sconosciuto) in una maniera assai commovente persino per un genio strafottente… oh chiedo venia, volevo dire cinico… e incostante come me; avete ripercorso alcune delle mie più celebri – e impossibili – invenzioni, avete raccontato di me cose anche intime e dolorose, avete scavato nel mio passato, cercando le mie origini materne, indagando con quella mezza calza di Freud nella mia psiche e sulla mia sessualità; avete approfondito le opere mie lasciate alla posterità… oh ma che importa se molte non son complete, le ammirate lo stesso, no?; vi siete quasi commossi sulla mia lapide – ma sono proprio io a giacere lì sotto? – avete forse riso della mia vendetta testamentaria (oh che pensavate? Che gliela facessi buona a quel bastardo traditore di Salaì, proprio alla fine della mia vita mi lascia solo…) e ora, giunto alla fine di quest’anno festoso, io vorrei poter brindare con tutti voi all’anno nuovo che vi aspetta; riguardo a me, io son stanco, troppe feste in mio onore sono state date, a troppi banchetti ho presenziato (oh, ho visto che finalmente li usate i tovaglioli nel vostro indecoroso mondo) e dunque prendo congedo dal Vostro mondo e dal Vostro tempo, in attesa che mi richiamiate in vita e nella memoria. Ma prima di ritirarmi, desidero fare io omaggio a voi, messere Orsi, e invitare Voi e tutti gli abitanti del vostro castello, alla cena di san Silvestro nella mia osteria “Le tre rane”; ho fatto dire all’amico e socio Botticelli di riservare a tutta la Vostra corte il locale intero; menù fisso, si intende, piatti semplici e della tradizione: ribollita, arista, baccalà e ranocchi fritti. Sul vino, mi sono premurato di far arrivare dal mio servitore de Villanis quello prodotto direttamente nella mia vigna e secondo il mio disciplinare. Sul vecchio Salaì non potevo farci fidanza, gliene ho lasciato in eredità metà visto il tradimento perpetrato alla mia persona… chissà se quel figlio di buona donna… ma… ma sento un vociare confuso alzarsi dal vostro consesso, qualcuno mi sta chiamando millantatore! Suvvia, messere, abbiate compassione di un vecchio genio e ditemi apertamente: cos’è che van ciarlando i vostri sudditi? Mi chiaman bischero? Dicono che non esiste né è mai esistita l’osteria “Le tre rane”? Che brutta genia umana siete diventati: sempre a confutare, a cercare riscontri nel mare magnum delle parole altrui, a scartabellare fonti e documenti… che poveri meschini siete! Volete davvero sapere la verità sull’ostera del buon Sandro e mia? Ma se io ve lo rivelassi, cosa vi resterebbe poi da celebrare, da scrivere, da argomentare su di me quando di anni ne saran trascorsi 600 o 1000 dalla mia morte? Credevate davvero di aver scoperto tutto su di me? Ah quanto è limitato il vostro intelletto, quanta poca fantasia, quanta scarsa arguzia adorna le vostre menti di uomini del XXI secolo. All’epoca mia c’eran mecenati di livello che davan credito alle mie più bizzarre idee, sovvenzionavano le più folli invenzioni… qualcuna non aveva funzionato ma che fa… in fondo, come farete dire a qualcuno dopo di me: “bisogna provare, provare, provare…”, ma io non ho avuto tanto tempo. Provateci voi, ora, a inventarvi qualcos’altro su di me e con me, perché molte sorprese ancora ho da rivelarvi! Innalzo il calice e brindo a Lei, messer Orsi, e a tutta la sua Corte: Ad maiora!

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