Un grande ringraziamento va a Cristina Mariella Donati che ha voluto pubblicare questo articolo con il nostro blog TSD. Si tratta di un estratto dal suo saggio “Medioevo verde: piante, galenica e dintorni”, attualmente in fase di stesura. Personalmente trovo che questi articoli rendano un grande servizio al blog e a coloro che lo frequentano, per la quantità di nozioni storiche e riferimenti bibliografici puntuali su cui andare ad approfondire in caso di bisogno o semplice curiosità. Roberto Orsi Articolo a cura di Cristina Mariella Donati Tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500, inizia la preoccupazione per un’altra malattia che sembra appena comparsa[1]in Europa: la sifilide[2]o, come è chiamata al tempo, Morbo Gallico. Le malattie veneree non sono una novità: la gonorrea[3] viene menzionata anche nell’Antico Testamento, da Aristotele, Platone e altri. Ma la sifilide[4] – inizialmente confusa con le altre malattie a trasmissione sessuale – è diversa, letale e disgustosa, legata al coito quindi al peccato e provoca una vera e propria pandemia in tutti gli strati sociali, in quanto è – ancora una volta – impossibile da gestire con la medicina del tempo e con la politica sanitaria adottata per altre malattie infettive. In Italia la malattia si manifesta in modo epidemico dopo la discesa di Carlo VIII di Francia nel 1495 e l’assedio di Napoli a opera del suo esercito, e per questo viene chiamata mal franzoso (i Francesi lo chiamano mal napoletain, ovviamente). Il contagio è invece dovuto a quelle truppe mercenarie spagnole dell’esercito francese in qualche modo collegate ai viaggi nelle Americhe: infatti, la popolazione indigena di Hispaniola (dove è sbarcato Colombo) è affetta da una lieve forma endemica di sifilide che, incontrando gli spagnoli (privi di difese immunitarie), si manifesta con la massima aggressività e viene trasportata oltreoceano. La prima descrizione di un caso di sifilide risale al 1493, a opera di un medico spagnolo che visita alcuni marinai della “Pinta”, di ritorno dalle Americhe, per una fastidiosa affezione cutanea erosiva. Successivamente, durante la battaglia di Fornovo (Carlo VIII sta lasciando l’Italia) i medici veneziani Cumano e Benedetto descrivono meglio la malattia e i suoi sintomi:
“(…) diversi uomini d’arme e fantaccini che per il fermento degli umori avevano delle pustole su tutta la faccia e su tutto il corpo. Esse assomigliavano a dei grani di miglio, e di solito comparivano sotto il prepuzio, o sulla parte esterna o sopra il glande, accompagnate da leggero prurito.(…) Dopo pochi giorni i malati erano ridotti allo stremo dai dolori che sentivano nelle braccia, nelle gambe e nei piedi e da un’eruzione di grandi pustole che duravano un anno o più se non venivano curate”.
L’esercito di Carlo VIII porta la sifilide in Francia. Una decina d’anni dopo, tutta l’Europa ne è infettata. Nel 1496 il tedesco Joseph Grunpeck di Burckhausen pubblica il suo Tractatus de pestilentiali scorra sive mala de Franzos, a cui seguono studi spagnoli più approfonditi ma altrettanto inconcludenti, però ricchi di immaginazione circa i rimedi consigliati: applicare un gallo o un piccione spennato e spellato o anche una rana aperta in due sul pene ulcerato. La colpa della malattia viene data oltre che agli indigeni delle Americhe (Amerigo Vespucci parla della libidine delle “donne delle isole”), agli ebrei (Sigismondo da Foligno[5] indica i “marrani” cacciati dalla Spagna e accolti da Ferdinando d’Aragona a Napoli) accusati di spudorati eccessi sessuali, a rapporti anomali come quello tra un cavaliere lebbroso e una cortigiana o tra uomini e scimmie, agli spagnoli che avrebbero mischiato per vendetta sangue di lebbroso col vino, ai napoletani avvelenatori di pozzi, ai peccati umani, alle congiunzioni astrali funeste. E naturalmente, alle donne e al loro ciclo mestruale[6]. La malattia, che non si chiama ancora sifilide, è oggetto di un balletto di nomi, in quanto nessuno ne vuole la paternità: i francesi la chiamano “mal napoletain“, gli italiani “mal franzoso“, i portoghesi “mal castigliano“, i giapponesi “mal portoghese“; per i persiani è il “morbo dei turchi” e per i turchi il “morbo dei cristiani[7]. Inizialmente il trattamento prevede infusi di bardana e altri vegetali diuretici come il ginepro[8], poi anche con il Balsamum Copaive, ottenuto sciogliendo l’estratto di corteccia della Copaiba[9], importata dalle Americhe, nella tintura di tartaro[10]. Inoltre, già intorno al 1497 è intrapresa la terapia a base di mercurio[11], da tempo usata per molte malattie della pelle (scabbia, eczemi ecc.) con il “metodo delle frizioni”: all’unguento di mercurio e grasso si aggiungono le sostanze più disparate, i “correttivi”come mirra, mastice, bolo d’Armenia, corallo, minio, grasso d’oca o di orso, euforbia, canfora, pomice, terra, persino la saliva umana, come nell’Unguento di Vigo[12]. Tuttavia, la tossicità del mercurio è tale che questo rimedio viene sostituito a partire dal 1517 dal decotto di guaiaco o “legno santo”, albero dell’America centrale utilizzato dagli indigeni, che Fracastoro nel 1530 indica come rimedio di sicura efficacia[13]. I risultati sono però assai deludenti e portano a nuovi tentativi con china, sassofrasso e salsapariglia, e poi ad altri ancora, per ritornare, a fine ‘500, al mercurio. Si preparano questa volta unguenti per frizioni con un minor quantitativo di metallo per evitare gli effetti collaterali e si inizia il metodo delle fumigazioni: il paziente all’interno di una specie di stufa viene esposto ai vapori di mercurio, che viene assorbito attraverso la pelle; si ritiene che in questo modo la malattia possa essere espulsa col sudore. Ancora una volta, niente di tutto questo sconfigge la sifilide e bisognerà attendere la Penicillina, scoperta da Fleming nel 1928: finalmente, il regno del mercurio e della sifilide, dopo 450 lunghi anni, ha termine. Note [1] Sulla comparsa della sifilide in Europa e la sua menzione nei testi antichi, gli storici non hanno ancora trovato un accordo. Vedi Roberto Pozzoli, Le malattie sessualmente trasmissibili: una lunga e vecchia storia, Microbiologia Medica, vol 22, 2007 [2] Giacomo Tasca, Storia della Medicina- dalla preistoria alla fine dell’Ottocento, vol. 1, ebook? [3] Chiamata anche blenorragia (volgarmente “scolo”) per le perdite di muco genitale, è provocata da un batterio, la Neisseria gonorrhoae. [4] L’agente eziologico è un batterio, il Treponema pallidum. [5] Sigismondo dei Conti di Foligno, Le Storie de’ suoi tempi dal 1475 al 1510 ora per la prima volta pubblicate nel testo latino con versione italiana a fronte, Libro XV, Roma, 1883. [6] Storia della sifilide – Origini, storia e terapia, a cura di: Dott. Antonio Semprini [7] L’altra faccia di Venere, Eugenia Tognotti, 2006 [8] Juniperus communis L. [9] Si tratta di un’oleoresina estratta dal tronco di piante tropicali appartenenti alla famiglia delle leguminose. [10] Marco Fumagalli, Dizionario di Alchimia e Chimica Farmaceutica Antiquaria – dalla ricerca dell’Oro Filosofale all’Arte Spagirica di Paracelso, pag 42. La tintura di tartaro è una soluzione alcolica di sali dell’acido tartarico (Tintura di Marte di Lemery) [11] Hg, ovvero Hydrargyrum (argento liquido). [12] Detto anche Polvere Rossa di Gian de Vigo, è sostanzialmente a base di mercurio. [13] Girolamo Fracastoro, Della sifilide, ovvero del morbo gallico.

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