Articolo a cura di Armando Comi
-Sembra che Dio non esista. -Che Dio esista si può provare per cinque vie. Tommaso, Somma teologica.
Il problema che Tommaso d’Aquino intende indagare rappresenta il cuore pulsante della scolastica, ovvero la dimostrazione dell’esistenza di Dio senza l’aiuto della fede e della Bibbia. Non è la fede infatti a dover convincere la ragione, operazione richiesta a un fedele ma non a un filosofo. Siamo invece dinanzi al tentativo di dimostrare l’esistenza di Dio unicamente affidando l’indagine alla ragione umana. Le verità divine possono essere dimostrate razionalmente. A differenza di quanto aveva fatto Anselmo, Tommaso vuole dimostrare l’esistenza di Dio solo a posteriori, cioè solo a partire da quello che tutti noi possiamo percepire, ovvero la natura. Secondo Tommaso infatti la prova dell’esistenza di Dio deve prendere l’avvio dall’osservazione della natura, perché seguendo questa via la ragione indaga il metodo stesso usato da Dio per creare il mondo. Le leggi del creato sono contenute nel creato stesso, e possono essere comprese per mezzo della ragione. Ad esempio la legge del movimento, oppure la legge della causa-effetto, la ragione le ricava proprio dall’osservazione della natura, e scopre che sono le leggi con cui ha operato Dio. Le “vie” che può percorrere la ragione per arrivare a Dio sono cinque, tutte di derivazione aristotelica. Senza Aristotele la filosofia scolastica non è pensabile. Quel che il medioevo conosceva di Aristotele era per lo più derivato dai commentatori arabi. Se da un lato Aristotele nel medioevo viene cristianizzato, tuttavia va precisato che anche il cristianesimo subisce un decisivo processo di “aristotelizzazione”. Le cinque vie per arrivare a Dio sono presentate nella più grande opera di Tommaso, ovvero la Somma teologica. Vediamole tutte e cinque. La prima via è detta ex motu: percorrendo questa via, la ragione vuole dimostrare l’esistenza di Dio a partire dal fatto che tutto si muove, ovvero dalla legge del movimento. Per movimento non si intende solo l’andare da un punto A a un punto B, bensì la mutazione del tutto, ad esempio l’alternarsi delle stagioni, il deteriorarsi delle rocce, i cambiamenti di un bambino che cresce. Il ragionamento di Tommaso, che segue interamente Aristotele, è il seguente: se una palla si muove è perché un piede l’ha calciata, se il piede si è mosso è perché la testa lo ha messo in movimento, se la testa si è mossa è perché un’intenzione l’ha mossa, l’intenzione a propria volta è stata mossa da un obiettivo, ecc. Tommaso rintraccia dunque una catena di effetti e di cause. A è causato da B che è causato da C che è causato da D, ecc. Ecco allora la domanda: chi è il primo che ha iniziato il movimento di tutto? Deve essere un movimento capace di muovere senza muoversi, altrimenti sarebbe stato mosso a propria volta, e la catena procederebbe all’infinito. Secondo Tommaso la prima mossa, fatta senza muoversi, cioè restando immobile, l’ha fatta Dio, chiamato aristotelicamente “motore immobile”. Dio, insomma, muove senza muoversi. E come fa? Con l’amore, ovvero con l’unica causa immateriale capace di muovere senza muoversi. L’amore è l’unica forza che attrae a sé senza dover fare alcun movimento. Dunque con l’amore Dio ha fatto muovere il tutto attraendolo a sé. La seconda via è detta ex causa: percorrendo questa via, la ragione vuole dimostrare l’esistenza di Dio a partire dal fatto che ogni cosa nel mondo ha una causa. In pratica ogni cosa è stata causata, il tavolo su cui scrivo è causato dal falegname, la pioggia nel cielo dal vapore delle nuvole, ogni essere umano dai propri genitori, ecc. Tutto ha una causa, e contemporaneamente tutto è effetto di una causa. Stabilito questo punto inconfutabile, il ragionamento di Tommaso prosegue come segue: se A ha causato B (effetto di A) e B ha causato C (effetto di B) e C ha causato D (effetto di C), posso per ogni ente del mondo risalire alla sua causa e al suo effetto ma non posso salire all’infinito. Secondo Tommaso, infatti, vi è una causa prima, la causa che ha causato tutte le altre. Una causa originaria, che ha avuto i suoi effetti senza essere a propria volta effetto di nessuna causa. La causa prima, non causata da nessuno è Dio, che è causa di sé stesso, senza essere effetto di alcuna causa. La terza via è detta ex contingentia: percorrendo questa via, la ragione vuole dimostrare l’esistenza di Dio a partire dal fatto che ogni cosa nel mondo è solo possibile ma non necessaria. Il fatto che io stia scrivendo è solo possibile, ma non necessario, così come il fatto che esista una città chiamata Bologna, è possibile, ma se non esistesse l’ordine del mondo non ne risulterebbe alterato in nulla. E ciò vale per tutte le cose del mondo. Gli enti sono appunto contingenti, esistono ma potrebbero tranquillamente non esistere. Possono essere o non essere. Ogni cosa nel mondo nasce e muore, questo dimostra che tutto può esistere o non esistere. Ma, argomenta Tommaso, dovrà esserci qualcosa di necessario, che rende possibile tutto, altrimenti ogni cosa avrebbe alternative infinite. Invece le alternative, le possibilità non sono infinite. Perché? Perché esiste un essere che è necessario che esista, talmente necessario da creare la possibilità stessa. È l’unico essere necessario che non ha alternative a sé stesso. Il singolo uomo ha alternative a sé stesso, poteva infatti non nascere. Ma Dio agisce necessariamente, Dio non sceglie, Dio non ha possibilità. Dio agisce solo per necessità. La quarta via è detta ex gradu: è la stessa prova di Anselmo, ovvero la dimostrazione a partire dai gradi che posseggono le cose nel mondo. Ogni cosa possiede dei gradi, ad esempio l’amore che possiede tante sfumature d’intensità, o la forza che è misurabile e quantificabile. Ma vi è certamente, secondo Tommaso e prima di lui per Anselmo, il grado massimo di amore e il grado massimo di forza. Quello è Dio. La quinta via è detta ex fine: percorrendo questa via, la ragione vuole dimostrare l’esistenza di Dio a partire dal fatto che ogni cosa ha uno scopo. L’argomentazione di Tommaso, ancora una volta, attinge a piene mani da Aristotele, il filosofo del finalismo per eccellenza. Vediamo come procede: Ogni cosa nel mondo ha uno scopo, un fine. Il fine della mia scrivania è essere usata per scrivere, affinché ciò si realizzasse, un falegname ha lavorato il legno, per ottenere il legno è stato tagliato un albero, per tagliare un albero è stata usata una scure, ecc. Lo scopo della scrivania ha in pratica mosso tanti scopi concatenati alla sua realizzazione. Eppure la mia scrivania e il rovere nel suo bosco non avevano nessun collegamento se io non avessi avuto il fine di avere un piano d’appoggio sul quale scrivere. Ecco allora che un singolo fine mette in relazione oggetti del mondo che altrimenti sarebbero rimasti “indifferenti” gli uni agli altri, come una scrivania e un rovere. Questo esempio necessita di una precisazione: alcuni enti del mondo agiscono con un fine (chi vuole scrivere, il falegname, il boscaiolo) altri enti invece subiscono un fine (il rovere, la scure, la scrivania). L’essere che agisce è diverso dall’essere che subisce perché è intelligente, chi scrive può decidere che scrivania desidera, il falegname può decidere che taglio effettuare, il boscaiolo può decidere quale albero abbattere. Ma se ogni cosa ha un fine, determinato da un essere intelligente, qual è il fine che accomuna tutte le cose? Che scopo ha il mondo intero al di là dei piccoli scopi individuali? Secondo Tommaso tutte le realtà, naturali e intellettuali hanno come fine ultimo Dio. Dio, per concludere, è lo scopo di ogni cosa. Ecco le parole di Tommaso d’Aquino nella Somma teologica:
Sembra che Dio non esista. E infatti: 1 Se di due contrari uno è infinito, l’altro resta completamente distrutto. Ora, nel nome Dio s’intende affermato un bene infinito. Dunque, se Dio esistesse, non dovrebbe esserci piú il male. Viceversa nel mondo c’è il male. Dunque Dio non esiste. 2 Ciò che può essere compiuto da un ristretto numero di cause, non si vede perché debba compiersi da cause piú numerose. Ora tutti i fenomeni che avvengono nel mondo, potrebbero essere prodotti da altre cause, nella supposizione che Dio non esistesse: poiché quelli naturali si riportano, come al loro principio, alla natura, quelli volontari, alla ragione o volontà umana. Nessuna necessità, quindi, della esistenza di Dio. 3 In contrario: Nell’Esodo si dice, in persona di Dio: “Io sono Colui che è”. 4 Rispondo: Che Dio esista si può provare per cinque vie. [a. La prima via Dal mutamento] La prima e la piú evidente è quella che si desume dal moto. È certo infatti e consta dai sensi, che in questo mondo alcune cose si muovono. Ora, tutto ciò che si muove è mosso da un altro. Infatti, niente si trasmuta che non sia potenziale rispetto al termine del movimento; mentre chi muove, muove in quanto è in atto. Perché muovere non altro significa che trarre qualche cosa dalla potenza all’atto; e niente può essere ridotto dalla potenza all’atto se non mediante un essere che è già in atto. Per es., il fuoco che è caldo attualmente rende caldo in atto il legno, che era caldo soltanto potenzialmente, e cosí lo muove e lo altera. Ma non è possibile che una stessa cosa sia simultaneamente e sotto lo stesso aspetto in atto ed in potenza: lo può essere soltanto sotto diversi rapporti: cosí ciò che è caldo in atto non può essere insieme caldo in potenza, ma è insieme freddo in potenza. È dunque impossibile che sotto il medesimo aspetto una cosa sia al tempo stesso movente e mossa, cioè che muova se stessa. È dunque necessario che tutto ciò che si muove sia mosso da un altro. Se dunque l’essere che muove è anch’esso soggetto a movimento, bisogna che sia mosso da un altro, e questo da un terzo e cosí via. Ora, non si può in tal modo procedere all’infinito perché altrimenti non vi sarebbe un primo motore, e di conseguenza nessun altro motore, perché i motori intermedi non muovono se non in quanto sono mossi dal primo motore, come il bastone non muove se non in quanto è mosso dalla mano. Dunque è necessario arrivare ad un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio. [b. La seconda via Dalla causalità efficiente] La seconda via parte dalla nozione di causa efficiente. Troviamo nel mondo sensibile che vi è un ordine tra le cause efficienti, ma non si trova, ed è impossibile, che una cosa sia causa efficiente di se medesima; ché altrimenti sarebbe prima di se stessa, cosa inconcepibile. Ora, un processo all’infinito nelle cause efficienti è assurdo. Perché in tutte le cause efficienti concatenate la prima è causa dell’intermedia, e l’intermedia è causa dell’ultima, siano molte le intermedie o una sola; ora, eliminata la causa e tolto anche l’effetto: se dunque nell’ordine delle cause efficienti non vi fosse una prima causa, non vi sarebbe neppure l’ultima, né l’intermedia. Ma procedere all’infinito nelle cause efficienti equivale ad eliminare la prima causa efficiente; e cosí non avremo neppure l’effetto ultimo, né le cause intermedie: ciò che evidentemente è falso. Dunque bisogna ammettere una prima causa efficiente, che tutti chiamano Dio. [c. La terza via Dalla contingenza] La terza via è presa dal possibile [o contingente] e dal necessario, ed è questa. Tra le cose noi ne troviamo di quelle che possono essere e non essere. Ora, è impossibile che tutte le cose di tal natura siano sempre state, perché ciò che può non essere, un tempo non esisteva. Se dunque tutte le cose [esistenti in natura sono tali che] possono non esistere, in un dato momento niente ci fu nella realtà. Ma se questo è vero, anche ora non esisterebbe niente, perché ciò che non esiste, non comincia ad esistere se non per qualche cosa che è. Dunque, se non c’era ente alcuno, è impossibile che qualche cosa cominciasse ad esistere, e cosí anche ora non ci sarebbe niente, il che è evidentemente falso. Dunque non tutti gli esseri sono contingenti, ma bisogna che nella realtà vi sia qualche cosa di necessario. Ora, tutto ciò che è necessario, o ha la causa della sua necessità in un altro essere oppure no. D’altra parte, negli enti necessari che hanno altrove la causa della loro necessità, non si può procedere all’infinito, come neppure nelle cause efficienti secondo che si è dimostrato. Dunque bisogna concludere all’esistenza di un essere che sia di per sé necessario, e non tragga da altri la propria necessità, ma sia causa di necessità agli altri. E questo tutti dicono Dio. [d. La quarta via Dai gradi di perfezione] La quarta via si prende dai gradi che si riscontrano nelle cose. È un fatto che nelle cose si trova il bene, il vero, il nobile e altre simili perfezioni in un grado maggiore o minore. Ma il grado maggiore o minore si attribuiscono alle diverse cose secondo che si accostano di piú o di meno ad alcunché di sommo e di assoluto; cosí piú caldo è ciò che maggiormente si accosta al sommamente caldo. Vi è dunque un qualche cosa che è vero al sommo, ottimo e nobilissimo, e di conseguenza qualche cosa che è il supremo ente; perché, come dice Aristotele, ciò che è massimo in quanto vero, è tale anche in quanto ente. Ora, ciò che è massimo in un dato genere, è causa di tutti gli appartenenti a quel genere, come il fuoco, caldo al massimo, è cagione di ogni calore, come dice il medesimo Aristotele. Dunque vi è qualche cosa che per tutti gli enti è causa dell’essere, della bontà e di qualsiasi perfezione. E questo chiamiamo Dio. [e. La quinta via Dal finalismo] La quinta via si desume dal governo delle cose. Noi vediamo che alcune cose, le quali sono prive di conoscenza, cioè i corpi fisici, operano per un fine, come apparisce dal fatto che esse operano sempre o quasi sempre allo stesso modo per conseguire la perfezione: donde appare che non a caso, ma per una predisposizione raggiungono il loro fine. Ora, ciò che è privo d’intelligenza non tende al fine se non perché è diretto da un essere conoscitivo e intelligente, come la freccia dall’arciere. Vi è dunque un qualche essere intelligente, dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine: e quest’essere chiamiamo Dio. Tommaso d’Aquino, “La somma teologica”, Salani, Firenze, 1964, vol. I, pagg. 180, 182, 184 e 186

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