Trama Costantinopoli, Aprile A.D. 1171. Marino Zorzi, un ricco mercante di Venezia trasferitosi con la moglie nella capitale dell’Impero Romano d’Oriente cinque anni prima, assiste con l’amico Ioannis Sebastopoulos, un influente aristocratico bizantino, allo spettacolo che inaugura la stagione delle corse, dagli spalti dell’ippodromo, mentre discutono delle potenziali conseguenze degli episodi di violenza verificatisi nelle precedenti settimane in città. La tensione tra greci e latini e la loro difficile convivenza sta ormai raggiungendo il culmine: gli uni non tollerano la presenza e l’importanza economica acquisita nel tempo dagli altri e ne scaturisce un clima di odio e violenza, nel quale si verifica, pochi anni dopo, la devastazione del quartiere dei Veneziani e il massacro dell’intera comunità. A farne le spese, tra gli altri, è proprio la famiglia di Marino, trucidato assieme alla moglie Laura e ad uno dei figli. Il giovane Niccolò, il maggiore dei figli di Marino e la piccola Maria, però, scampano al massacro: in particolare, la bimba viene portata in salvo da un pope, Teodoro Radenos, ed affidata ad un monastero. Cresceranno, però, separati ed ignari l’uno della salvezza dell’altra, ricongiungendosi solo dopo diversi anni, proprio grazie alle rivelazioni di Teodoro: questi, che all’epoca dei tumulti in città aveva salvato anche Niccolò da un linciaggio, gli rivela che la sorella è viva e gli indica dove può trovarla. Niccolò, nel frattempo, viene accolto dalla famiglia di Ioannis, sviluppando un rapporto assai stretto tanto con il nobile greco, che ai suoi occhi diventa un secondo padre, quanto con la moglie, Alexandria, donna altera ma intelligente e di buon cuore. Il giovane cresce con il figlio della coppia, Leon: egli è un ragazzo controverso, ambizioso, persino violento, che, sin dall’età adolescenziale, alimenta il proprio astio e la propria gelosia verso Niccolò. Dopo alcuni anni trascorsi a Bisanzio presso la famiglia di Ioannis, Niccolò si trasferisce a Venezia: Enrico Dandolo, futuro Doge della Serenissima e amico di vecchia data degli Zorzi, decide di accogliere sotto la sua ala il ragazzo e di farne il suo pupillo, il suo uomo di fiducia destinato ad accompagnarne la scalata al potere. La rivalità tra Niccolò e Leon, tuttavia, continuerà a metterli l’uno di fronte all’altro anche negli anni successivi: i due si daranno battaglia per amore di una donna e nel nome delle rispettive città. Il mondo sta mutando e, quando il Papa Innocenzo III, all’indomani della sua elezione al soglio pontificio nel 1198, bandisce la Quarta Crociata per riconquistare il Santo Sepolcro, ne scaturisce un’avventura mediterranea sullo sfondo della quale si intrecciano una faida dinastica, la lotta per la libertà di una prigioniera che anela a coronare il suo sogno d’amore e di una giovane rinchiusa tra le mura di un convento, nonché la parabola di un Doge cieco, il destino di un cavaliere che prende la croce e, ovviamente, l’eterna sfida tra i due protagonisti. Costantinopoli è ormai in decadenza e Venezia, la Serenissima, si candida a prenderne il posto: una storia di brama sfrenata di potere e avidità, vendetta, onore e speranza. Una trama che lega, inestricabilmente, le storie dei protagonisti al destino della “Regina delle città”. Recensione a cura di Luca Cadenasso
Mappa di Costantinopoli nel XIII secolo d.C.
Niccolò e Leon: la rivalità, l’odio, il coraggio. Una delle chiavi di lettura della seconda fatica di Giacomo Stipitivich è data dalla complessa relazione che si instaura tra Niccolò Zorzi ed il coetaneo Leon Sebastopoulos: l’uno veneziano, figlio di un mercante, l’altro greco, figlio di un potente aristocratico, destinato ad una folgorante carriera militare. Tra i due non corre buon sangue, sin dall’adolescenza: Leon alimenta la rivalità con Niccolò, trattandolo, inizialmente, con freddezza e poi trasformando la sua indifferenza, giorno per giorno, in gelosia ed astio nei confronti del fratello mancato, infine in odio. I due incarnano perfettamente le figure dell’eroe e dell’antieroe: Stipitivich delinea il giovane Zorzi come un personaggio caratterizzato da intelligenza, smania di affrancarsi dall’autorità del suo padre putativo, Enrico Dandolo e grande lealtà. Come nella perfetta tradizione epica, Niccolò, che pure non eccelle nell’arte del combattimento, è fiero, orgoglioso e, soprattutto, capace di pietas: ad esempio, in un momento di estrema drammaticità, nel quale avrebbe l’occasione per eliminare il suo eterno nemico e coronare il sogno d’amore con Helena Lascaris, ragazza di nobile famiglia costretta alle nozze proprio con Leon, ne risparmia la vita, in nome del rispetto e della riconoscenza che sente verso la famiglia Sebastopoulos, sebbene il prezzo da pagare sia altissimo. Leon ne è l’alter ego , in quanto amorale, assetato di potere, contorto: egli, nel corso del romanzo, si macchia di delitti e violenze e non perde la sua atavica presunzione neppure nelle più disperate situazioni di pericolo. Ciò che lo spinge e lo guida è l’odio verso gli Zorzi e i veneziani e, in tal senso, anche la giovane Helena finisce con il divenire, ai suoi occhi, una mera preda, una sorta di trofeo da esibire nei confronti di Niccolò. Uno strumento di rivalsa, anzi di vendetta. Non conosce pietà e non mostra empatia neppure nei confronti della figlioletta, che costringe a vivere lontana dalla madre, accudita dalle balie: un giovane dal cuore arido e dall’indole malvagia, di cui il padre Ioannis si rammarica in punto di morte, affidando le sue ultime confidenze proprio a Niccolò.
…a quelle parole Niccolò non potè che sorridere. «Mare colere terraqueo postergare». «Esatto. Coltivare il mare». Niccolò posò gli occhi sulla città gelata e provò un brivido. Non era il freddo. Era l’ebbrezza del domani.
I giochi di potere: la figura di Enrico Dandolo.
Una scultura raffigurante il Doge di Venezia Enrico Dandolo, in carica dal 1192 al 1205
Enrico Dandolo è uno dei personaggi del romanzo realmente esistiti: ne facciamo la conoscenza in occasione di un primo incontro al cospetto del Basileus Manuele Comneno, che lo riceve dopo la devastazione del quartiere Galata, in quanto intende porre fine al dilagante controllo commerciale veneziano ma che, in realtà, progetta un complotto ordinando l’immediato arresto di tutti i Veneziani presenti nei territori bizantini. In seguito lo ritroviamo, già anziano, eletto a Doge della Serenissima: uomo ambizioso, di notevole astuzia politica e dotato anche di grande pragmatismo, nonostante la cecità, è il vero regista degli intrecci di potere ed economici che caratterizzano lo svolgimento della Quarta Crociata. Proprio il Dandolo, ad esempio, architetta uno stratagemma per recuperare il debito che i franchi avevano contratto con Venezia per avvalersi della flotta della Serenissima e così raggiungere il Medio Oriente. Infatti, quando giunge a Zara il deposto principe di Costantinopoli Alessio IV, che intende promettere alla spedizione denaro e terre in cambio dell’aiuto a riconquistare il potere, il Doge “fiuta” l’occasione per ottenere un cospicuo guadagno economico e concludere un vantaggioso accordo: la spedizione cambia quindi “motivazione”, trasformandosi da crociata religiosa in mera invasione di mercenari al soldo d’una fazione. Ovviamente, l’assedio di una città cattolica quale Zara provoca le ire del Papa, che lancia la scomunica su Venezia, ma tanto basta a dimostrare quanto sia determinato e caparbio il Dandolo nel raggiungimento del suo fine ultimo – il prestigio personale e l’affermazione dell’egemonia di Venezia -: l’assalto di Venezia dal mare è solo all’inizio e, dopo la conquista di alcune piazzeforti, il gruppo è condotto verso Costantinopoli dal Doge con guida ferma e sicura, nonostante i limiti fisici, al limite della spregiudicatezza.
Quando Dandolo si affacciò sulla piazza tutti cominciarono a fischiare, battere le mani e lanciare grida di giubilo. Schiacciato tra la folla festante, Niccolò si stropicciò gli occhi dalla sorpresa. Era da non credersi. Il vecchio ce l’aveva fatta. In quel momento sentì un refolo di vento da nord scompigliargli i capelli scuri. Quel vento annunciava il domani
Il ruolo delle donne ed il tema dell’intolleranza. Le figure femminili create da Stipitivich sono straordinarie: le principali protagoniste sono, in questo senso, Alexandria, la moglie di Ioannis e madre di Leon, Helena Lascaris, costretta alle nozze con il nobile greco ma innamorata di Niccolò e Maria, la figlia più piccola di Marino e Laura Zorzi, anch’essa capace di ribellarsi al proprio destino. Sì, si tratta di figure che l’autore ha inteso delineare attribuendo loro una spiccata modernità: esse, sono, pur con ruoli differenti, eroine nello sviluppo del romanzo. Alexandria, come sopra detto, è una donna bellissima, severa, sobria ma intelligente e capace di grande cuore, seppure con un carattere apparentemente rigido. Accoglie in casa il giovane Niccolò per rispetto verso la sorte funesta degli Zorzi e perché mai aveva sopito il desiderio di divenire nuovamente madre: per non ingelosire il figlio Leon, al riparo dai suoi occhi e dalle sue orecchie coltiva un affettuoso ed intenso rapporto con Niccolò, che non, a caso, arriva a chiamarla “madre”. Helena è il motore che spinge Niccolò a ritornare a Bisanzio, a sfidare Leon per coronare un sogno che li accompagna sin da adolescenti, prima della forzata separazione per volere della famiglia. Pur piegandosi, nel fisico, agli abusi di Leon, questi non ne riesce a fiaccare l’animo ed il coraggio: alla fine, la donna sarà artefice del proprio destino. Infine, Maria, la sorella ritrovata che Niccolò credeva morta: salvata dal pope Teodoro che l’affida alle cure di un monastero, non riesce a piegarsi a questo destino, arrivando addirittura a progettare e tentare la fuga, lei che, del tutto ingenua, non conosce quasi nulla del mondo che l’attende al di là delle mura del convento. Donne profondamente diverse, eppure legate dal denominatore comune del coraggio, della pazienza, dell’intelligenza e della passione. Un altro leit motiv del romanzo è costituito dal tema dell’intolleranza e della complessa convivenza tra culture differenti: la storia prende le mosse da gravi fatti di violenza all’interno della città, nella quale coesistono anime differenti. L’odio genera morte e distruzione, devastazione e saccheggio: il culmine è rappresentato dal rastrellamento dei veneziani, durante il quale gli Zorzi vengono sterminati. Ma, come una catarsi, da queste macerie è possibile un riscatto: l’amore tra Niccolò ed Helena, ma anche l’amicizia ed il rispetto tra i Sebastopoulos e la famiglia di Niccolò, all’alba del romanzo. Relazioni che dimostrano la possibilità di oltrepassare steccati ideologici e pregiudizi. Lo stile dell’autore Giunto alla sua seconda fatica letteraria, dopo Lo schiavo patrizio, Giacomo Stipitivich prosegue il “Ciclo della Serenissima” e confeziona un romanzo nel quale emerge, costantemente, l’impronta storiografica e l’approccio del “viaggiatore seriale” come egli stesso si definisce. Mai nozionistico, ma sempre didascalico e didattico, con grande sapienza ci guida alla scoperta dello sfarzo dei palazzi nobiliari bizantini, nei quali si consumano congiure e trame politiche, ma anche il dramma del declino di Costantinopoli, ormai un “gigante dai piedi di argilla”. I personaggi vengono descritti con metodo quasi verista, con estremo realismo, incardinandosi perfettamente nel contesto storico-politico in cui vengono collocati. Stipitivich utilizza sapientemente registri linguistici differenti: ora è estremamente raffinato e ricercato – specie quando descrive minuziosamente le architetture e gli edifici della Regina delle città – ora è volutamente rude, “volgare” e popolare, immediato, moderno. Non eccede nella descrizione dei particolari raccapriccianti dell’assedio e della guerra, ma è allusivo: ciò, oltre ad aumentare la drammaticità ed il pathos, conferisce rilevante efficacia alla sua tecnica narrativa. Copertina flessibile: 369 pagine Editore: Independently published (6 marzo 2019) Lingua: Italiano ISBN-10: 179894765X ISBN-13: 978-1798947654 Link di acquisto cartaceo: La regina delle città Link di acquisto ebook: La regina delle città  

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