A cura di Monia Fratoni Avete provato a rispondere all’interrogativo che vi ho lasciato alla fine del primo articoloChi è la terza persona raffigurata in primo piano nel dipinto? E che riferimento ci sarebbe con la ripetizione del numero 8? Scopriamolo insieme… Il numero otto sarebbe un sottile collegamento col nome Ottaviano Ubaldini della Carda. Ma chi era costui? Ottaviano Ubaldini della Carda era conte di Apecchio, Sassocorvaro e Mercatello sul Metauro. Dal vestito di broccato azzurro emerge il cardo, ricamato d’oro, il fiore che si trovava in tutto il Montefeltro. La Carda infatti era una zona dell’Appennino marchigiano, ricco di roccaforti, castelli nei pressi di Apecchio, il cui nome deriva dal cardo, comune pianta con aculei che in antico serviva per pettinare la lana, cardarla appunto. Ottaviano Ubaldini era un famoso alchimista, principe degli astrologi, studioso delle stelle della corte di Urbino ed era anche molto di più. Spiegare la figura di Ottaviano significa spiegare chi era Federico da Montefeltro, perché questo personaggio, divenne l’ombra silenziosa del duca Federico, colui che governò il ducato quando Federico era assente con le sue truppe al servizio dei vari signori dell’epoca. Ottaviano era considerato uno degli uomini più colti del Rinascimento, paragonabile a un Pico della Mirandola. Subì una damnatio memoriae perché non fu ricordato dalla storia per le sue doti di statista e uomo politico, ma soprattutto non fu ricordato nemmeno quale fratello di Federico. Secondo questi studi infatti, Federico non sarebbe figlio illegittimo di Guidantonio di Montefeltro, ma figlio della figlia di Guidantonio, Aura Montefeltro e di Bernardino degli Ubaldini, grande condottiero al servizio dei Montefeltro. Non essendo riuscito ad avere un figlio maschio, Guidantonio avrebbe adottato come proprio figlio il nipote Federico, ma alla nascita del vero erede maschio Oddantonio, lo avrebbe allontanato per favorire l’erede legittimo. Dopo il delitto di Oddantonio, Federico diventò conte di Urbino e volle accanto a sé il fratello Ottaviano che fece diventare Urbino, centro delle arti, con la sua stupenda Biblioteca ammirata da tutti i mecenati del Rinascimento. Testimonianze di questo legame, nascosto dalla storia ufficiale, si trova in questa lunetta di Francesco di Giorgio Martini. I due fratelli, chiamati anche Dioscuri di Urbino o principi dell’Umbria, riconosciuti anche dai contemporanei dell’epoca come fratelli germani (si pensi che così li definiva Pio II nei suoi Commentari) sono qui raffigurati con i loro simboli. A sinistra Ottaviano con un libro aperto e chiuso e il ramo d’ulivo alludendo alla sua grande cultura ma anche (con il libro chiuso) alle cose segrete dell’alchimia. A destra Federico con i simboli del dux vittorioso, uomo più portato per le armi. Se Ottaviano non fosse il fratello di Federico, quest’ultimo non si sarebbe mai fatto ritrarre con un consigliere politico che governava al suo posto durante le varie campagne militari. In realtà, quindi, Federico sarebbe un Ubaldini (lato paterno) che aveva spodestato il vero Montefeltro, quell’Oddantonio morto nella congiura. Una lunetta simile ma non in pietra che testimonia lo stretto rapporto tra le due famiglie (Montefeltro-Ubaldini) esiste nella famosa rocca di Sassocorvaro, realizzata a forma di tartaruga, simbolo esoterico dell’alchimia, dove Ottaviano trascorse gli ultimi anni della sua vita, dopo la morte di Federico. Non è poi un caso infatti che nello stemma della famiglia Ubaldini si trovi un cervo con, all’interno delle corna, una stella a otto punte come la figura del pavimento della Flagellazione indicava e lo possiamo vedere in questo stemma che accosta gli stemmi delle due famiglie. A sinistra l’aquila dei Montefeltro che ritorna anche come simbolo nella porta Valbona a Urbino o a Palazzo Ducale e il cervo con la stella degli Ubaldini a destra. Il blu e il colore oro (simbolo della stemma feltresco) ritorna qui, come nel colore del vestito del personaggio della Flagellazione, intrecciato con lo stemma degli Ubaldini. Ottaviano Ubaldini risulta così anche committente della Flagellazione a Piero della Francesca, che sarebbe dovuta restare a Urbino nella cappella del perdono a Palazzo ducale per accogliere le reliquie dell’ultimo Montefeltro: Oddantonio. La tonsura dei capelli di Ottaviano nella Flagellazione, in segno di penitenza ribadisce che la tavola probabilmente era un ex voto, con un’intenzionalità votiva apotropaica, perché lui sapeva che il fratello aveva regnato grazie ad un delitto, ad una colpa (non a caso nelle varie corti Federico veniva spesso soprannominato Caino perché si riteneva che dietro l’efferato delitto di Oddantonio ci fosse la sua mano) che andava espiata e poteva farlo solo con un’opera d’arte che parlasse di ciò ma che fosse comprensibile a pochi. Non a caso Federico venne nominato duca nel 1474 cioè 30 anni dopo della congiura a Oddantonio e nel diritto romano 30 anni rappresentano il tempo necessario per la prescrizione di un reato. Sarà stato un caso? Mi piace concludere la vicenda di Ottaviano dicendo che, non solo i celebri torricini di Palazzo Ducale di Urbino erano simbolo della diarchia dei due personaggi (Federico e Ottaviano)  ma erano anche delle colonne astrologiche che servivano a Ottaviano e agli intellettuali del suo circolo alchemico per l’osservazione degli astri. Come la sua vita fu avvolta dal mistero tanto più lo fu la sua morte che lo colse a Cagli nel 1498, avvenuta sedici anni dopo la morte del fratello Federico e la sua sepoltura probabilmente avvenuta nella chiesa di S. Francesco di quella cittadina, ora non è indicata da nessun epitaffio e di fatto è difficilissimo identificarla. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Andrea Aromatico, La Flagellazione, Petruzzi editore, Città di Castello, 2012 Leonello Bei e Stefano Cristini, La doppia anima, Associaz. Amici della storia di Apecchio, Urbania, 2000 Luigi Michelini Tocci, Storia di un mago e di cento castelli, Pesaro 1986 Bern Roeck e Andrea Tonnesmann, Federico da Montefeltro-Arte, stato e mestiere delle armi, Einaudi, 2009  

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