Trama Orano è colpita da un’epidemia inesorabile e tremenda. Isolata con un cordone sanitario dal resto del mondo, affamata, incapace di fermare la pestilenza, la città diventa il palcoscenico e il vetrino da esperimento per le passioni di un’umanità al limite tra disgregazione e solidarietà. La fede religiosa, l’edonismo di chi non crede alle astrazioni, ma neppure è capace di “essere felice da solo”, il semplice sentimento del proprio dovere sono i protagonisti della vicenda; l’indifferenza, il panico, lo spirito burocratico e l’egoismo gretto gli alleati del morbo. Recensione a cura di Sara Valentino Albert Camus fu uno scrittore e filosofo francese vissuto tra il 1913 ed il 1960; la sua produzione si sviluppò tra: opere teatrali, saggi e romanzi mettendo in scena sempre la tragicità degli eventi che caratterizzarono la sua epoca. “La peste” è un romanzo che viene definito filosofico, che racconta un’ipotetica epidemia di peste in un paesino Algerino, Orano, indicativamente ambientato negli anni ‘40, quando ancora si trovava sotto la dominazione francese. Il testo, che ha prodotto Camus, non è altro che una grande metafora sul male, sul dolore, sulla malattia e si apre con una moria di topi, da sempre visti come portatori e veicoli attraverso cui la peste si è fatta strada nelle vie e nelle piazze delle nostre città nelle epoche passate. Il protagonista e cronista è Rieux, che raccontando l’intera vicenda ci accompagna dall’inizio alla fine di questa ipotetica storia, che cela al suo interno i nascosti emblemi della psiche umana. Leggendolo, ho riflettuto su alcuni temi caldi, alcune domande che inevitabilemte l’uomo si trova a porsi, prima o poi, nel corso degli anni; alcuni aspetti sono più lampanti e visibili, altri forse solo sopiti nei meandri della nostra mente che tende, volutamente, per una sorta di difesa personale, a chiudere alcuni pensieri e sentimenti in cassettini immaginari; poi ti capita di leggere Camus e improvvisamente i cassetti e gli stipetti si aprono e le riflessioni tornano a invadere ogni anfratto del tuo intelletto e pensi, e rifletti ..e ti domandi: Quanta umanità c’è nell’essere umano? Quando una tragedia, una catastrofe, un flagello o “semplicemente” una malattia fanno capolino nella vita di molti di noi, sebbene consapevoli che si tratti di accadimenti frequenti e possibili, non siamo mai pronti ad affrontarli. Le follie, cosa sono? la guerra è essa stessa una follia ma per questo non terminerà prima, così gli eventi tragici, non dureranno meno solo perchè gli rifuggiamo. C’è un momento in cui ci si rende conto che “la peste” o qualsiasi male essa rappresenti è reale ed è quando ci si trova obbligati a smettere di fare tutto ciò che rientra nella nostra normalità, e così quando a Orano un mattino si svegliano e scoprono che nulla sarà più come prima, e che l’esilio e la separazione apriranno una voragine incolmabile nei loro cuori, perchè Orano deve essere isolata deve essere posta in quarantena. Immagini forti si affacciano alla nostra mente quando Rieux evoca madri e figli, coniugi, che fino al giorno prima avevano solo affrontato separazioni temporanee, e che salutarsi alla stazione significava solo rivedersi dopo qualche giorno, con l’avvento della peste saranno inesorabilmente allontanati; nemmeno la corrispondenza era possibile poteva essa stessa essere veicolo di contagio.. pensateci .. un taglio netto un abisso nero. Questa è la descrizione che mi è rimasta nel cuore, di ciò che Camus definisce un telegramma, unica possibile via di comunicazione: “Persone legate dall’intelligenza, dal cuore e dalla carne furono così ridotte a cercare i segni dell’antica comunione nelle maiuscole di un dispaccio di dieci parole” In questo esilio, dove ogni cittadino non si sentiva parte che di una tragedia, non vi era più il passato, troppo doloroso da rievocare, nè un futuro, perchè non si vedeva la fine..rimaneva solo un abisso di sofferenza profonda “persino il passato a cui pensavano in continuazione aveva solo il sapore del rimpianto” E in momenti come questi, come non tirare in mezzo Dio e la fede? come non chiedersi qual è la posizione di un cristiano di fronte alla tragedia che i cittadini stanno vivendo? “Chi mai poteva sostenere che l’eternità di una gioia bastasse a ripagare un istante di dolore umano?“ Il cristiano per la fede in colui che morì, per lui, sulla croce, con le spalle al muro, dovrà accettare la sofferenza sul volto di un bambino.. eppure ci sono fatti che non possono davvero essere accettati. Nella vita umana, come a Orano, c’è ancora una speranza, e anche la più piccola e infinitesimale particella di speranza può porre fine alla “peste”; i piccoli segni a volte non si notano, per paura forse, per protezione ma pian piano si ritorna a vivere sempre, seppure con il cuore a pezzi, ferito e ricucito, e il male ricacciato nel suo baratro infernale. Ecco che un giorno i topi tornarono ad essere cittadini benvoluti di Orano. “da quando la più piccola speranza fu possibile per la popolazione, allora ebbe fine il regno della peste” Un romanzo che non è un romanzo, ma un’occasione di crescita, uno spazio di riflessione sulla vita sull’egoismo sano e non, e lo consiglio, nonostante sia una lettura da prendere a piccole dosi, per l’osticità del linguaggio per la profondità e durezza dei contenuti. Un testo da leggere almeno una volta nella vita. Copertina flessibile: 245 pagine Editore: Bompiani; 32 edizione (9 ottobre 2013) Collana: I grandi tascabili Lingua: Italiano ISBN-10: 8845247406 ISBN-13: 978-8845247408 Peso di spedizione: 281 g Link d’acquisto: la peste

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